
La serie Netflix dei fratelli Duffer ha avuto un successo culturale pressoché immediato. Ad oggi ha ancora un certo peso, eppure il proprio capitale nell’immaginario è andato un po’ a sfumarsi, anche per le rilevanti attese tra una stagione e l’altra, persino in un panorama televisivo che fatica a produrre stagioni ravvicinate come in passato. I pericoli di tutto ciò sono numerosi: non solo gli spettatori possono essersi dimenticati della storia principale, ma altre vicende esterne possono influenzare molto il prodotto finale. Si pensi a questa quinta stagione: i ragazzi protagonisti hanno passato da molto la pubertà e alcuni di loro hanno anche raggiunto una discreta fama personale; vederli come degli studenti liceali intorno ai 18 anni richiede una certa dose di coraggio.
Ciò nonostante, però, i Duffer sono riusciti in questi anni a mantenere il proprio show rilevante e importante. Nella quarta stagione, ad esempio, hanno dato una nuova vita a “Running Up the Hill”, una canzone che è saltata in cima alle classifiche dopo anni di parziale oblio. Di Stranger Things si continua a parlare anche per un panorama televisivo molto frammentato e che ha fortemente ridotto, post-Game of Thrones, la capacità di imporsi come fenomeno culturale collettivo e non solo diviso per nicchie. Questa quinta stagione, a giudicare da quanto visto finora, promette molto bene. Sono quattro gli episodi di questa prima parte: in una mossa che sconfessa la strategia di binge watching per cui Netflix è famosa, la serie è divisa in ben tre blocchi. Oltre a questi episodi, infatti, ce ne saranno tre a Natale e l’ultimo conclusivo alla vigilia di Capodanno. È quindi impossibile avere un senso completo di che cosa sarà questa stagione finale della serie di punta di Netflix, ma possiamo farci delle idee. Alcune sfide fondamentali si vedono già dall’inizio: il cast si è ingrandito a dismisura e c’è una certa difficoltà a mantenere tutti i personaggi presenti e attivi all’interno dei quattro episodi. Il ruolo stesso di El è in parte diminuito, seguendo un filone che s’era già visto con la scorsa stagione. Il suo personaggio è ancora rilevante nel grande disegno delle cose, ma l’attenzione (e la precisione) della scrittura è su altri personaggi e dinamiche.

Se c’è una cosa un po’ tutti concordano è che Stranger Things ha fatto della nostalgia il proprio punto forte. Il mondo tratteggiato dai fratelli Duffer è vivissimo, sembra direttamente uscito dagli anni Ottanta di cui replica non solo la forza estetica ma anche un certo modo di raccontare le proprie vicende. La trama generale sempre più complessa non perde quello spirito avventuroso alla Spielberg che aveva già caratterizzato le stagioni precedenti. Anche qui troviamo piani improbabili e un po’ assurdi eseguiti alla perfezione (nella resa scenica, s’intende), e una costante ironia che si alterna a momenti di azione più spinta. La patina estetica e musicale che domina il racconto della serie si sposa con ancor più efficacia con i costanti contatti con le stagioni precedenti (anche se, c’è da dire, gli spettatori hanno davvero bisogno di flashback che possano ricordar loro eventi precedenti). Ecco, quindi, che gli eventi passati – soprattutto quelli della prima stagione – vengono costantemente richiamati alla memoria con parallelismi piuttosto espliciti ma che aiutano a creare un senso di circolarità e nostalgia per l’innocenza perduta di bambini costretti a crescere troppo rapidamente.
La scrittura autoriale non abbandona quello che è il suo punto di forza, ovvero un racconto basato più sui propri personaggi che sulla trama generale in sé. Dei molti filoni narrativi che si elaborano in questi episodi, ce ne sono due che si dimostrano fondamentali. Da un lato, c’è il rapporto tra El e Hopper rafforzato da un parallelismo famigliare che ricorda (sotto altri punti di vista e con altri risultati) quanto narrato in The Last of Us. Hopper, che aveva perso la figlia, vede nel suo rapporto con El un riaffacciarsi di quei sentimenti e di quel senso di protezione che rischia a volte di diventare un ostacolo nella loro battaglia contro Vecna e l’esercito. Allo stesso tempo El ha avuto ciò che Henry non ha avuto mai, ovvero un senso di famiglia e di appartenenza; eppure, sa che in questo momento le serve qualcos’altro, ovvero concentrarsi nella sua missione per essere finalmente libera dall’oppressione del suo passato. I due faticano a trovarsi in sintonia, almeno finché non accettano i rispettivi ruoli. La conclusione di questa parte di trama con il ritrovamento di Kali (numero 8) potrà complicare questo rapporto, o più probabilmente creare un nuovo equilibrio.

