
La serie apre con il ritrovamento di un cadavere in un lussuoso appartamento di Boston: un corpo quasi totalmente decomposto, al punto da non poterlo identificare. Prende avvio così l’indagine da parte della polizia e la narrazione, che riporta a 56 giorni prima del ritrovamento.
Fin dai primi minuti è evidente come 56 Days voglia costruire un clima di sospetto costante, in cui ogni dettaglio e sfumatura possono assumere diversi significati a seconda del punto di vista. Segreti, bugie e identità nascoste sono tra gli elementi che caratterizzano entrambi protagonisti, Oliver (Avan Jogia) e Ciara (Dove Cameron), le due figure che reggono buona parte dell’impalcatura narrativa dello show.
Il centro della serie risiede infatti nella relazione che si crea tra i due, che viene raccontata parallelamente all’indagine, attraverso una serie di flashback: una coppia che si forma quasi per caso, almeno in apparenza. La loro storia nasce come un incontro fortuito, un flirt che si trasforma rapidamente in convivenza, ma nella prima puntata è chiaro che Oliver nasconda qualcosa. Questa prospettiva si ribalta nel corso degli episodi successivi, con la consapevolezza che anche Ciara non sia la ragazza innocente che appare. Entrambi hanno personalità oscure e ambigue, che ci trascinano in un alternarsi di raggiri e intrighi in cui è difficile capire chi stia manipolando chi.
Ciò avviene grazie a una costruzione dei personaggi ben riuscita: Oliver è enigmatico, chiuso in sé stesso, con evidenti drammi interiori e problemi psicologici, ed è costantemente sospeso tra i ruoli di vittima e carnefice. La sua caratterizzazione, il suo modo di osservare Ciara con un misto di affetto e inquietudine, il suo passato burrascoso sono tutti elementi che contribuiscono a creare un personaggio indecifrabile. Ciara/Megan, invece, è una figura più stratificata di quanto sembri inizialmente; la sua doppia identità non è solo un espediente narrativo, ma un modo per esplorare la fuga da sé stessi e la necessità di reinventarsi per fini più grandi. Anche lei è una potenziale vittima e colpevole, e la serie riesce a rendere credibile anche il suo conflitto interiore, mostrando come la paura, il desiderio di proteggersi e la sete di vendetta possano portare a scelte moralmente discutibili.

La scrittura è in generale solida, anche se non priva di momenti di stallo. La struttura a salti temporali, che alterna presente e passato, è gestita in modo da mantenere viva la curiosità ma anche da seguire lo show senza difficoltà. Il mistero centrale – con l’omicidio e il cadavere ignoto – è costruito in modo efficace, con indizi disseminati nel corso degli episodi che sembrano puntare verso Oliver, poi verso Ciara, ma anche verso tutti i personaggi vicini ai due primari che vengono via via presentati. L’alternarsi di ipotesi e depistaggi è uno degli aspetti più avvincenti della serie, perché costringe a rivedere le proprie conclusioni continuamente.
Nella visione di 56 Days è inevitabile pensare a You, una delle serie Netflix di maggior successo negli ultimi anni. I parallelismi ci sono e sono evidenti: protagonisti sospetti, una storia d’amore che nasconde ossessioni e segreti, una narrazione che gioca con il punto di vista dello spettatore. Tuttavia, 56 Days si distingue per un approccio meno sensazionalistico, più realistico e autoconclusivo. Inoltre in questo caso non c’è una voce narrante che giustifica o distorce la realtà, né un protagonista che diventa un anti-eroe carismatico. Mentre You estremizza i comportamenti dei personaggi fino a renderli caricaturali, 56 Days mantiene un tono più sobrio, più vicino al dramma psicologico.

Un altro elemento da evidenziare è il suo distanziarsi dal romanzo originario; la storia è abbastanza fedele, ma la cornice della vicenda è completamente diversa. Infatti le sceneggiatrici hanno adattato il romanzo spostando l’ambientazione da Dublino a Boston e togliendo ogni riferimento al Covid e al lockdown, che nel libro fanno da sfondo all’intera narrazione. Questo porta a un cambiamento totale del contesto, l’elemento che avrebbe potuto differenziare maggiormente 56 Days da prodotti simili.
Uno degli aspetti più riusciti è invece la capacità di far sembrare plausibile che la vittima e il colpevole possano essere chiunque. Il continuo ribaltamento di prospettiva è ciò che rende 56 Days avvincente, perché anche quando si pensa di aver capito tutto, un dettaglio o un flashback rimettono tutto in discussione.
Nonostante le premesse, 56 Days propone una conclusione positiva; i protagonisti, pur pagando il prezzo delle loro azioni con la necessità di sparire e cancellare le loro vite, trovano una forma di risoluzione che non passa attraverso la tragedia totale. Le storie personali di Oliver e Ciara e dei due detective si intersecano qui ulteriormente con una risoluzione del caso favorevole e liberatoria per tutti. È una scelta che può dividere, perchè da un lato c’è chi apprezza la volontà di offrire una chiusura più umana, dall’altro chi avrebbe preferito un epilogo più cupo e coerente con il tono generale del racconto.
Nel complesso, 56 Days è un prodotto che, pur non rivoluzionando il genere, offre un’esperienza coinvolgente e ben costruita. La sua forza risiede soprattutto nei protagonisti ben caratterizzati, nella loro chimica e in una trama che – pur con qualche imperfezione – mantiene alta la tensione fino alla fine, infatti solo nell’ultimo episodio viene svelata l’identità del cadavere, del colpevole e la dinamica dell’omicidio. Una visione consigliata soprattutto per gli amanti dei thriller psicologici e delle storie costruite su segreti, identità nascoste e relazioni ambigue.
Voto: 7
