
Seguendo da vicino la struttura del secondo capitolo videoludico firmato da Naughty Dog, la serie raddoppia il proprio baricentro: se nella prima stagione tutto era filtrato dalla relazione tra Joel ed Ellie, qui il punto di vista si spezza e si moltiplica, permettendo a nuove soggettività di emergere. È Abby, interpretata da Kaitlyn Dever, a occupare il centro della scena – anche se si vede molto poco, ma la sua presenza è ingombrantissima – assieme alla Ellie di Bella Ramsey, in un gioco di specchi crudele e profondamente umano che trasforma l’intera stagione in una lunga meditazione sulla vendetta, la colpa e il trauma.
Rispetto alla compattezza quasi episodica della prima stagione, questa stagione di The Last of Us frammenta la propria struttura, si concede flashback stratificati, ellissi e cambi di ritmo repentini, abbracciando una grammatica che sembra riflettere la disgregazione emotiva dei personaggi. La stagione si apre con la morte brutale di Joel, evento che per Ellie rappresenta non solo la perdita di una figura paterna, ma anche l’esplosione definitiva del proprio mondo emotivo. Da quel momento in poi, tutto diventa vendetta, anche se la ragazza sa bene cosa ha fatto Joel e il perché dell’azione violenta di Abby: in cuor suo sa che, seppur sbagliata, la violenza di Abby è in qualche modo giustificata. Eppure Ellie decide di andare avanti, esattamente con lo stesso spirito di Joel quando ha deciso di salvarla: per puro egoismo.

La morte di Joel, rapida e spiazzante, è un atto narrativo violento quanto quello compiuto da lui nel finale della prima stagione. Non c’è pathos, non c’è epica: solo una crudeltà secca, quotidiana, che destabilizza lo spettatore e sovverte le aspettative. In questa scelta sta forse il gesto più politico della serie, che rifiuta la logica del protagonista intoccabile e impone una riflessione sul concetto stesso di giustizia. Joel muore perché ha ucciso, perché ha mentito, perché ha amato. La sua morte è il detonatore di tutta la stagione, ma non ne rappresenta il centro: è solo l’inizio di una discesa nell’abisso da parte di Ellie, che non cerca vendetta per un “padre perfetto”, ma per un uomo profondamente imperfetto.
Se Ellie è l’incarnazione della perdita e della rabbia, Abby è il volto della colpa e della giustificazione. Il contrasto tra le due è fisico, psicologico, morale. La storia ci presenta due donne dilaniate dalla perdita, incapaci di perdonare e – forse – di perdonarsi. Il loro conflitto (a distanza per tutta la stagione), raccontato senza fretta e con uno sguardo chirurgico, si carica di una tensione che non esplode mai davvero, ma che accompagna lo spettatore in ogni episodio, come una ferita aperta che pulsa sotto la superficie.
In questo senso, The Last of Us si conferma una delle poche serie contemporanee in grado di trattare la violenza senza estetizzarla. Le scene più dure non sono costruite per scioccare, ma per mostrare il peso reale delle azioni: corpi che crollano, occhi che si svuotano, sangue che non lava via nulla ma imbratta ogni tentativo di redenzione. Una violenza che diventa linguaggio, espressione ultima di una comunicazione impossibile tra individui ormai troppo feriti per parlarsi.

È un mondo dove le parole contano meno dei gesti, dove anche i dialoghi più sentiti sembrano incapaci di arginare la solitudine. Eppure, in mezzo a tanto disincanto, la serie trova spazio per piccoli spiragli di umanità: un abbraccio rubato, una battuta fuori luogo, un momento di intimità tra Ellie e Dina che riesce a restituire, per un attimo, la possibilità di una vita normale.
La verità è che questa seconda annata di The Last of Us non è stata “piacevole”, né vuole esserlo. È una stagione che chiede allo spettatore un coinvolgimento emotivo profondo, e che non offre ricompense facili. Nel farlo, la serie si espone, rischia, e in alcuni momenti inciampa: la costruzione dell’ultimo episodio risente forse di un’eccessiva velocità, e alcune transizioni temporali risultano meno efficaci rispetto alla fluidità del resto dello show. Ma si tratta di imperfezioni che non compromettono la coerenza dell’opera, anzi: ne accentuano la natura disturbante, anti-narrativa, quasi ossessiva.
La seconda stagione di The Last of Us quindi è un racconto sul trauma, sulla difficoltà di vivere con se stessi, sul peso delle scelte e sull’impossibilità del perdono. Ellie e Abby non sono eroine, non rappresentano modelli: sono corpi e anime spezzate, che cercano nel dolore altrui una forma di pace che non arriverà mai. Ed è in questo rifiuto di offrire risposte, in questa scelta consapevole di restare nel grigio, che la serie trova la propria forza.
In un panorama televisivo dove le emozioni vengono diluite e le sorprese calcolate, The Last of Us si conferma un’eccezione importante: non perfetta, ma necessaria. Un racconto dove il concetto di sopravvivenza viene superato e raggiunge un altro livello, probabilmente ancora più crudo e di difficile manegevolezza. Un racconto che guarda dritto negli occhi lo spettatore e gli chiede: “Cosa saresti disposto a fare per amore?”
Voto: 8

Ricordo un vecchio corto inglese dove un ragazzo si muoveva in una metropoli semidistrutta, evitando agguati esplosivi e cecchini per poi riuscire a raggiungere un’arcade dove ad attenderlo c’era una piccola folla di fan; si scopriva così che era un campione di videogames, ma la cosa geniale che rese questo mini film indimenticabile per me, era il videogioco dove lui primeggiava: consisteva nell’avere la pazienza e il giusto tatto per compiere solo buone azioni, come ad esempio, aiutare un’anziana signora ad attraversare una strada. Geniale! Era un fulgido esempio di come un genere, che andava per la maggiore come il cyberpunk, potesse essere (ancora) originale. La fantascienza oggi racconta quasi esclusivamente scenari post-apocalittici oppure il multiverso e il risultato è un continuo e fastidioso “tutto già visto e detto”. The Last of Us, purtroppo, non è mai stata e mai sarà l’eccezione.
Le persone non si usano chi le usa corre dei rischi. Joel ha fatto bene a impedire l’uccisione e la cannibalizzazione di Ellie non importa il nobile motivo le persone non sono cose da usare e gettare come e quando ti pare, Il padre di Abby e le luci sono abbietti assassini in a sangue freddo come molti in questo serial, per ora non si capisce se Abby sapesse cosa stava facendo suo padre e se lo giustificasse ad esempio Ellie non ha giustificato Joel , Io invece avrei fatto lo stesso e spero che Abby la paghi comunque.
ciao
massimo
Ottima recensione,, Ste. Efficace, scritta bene, riflette la struttura di questa seconda stagione che ha un andamento ondivago e spiazzante, ma incatena l’attenzione dello spettatore alle suggestioni proposte. una fiction che non spettacolarizza la fine del mondo, ma ne restituisce l’orrore e la miseria quotidiana, tra città devastate, natura che si “mangia” gli spazi urbani e faide infinite tra i sopravvissuti.