
Cosa succede, però, se si decide di dare nuova vita alle icone, ad esempio introducendo un nuovo cantante che andrà in tour con i Queen o proponendo un recast non tradizionale di Bond? Si crea una scissione fra chi vuole mantenere lo status quo e chi invece si sente pronto al cambiamento. Così, quando girano voci che uno semisconosciuto attore di origini pakistane è in lizza per essere il nuovo James Bond, in Inghilterra scoppia il caos. Sono queste le premesse di Bait, la nuova miniserie targata Prime Video e creata dal premio Oscar Riz Ahmed, nella quale ricopre anche il ruolo di protagonista.
Il caos generato dalla fuoriuscita delle foto di Shah Latif, protagonista della serie, mentre esce dalla sede per le audizioni per il nuovo Bond attinge estremamente al reale. Nel corso degli ultimi anni, infatti, ci sono stati numerosi annunci di recast di icone cinematografiche, il più recente si è avuto con la nuova serie TV di Harry Potter dove sia Piton sia Hermione sono interpretati da attori di colore, ognuno dei quali è stato accolto con numerosi dibattiti, più o meno costruttivi.
Vi è sempre una componente di pubblico estremamente conservatrice ed avversa a questo tipo di cambiamenti, rappresentata nella serie da hater online e da persone che hanno attivamente minacciato Shah e la sua famiglia, ma anche una parte del pubblico aperta ad un dialogo, che in Bait assume le fattezze dell’ex fidanzata del protagonista, Yasmin, la quale scriverà un articolo criticando la scelta di Shah di interpretare un simbolo dell’Inghilterra colonialista.

Allo stesso modo, come discusso anche da Yasmin nel suo articolo, nel caso in cui Shah accettasse il ruolo di Bond potrebbe sembrare un passo avanti, perché finalmente un attore di origini pakistane interpreterebbe un ruolo fondamentale della cultura britannica, ma in realtà andrebbe semplicemente ad occupare un posto non suo. Non vi sarebbe nulla di progressista nell’interpretare il simbolo di un paese che continua a giudicarli come estranei, nonostante vi siano intere generazioni nate e cresciute nel Regno Unito, e che ha sfruttato per secoli il loro popolo durante l’epoca colonialista; semplicemente Shah andrebbe ad inserirsi nelle loro narrazioni alla ricerca di un’accettazione che non arriverà mai davvero.
Il tema dell’appartenenza, sia alla propria comunità sia ad un paese che fatica ad accettare e riconoscere la propria multiculturalità, sono cari a Riz Ahmed, il quale li ha affrontati in numerose sue opere, sia cinematografiche che musicali, come ad esempio in The Long Goodbye: un concept album accompagnato da un cortometraggio vincitore di un Oscar nel 2022 che affronta la relazione storica e contemporanea del Regno Unito con il Sud Est Asiatico e gli asiatici britannici, descritta attraverso la metafora di una relazione sentimentale violenta.

Il cast corale che circonda Ahmed durante gli episodi, composto da attori asiatici britannici più o meno noti al grande pubblico, riesce egregiamente a tenere testa al premio Oscar regalando momenti intensi ed esilaranti, nonostante avrebbe giovato di maggiore spazio, dato che le loro storie personali non vengono sviluppate davvero e rimangono solo accennate e sussurrate nel mezzo delle varie crisi di Shah.
Il fulcro della serie è infatti solo il protagonista, che attraversa una crisi esistenziale che lo accompagna per tutti e sei gli episodi, analizzando il tema dell’appartenenza sia da un punto di vista comunitario sia identitario. Dalla prima scena, nella quale Shah buca l’audizione per Bond, inizia la sua discesa verso la follia. L’ennesimo fallimento comporta per il protagonista non solo un aggravarsi della sua precaria condizione economica ma anche l’ennesimo disattendere delle aspettative della propria famiglia, spingendolo in uno stato di confusione e paranoia che guida tutte le scelte sbagliate che prenderà: dall’inseguire la propria ex per chiedere spiegazioni sull’articolo che ha scritto all’insultare tutta la sua famiglia durante le festività di Eid.

Sogna risoluzioni drastiche, come uccidere i propri familiari, nella speranza di porre fine al proprio dolore e potersi concentrare finalmente sull’occasione della vita, senza rendersi conto che, in realtà, non è ciò che desidera nel profondo: nonostante i sogni e i tentativi di sabotare il rapporto con i suoi familiari, la sua mente sarà sempre focalizzata sul proteggerli e aiutarli. Si salverà e troverà la pace necessaria per portare avanti la sua audizione proprio nel momento in cui smetterà di scappare via dalle sue origini e accetterà i propri errori e l’affetto che la sua famiglia gli riserva.
Purtroppo, nel cercare di mantenere un ritmo della narrazione serrato, la serie non approfondisce alcune dinamiche familiari interessanti – ad esempio cosa è successo alla zia di Shah – che avrebbero potuto gettare luce su alcuni aspetti del carattere del protagonista che l’hanno portato a reagire così, andando invece solo a sottolineare le difficoltà insite nelle vecchie generazioni ad affrontare temi come le malattie mentali.
Non è semplice racchiudere Bait in una definizione lineare perché, proprio come coloro che provengono da contesti multiculturali, è una storia sfaccettata che racchiude in sé tutte le anime degli asiatici britannici: l’amore per la famiglia, per la religione e per la propria cultura d’origine e del paese nel quale sono nati e cresciuti. Come ogni opera, discorso, canzone creato da Riz Ahmed, Bait è un’analisi complessa della realtà che lo circonda e come tale non è perfetta – avrebbe infatti beneficiato, come già detto, di qualche approfondimento in più sui personaggi o su alcune sottotrame, come quella dell’agente di sicurezza appartenente ai servizi segreti – ma è viva e ricca di elementi interessanti. Una storia che catapulta lo spettatore con forza nella vita e nella mente del suo protagonista in un viaggio alla riscoperta di sé e delle proprie origini, creando un’opera universale ma allo stesso tempo unica nella sua esecuzione.
Voto: 7 ½
