
Una ragione di questa poca popolarità è probabilmente dovuta al tipo di narrazione: la serie è un prestige drama ambientato in una timeline alternativa che parte dal 1969 e si chiede cosa sarebbe successo se non fossero stati gli Stati Uniti a raggiungere per primi il suolo lunare bensì l’Unione Sovietica, ipotizzando una corsa allo spazio che prosegue ben oltre gli anni ’70 e ha sviluppi a cascata sul progresso tecnologico e sui grandi eventi storici del XX secolo. È una serie di genere, e questo già restringe il pubblico di riferimento; è inoltre una storia che si propaga lungo tanti anni, riducendo quindi i personaggi che ritroviamo tra una stagione e l’altra – solo tre tra i protagonisti principali sono ancora centrali dopo quattro annate – e questo non fa che rendere complesso seguire lo show per il pubblico più casual. Di contro, il punto di forza di For All Mankind è sempre stato quello di sviluppare un’idea estremamente originale – cosa ormai rara nella TV di oggi – ed estremamente ambiziosa, cercando di immaginare come la Storia dell’umanità si sarebbe sviluppata a partire da un turning point apparentemente irrisorio e limitato ad un evento specifico ma che in realtà, se ci si pensa, avrebbe potuto avere conseguenze enormi dal punto di vista culturale e politico.

Come già visto nel finale della race to Mars della scorsa stagione, gli USA e l’URSS sono finiti a collaborare per la costruzione della Happy Valley e ora gestiscono insieme la base, con la Corea del Nord – che, lo ricordiamo, si scopre essere stata la prima nazione a far atterrare degli uomini sul pianeta nel 1995 – che rimane più isolata ma che comunque si appoggia alla grossa struttura russo-americana. In questa timeline tale collaborazione era coincisa con un’epoca di distensione politica nei rapporti tra le due superpotenze, decretando (come è accaduto nella realtà) la fine della Guerra Fredda. La stagione parte da questo punto e sviluppa la storyline geopolitica alternando scene sulla Terra e scene su Marte; in particolare tra i nuovi attori che irrompono sulla scena politica dell’ucronia di For All Mankind ci sono Eli Hobson – interpretato da Daniel Stern – ovvero il nuovo amministratore della NASA dopo la fuga di Margo in Unione Sovietica, e Irina Morozova – interpretata da Svetlana Efremova – un alto ufficiale sovietico che assume il comando di Roscosmos, l’agenzia spaziale dell’URSS.

Ad affiancare la macro-trama politica e di esplorazione spaziale in questa prima parte di stagione non può mancare lo sviluppo dei personaggi e la componente drama. Come sempre in For All Mankind, la grande Storia si affianca alle storie e alle vite private dei protagonisti, costruendo sempre due binari che si incrociano e dimostrano come dietro i grandi eventi ci siano alla fine persone che compiono delle scelte e fanno degli errori, a volte decisivi e con grandi conseguenze. Senza fare spoiler su come si evolveranno gli eventi, si può dire che sulla Terra avranno grande importanza e risalto le scelte di Kelly, che ha avuto il bambino e vive con la suocera, e Aleida, sopravvissuta all’attacco terroristico della fine della terza stagione, mentre su Marte avranno rilevanza quelle di Danielle, Ed e di un nuovo personaggio, Miles, interpretato da Toby Kebbell.
La quarta stagione di For All Mankind prosegue dunque sull’ottimo percorso delle stagioni precedenti e, nonostante i difetti tipici dei prestige drama – dialoghi a volte ridondanti, durata eccessiva degli episodi, alcuni archi narrativi dei personaggi troppo sbilanciati sulla componente drama – rimane comunque una delle serie di genere più interessanti e ben fatte del panorama televisivo contemporaneo.
Voto: 7 ½

Si, è una serie che ha qualche difetto ma la si perdona facilmente perchè tutte le sue scene madri nell’arco di tre stagioni sono arrivate ad emozionare. Non era scontato visti i primissimi episodi della stagjone 1. Per gli amanti della fantascienza senza fantasy è una serie imperdibile.
Assolutamente d’accordo e ti assicuro che ti piaceranno anche tutti gli sviluppi di questa stagione!