Come si diceva, gli eventi della serie sono molti altri: continua il noiosissimo triangolo amoroso Nancy-Jonathan-Steve, la parte più debole della serie; Max è ancora in coma, anche se la sua mente si è praticamente fusa con le memorie di Henry/Vecna e cerca di uscirne e salvare Holly. Menzione speciale a Karen, che pur non riuscendo a salvare la figlia dalle grinfie del Demogorgone, dà vita a una delle scene più epiche e appassionati della serie. Nel frattempo, Vecna rapisce bambini per usarli nella costruzione di un mondo diverso, mentre Dustin fatica ad elaborare la morte di Eddie, anche se questo lo rende la preda dei bulli della scuola e lo allontana dai suoi amici. Insomma, c’è tanta carne al fuoco, ma il focus della serie non si perde inseguendo tanti filoni narrativi diversi.
Quello che rende anche questo ritorno di Stranger Things di grande efficacia è la capacità di creare ritmo, suspence, passaggi interessanti e un universo narrativo che sembra sempre molto vivo. In altre parole, guardando Stranger Things ci si diverte, pur consapevoli delle falle che si possano trovare qua e là. Se, però, l’obiettivo dell’ultima stagione è quella di chiudere i fili narrativi aperti quasi dieci anni fa, allora sembra chiaro che gli autori abbiano un piano in mente. A chiusura di questi quattro episodi il divertimento e lo spettacolo non mancano e lasciano sperare per un quartetto di episodi finali assolutamente esplosivi.
Voto: 8

Dopo (troppi) anni di attesa, il primo blocco della quinta stagione di Stranger Things lascia più dubbi che entusiasmo. L’operazione nostalgia, che aveva reso iconiche le prime stagioni, appare ormai forzata e ripetitiva: i continui richiami agli anni ’80 e ai vecchi episodi non bastano a mascherare una scrittura che fatica a trovare freschezza.
La vita che continua ad Hawkins come se niente fosse, dopo che i militari hanno letteralmente messo un “cerotto” sulla crepa creata sul finale della 4^ stagione, ha dell’assurdo. Ma veramente nessuno si chiede cosa è successo?!
Il finale di questo primo blocco è sicuramente notevole, ma secondo il mio modesto parere, rimane una serie sopravvalutata.
Dopo un’attesa fin troppo lunga, il primo blocco della quinta stagione di Stranger Things lascia più perplessità che entusiasmo. Quella che un tempo era la forza della serie – l’operazione nostalgia – oggi appare stanca e ripetitiva: i continui richiami agli anni ’80 e agli episodi passati non riescono a nascondere una scrittura che fatica a ritrovare originalità e freschezza.
La quotidianità che prosegue ad Hawkins come se nulla fosse, nonostante i militari abbiano letteralmente “tappato” la crepa lasciata dal finale della quarta stagione, rasenta l’assurdo. Possibile che nessuno si chieda davvero cosa sia accaduto?
Il finale di questo primo blocco ha sicuramente un impatto notevole, ma nel complesso la serie continua a sembrare sopravvalutata: più attenta a rievocare il passato che a costruire un presente narrativo solido e convincente.