
L’universo narrativo di The Boys è ormai saturo, ovvero sembra che abbia già detto tutto quello che aveva da dire e questi primi due episodi di quella che è la stagione finale della serie lo mettono in mostra in modo evidente. Se da una parte appare chiara la funzione re-introduttiva delle prime puntate è anche onnipresente la sensazione di aver già visto gran parte di quello che accade e di poterlo prevedere facilmente: insomma, era davvero necessario che questa quinta stagione fosse conclusiva per porre fine a storyline ormai dilungate negli anni senza giustificazioni. Perlomeno avremo così occasione, nel corso dei prossimi episodi, di vedere diversi – se non tutti – i personaggi ancora irrisolti arrivare a un dunque e concludere il loro percorso.
Il ritmo di questo inizio è meno incalzante di quanto ci si aspetterebbe visti i pregressi e, in generale, anche meno sorprendente rispetto ai picchi delle stagioni precedenti, ma in un certo senso più riflessivo. È sempre più evidente che il nucleo narrativo continui a risiedere nell’eterna lotta tra i due personaggi di Homelander e Butcher, ancora una volta antagonisti per eccellenza.

Dall’altra parte Butcher (Karl Urban) è più spietato e determinato che mai, consumato da una missione che lo pone in conflitto non solo con i Super ma anche con i suoi stessi compagni. La tensione con i Boys è anche ideologica, assistiamo infatti a uno scontro tra la visione estrema e concreta di Butcher che vuole eliminare tutto il marcio della Vought a costo di sacrificare anche se stesso e tutta l’umanità, e il resto della squadra – soprattutto Hughie (Jack Quaid) – che invece ha timore che il virus possa avere ripercussioni fuori controllo.
In questo senso i ruoli di Starlight e Kimiko sono fondamentali: Annie non è più solo la coscienza morale del gruppo ma diventa un agente sempre più attivo e lo stesso vale per Kimiko che acquista finalmente una sua voce. Entrambe si mostrano pronte a sacrificarsi, come fa a sua volta A-Train. Quest’ultimo completa già in queste puntate il suo arco narrativo e lo fa con una redenzione e una degna chiusura circolare. Memore di aver investito e ucciso la fidanzata di Hughie nel pilot dello show, infatti, cade nelle mani di Homelander proprio per evitare di uccidere nuovamente una persona innocente. A-Train ha così un suo riscatto, a differenza di The Deep, un personaggio che finora è sempre stato ambiguo ed egoista, anche se non è escluso che possa essere raggiunto da un’estrema illuminazione e che anche lui possa ottenere un lieto fine.
Accanto a loro vediamo personaggi secondari diventare sempre più centrali: Ashley nel ruolo di vicepresidente e Sister Sage sempre più potente accanto a Homelander. Le due in queste prime puntate hanno guadagnano spazio e peso narrativo: Ashley rappresenta sempre più la contaminazione tra i Super e il potere politico, un ponte inquietante che rende credibile la complicità istituzionale, mentre Sister Sage è il volto ideologico del nuovo ordine, che plasma il consenso e normalizza la repressione attraverso la cultura e la retorica.

Non è detto che l’esito sia lineare e da questo punto di vista la questione di Soldier Boy rimane un elemento destabilizzante: la sua non è una chiusura – lo vediamo infatti “risorgere” nell’ultima scena di Teenage Kix – e questo aggiunge un ulteriore livello di incertezza ed esplosività alla stagione perchè la sua presenza potrebbe riaccendere conflitti e complicare i calcoli di tutti i protagonisti.
Sul piano stilistico e di ritmo è giusto ammettere che questi due episodi risultano, come già accennato, lenti e ripetitivi: la serie ripropone temi già esplorati come propaganda, disinformazione e resistenza, che danno una sensazione di stanchezza creativa e mancanza di nuove idee. Tuttavia, giunti alla quinta stagione, è comprensibile che gli autori vogliano chiudere archi narrativi complessi e dare spazio a diversi personaggi, quindi sarebbe giustificata un’attenzione più ampia alla preparazione delle chiusure a discapito della ricerca continua dell’effetto sorpresa. The Boys conserva comunque la capacità di colpire quando decide di farlo: alcune sequenze e dialoghi ci ricordano perché lo show sia diventato un punto di riferimento per la satira sociale e la critica dei media anche se sono solo alcuni highlights un inizio di stagione sottotono.
Un elemento positivo da sottolineare è invece, ancora una volta, la capacità di The Boys di portare in scena il proprio universo in modo drammaticamente vicino alla nostra realtà attuale. In questi primi due episodi vediamo centri di detenzione e AI, ma anche Super “influencer” su TikTok, la disinformazione strumentalizzata e persino il deep fake. Visti come temi di un prodotto seriale di finzione sembra sempre tutto distopico, ma guardando con occhio più critico ci si rende conto che sono molto più aderenti al mondo reale di quanto non sembri.

In tutti gli scenari il fantomatico virus verrà prima o poi impiegato in modo mirato, e due esiti sembrano narrativamente interessanti: un fallimento totale che metta in discussione la legittimità della lotta stessa oppure un esito positivo che scateni una spirale di violenza e vendetta. Entrambe le opzioni permetterebbero di esplorare le implicazioni etiche con connessioni che cambiano la prospettiva sugli eventi precedenti e costringono i protagonisti a fare i conti con le proprie azioni.
In conclusione l’inizio della quinta stagione di The Boys svolge il compito di porre le basi per terminarla sebbene mostrando il fianco in più di un’occasione: la speranza è quella di assistere a un finale che sia coerente, emotivamente soddisfacente e capace di chiudere tutti i conti in sospeso e le storyline con efficacia, con la stessa lucidità critica con cui lo show ha messo a nudo i meccanismi del potere nel corso degli anni.
Voto: 6 ½
