
Rispetto al 2022, quando arrivavano in contemporanea The Rings of Power, House of the Dragon e Andor, le cose sono un po’ cambiate sul fronte televisivo: il mondo dello streaming è in subbuglio, e il periodo di grandi investimenti sembra ormai un lontano ricordo, sostituito da una nuova era di tagli in cui franchise un tempo ritenuti solidissimi si vedono costretti a rivedere i propri piani – pensiamo alla recente cancellazione di The Acolyte. Anche per questo, The Rings of Power sembra quasi un oggetto del passato, con il suo stratosferico budget che conferma il suo essere la serie più costosa della storia e che da un lato mostra l’enorme fiducia che Amazon ha nella sua creatura; una fiducia, forse, necessaria anche se si pensa ai 250 milioni di dollari spesi per acquistare i diritti per creare qualcosa in questo universo narrativo.
La prima stagione non aveva convinto tutti, e un po’ come succede ormai con tantissimi progetti (a parte, forse, il già citato Andor), critica e soprattutto pubblico si sono trovati divisi nell’opinione, da chi ha criticato fortemente The Rings of Power a chi ne ha giustamente apprezzato gli innegabili pregi; pensiamo alla musica, all’impatto visivo, e ad alcune delle puntate che hanno caratterizzato la parte centrale della prima stagione in cui c’era stata la sensazione che la magia di Tolkien si stesse davvero per ricreare. Qualcosa poi è andato storto, in parte anche perché il racconto, fino a quel momento più lento e volto ad approfondire le cose, ha inaspettatamente accelerato nel finale, impedendo ai grandi colpi di scena di funzionare pienamente.

Una cosa che preoccupava – in minima parte – i fan più legati era la decisione di trasferire la produzione dalla Nuova Zelanda – terra delle due trilogie di Peter Jackson – all’Inghilterra, per cercare di limitare l’enorme spesa necessaria. Da questo punto di vista, la terra dove lo stesso Tolkien ha passato quasi tutta la sua vita offre scenari e paesaggi che non sfigurano minimamente con quelli delle due grandi isole del Pacifico. Dopotutto sono proprio quelli i luoghi dove il professor Tolkien passeggiava quando, tornato a casa dal fronte alla fine della Prima Guerra Mondiale, ha continuato a espandere questo universo narrativo.
Forte anche dell’enorme budget a disposizione, The Rings of Power conferma, almeno visivamente, di essere nettamente superiore a tutti gli altri blockbuster che popolano i vari servizi di streaming, un aspetto su cui anche i detrattori si trovano principalmente d’accordo. Le viste di Lindon, Numenor, e Eregion sono decisamente superiori a quelle, per esempio, di King’s Landing nelle due stagioni di House of the Dragon, ma questi “piccoli” problemi estetici, vengono presto dimenticati grazie all’ottima scrittura che contraddistingue il prodotto HBO. In The Rings of Power, il cast di autori non ha ancora raggiunto quelle vette, anche se bisogna sicuramente dire che è molto più difficile ricreare lo stile di comunicazione dei personaggi di Tolkien.

Tra gli elfi, quest’anno emerge sicuramente più che mai Elrond, l’unico che sembra capire pienamente la minaccia che incombe e disposto a sacrificare la permanenza nella Terra di Mezzo per impedire a Sauron di emergere. Viene fatto invece un lavoro discreto nel rendere chiara l’urgenza che c’è tra gli elfi nell’accettare questi tre anelli del potere, anche se Galadriel non ne esce benissimo e sembra in parte essere quasi in contraddizione con il personaggio che ci era stato presentato l’anno scorso. È forse un problema che è frutto della natura prequel del progetto, in cui certe cose devono per forza accadere e se non si lavora con estrema precisione il rischio è di creare queste stonature.
Anche sul fronte dello Straniero e degli Harfoot le cose, ora che buona parte dei parenti lontani degli Hobbit si è separata, sembrano muoversi verso scenari più interessanti. In questa linea narrativa, poi, sono presenti vari riferimenti più che mai evidenti ai film di Peter Jackson – pensiamo a Poppy e Nori che si nascondono sotto il mantello in mezzo alle rocce per non farsi vedere. Anche l’ingresso in scena di un nuovo stregone antagonista, interpretato da Ciarán Hinds e che, se ci focalizziamo sulle sopracciglia, ricorda molto il Saruman di Christopher Lee, apre le porte a sviluppi interessanti.

C’è invece poco da salvare su Numenor, dove sulla carta lo scontro per il trono e i giochi di potere dovrebbero essere quanto di più vicino a House of the Dragon, ma il risultato purtroppo è molto deludente e distante anni luce dalla serie HBO. Se da un lato si ribaltano completamente le carte in tavola, dall’altra il modo in cui ci si è arrivati non è per niente soddisfacente, a causa anche di un gruppo di personaggi a cui al momento è difficile affezionarsi, anche perché spesso risultato estremamente incapaci in quello che fanno (un po’ come gli elfi); Pharazôn, quindi, è forse davvero la persona più adatta a guidare i numenoriani.
Nonostante i toni più critici rispetto ad alcune linee narrative, nel complesso questa tripla premiere è un passo nella giusta direzione, e con un maggiore focus su Sauron – ma anche Adar, l’elemento originale più riuscito del racconto – c’è davvero spazio per costruire qualcosa di davvero speciale. È ovviamente possibile che accada anche il contrario e che The Rings of Power non sfrutti al meglio le ottime idee e che si lasci trascinare e affondare dalle evidenti – ma non ancora irreparabili – problematiche che la contraddistinguono.
Voto 2×01: 7 ½
Voto 2×02: 7
Voto 2×03: 7

Il primo episodio mi è piaciuto, proprio piaciuto. Non solo l’aspetto audiovisivo, ma anche i dialoghi mi sembrati all’altezza. Il secondo un pochino meno, il terzo è quello che più si avvicina al livello della prima stagione.
Comunque per ora meglio di quanto mi aspettassi
Bah, non vedo passi in avanti, anzi; il rapporto fra scrittura e impianto visivo continua ad essere fortemente sbilanciato a sfavore della prima e in diversi momenti risulta essere piuttosto noioso, il primo episodio in particolare. Peccato anche per il recasting di Adar.