
Il primo episodio della seconda stagione di House of the Dragon si presenta velocemente con qualcosa di familiare e qualcosa di innovativo, quasi a mostrare le due anime con cui gli autori si ritrovano spesso a doversi muovere: da un lato, infatti, c’è il ritorno a Winterfell (Grande Inverno), la casa degli Stark con cui Game of Thrones aveva aperto (e concluso); dall’altro dei titoli di testa rinnovati – non nella musica ma nella grafica, a richiamare un ben più appropriato arazzo di Bayeux, il tessuto ricamato che descrive la conquista normanna dell’Inghilterra del 1066. Sin dalle prime scene – una breve parentesi prima di sentire le dirette conseguenze del finale della prima stagione – House of the Dragon ci accompagna all’interno della propria narrazione sulla via della familiarità, prima di gettarci nei drammi dinastici dei Targaryen.
Si ricomincia proprio dal finale della precedente stagione, quando un po’ per errore, un po’ per baldanza, Vhagar (il drago di Aemond) ha ucciso Lucerys e il suo Arrax. Questo terribile lutto è l’apripista a quella che sembra essere una inevitabile guerra tra i due rami della famiglia Targaryen. Comprensibilmente (sia in scena, che dietro le quinte) è chiaro perché la serie non inizi con una guerra diretta tra draghi: si preferisce piuttosto organizzare una guerra più sottile, in cui alleanze e minacce vanno a gestire la scacchiera rappresentata dal continente di Westeros. Alcuni nomi ritornano (ed è conveniente che a guidare i sette regni siano praticamente le stesse famiglie che ritroveremo in Game of Thrones), ma certo è difficile seguire questa danza di alleanze e territori senza avere una certa conoscenza pregressa. Il tentativo di coinvolgere lo spettatore nei giochi politici della serie non è sempre facilissimo, anche perché gli autori stessi sembrano più interessati alla parte emotiva del racconto piuttosto che a complicare davvero fino in fondo la struttura narrativa della serie.

È qui che si sviluppa interamente il desiderio di vendetta, che prenderà però una direzione diversa e più sanguinosa di quanto forse preventivato. La volontà di vendicarsi, infatti, trova in Daemon un perfetto ricettacolo di rabbia e sete di sangue. Incassati vari no a un’azione diretta e furente contro i nemici, il principe consorte nonché zio della regina troverà nel sotterfugio il modo per colpire i suoi avversari, parenti traditori. Il finale dell’episodio, però, coinvolgerà la morte di un bambino e la certezza che da questa efferatezza non si può più tornare indietro.
Checché ne dica il marketing dietro la serie, infatti, è difficile farsi prendere fino in fondo dai due schieramenti, perché scegliere non è poi così difficile. Già la prima stagione, infatti, mostrava in Rhaenyra la giusta erede, e non vi era terreno concreto su cui basarsi per fare il tifo per gli Hightower. La loro è sempre sembrata la parte usurpatrice, e i loro momenti di gloria (inclusa l’incoronazione) si sono conclusi in sonore sconfitte. Probabilmente questo delitto finale non cambierà molto l’ago della bilancia, ma quantomeno può aiutare a evitare che il giusto, la correttezza e il successo vadano sempre in un’unica direzione.

Eppure, la guerra è ormai inevitabile e incombente. Con la violenta fine della premiere (crudelissima scena, nei suoni e nella scelta da far fare a una madre), non c’è davvero più chi possa tirarsi indietro dalla sanguinosa prospettiva davanti a loro. La stagione (più breve della precedente, visto che avrà solo otto episodi) è effettivamente cominciata con un’azione di grande potenza, che cerca di ristabilire un equilibrio tra le due parti in grado di permettere agli spettatori di abbracciare l’una o l’altra causa. E con il rinnovo per una terza annata già portato a casa, House of the Dragon si dimostra subito la serie di questa estate.
Voto: 8
