
Assistiamo a un lavoro di equilibrio sottile per lo show che non rinuncia al sorriso ma che costruisce la sua forza narrativa attorno a un dolore collettivo che non è un momento isolato ma una mancanza che riformula prospettive, abitudini e priorità. Se la prima stagione aveva raccontato di un gruppo di amici con ricordi e piccoli rituali comuni “sconvolti” dalla presenza di Ginny – la nuova e più giovane fidanzata di Nick – la seconda costringe i protagonisti a fare i conti con un vuoto difficile da colmare nella quotidianità, spingendoli a confrontarsi con scelte che sembravano impensabili.
Il ritmo è rapido eppure la serie trova spazio per pause emotive che permettono allo spettatore di respirare e riflettere. Lo schema si ripete, anche in questo caso troviamo otto puntate brevi, disposte in coppie che scandiscono il corso delle quattro stagioni. Ogni atto è una sorta di tappa temporale che permette di mostrare l’evoluzione dei protagonisti nell’arco di un intero anno senza appesantire la narrazione né diluirla eccessivamente.
La forza di The Four Seasons risiede nella capacità di rendere centrali tutti i personaggi, esplorandone le rispettive vicende. Così Ginny e Anne, Jack e Kate, Danny e Claude sono tutti comprimari di un percorso che li vede cambiare insieme e separatamente. La gravidanza di Ginny e la nascita del bambino diventano un elemento che non solo ricorda Nick, ma riorganizza il gruppo: il bambino è un legame tangibile con il passato, ma anche un motivo per guardare avanti.
L’inaspettata integrazione di Ginny porta una nuova dinamica che richiede negoziazioni, porta gelosie e piccoli cambiamenti. La ragazza non diventa il centro della storia ma la sua maternità è tra i catalizzatori che mettono in luce la capacità di adattarsi, di assumersi responsabilità e di ridefinire i ruoli. Non troviamo la retorica della redenzione facile, infatti Ginny compie passi incerti, sbaglia, riceve aiuto, e proprio in questa imperfezione trova la sua verità.

Il suo rapporto con Ginny, dopo un inizio turbolento, si sviluppa nel corso di questa stagione in una dinamica di co-dipendenza e cura reciproca. La svolta avviene solo quando entrambe ritrovano il proprio equilibrio e la consapevolezza di dover separare le loro strade per proseguire con le rispettive vite, pur restando amiche e confidenti. La scelta di Anne di restare in Italia aggiunge una nuova sfumatura al rapporto, non un allontanamento ma un ritrovare se stessa: questa decisione chiude il suo arco narrativo con una nota di autonomia, una scelta dettata dalla necessità di dare una svolta definitiva.
Kate, interpretata da Tina Fey, è invece il centro creativo della serie: Fey non è solo volto e voce di Kate, ma anche ideatrice dello show. La sua voce si sente nella scrittura e nell’interpretazione del personaggio, ironico, tagliente, ma anche profondamente umano. La crisi di mezza età che attraversa la coppia Jack-Kate è una delle storyline più interessanti della stagione: la routine, le aspettative, la paura di perdere slancio personale e di coppia emergono in scene che oscillano tra il comico e il doloroso. Kate non è immune alla morte dell’amico, ma la sua reazione è filtrata da un pragmatismo che a volte la rende distante. Proprio questo contrasto tra apparenza e fragilità riesce a rendere il suo personaggio credibile. L’attrice riesce a dosare battute e silenzi, a far emergere la stanchezza di chi ha vissuto molto e si interroga su cosa resti da costruire.

Per Danny e Claude invece questa stagione è contrassegnata da ripetute crisi di coppia in cui la comunicazione si inceppa e i rancori emergono. Non ci sono conflitti vuoti al contrario le tensioni sono radicate in paure reali: la perdita delle persone care e il tempo che passa, la sensazione di non essere all’altezza, il confronto con scelte non fatte, la decisione del trasferimento in un altro paese. I due non trovano soluzioni immediate, ma compiono piccoli passi tra progressi e regressioni. È interessante come la serie usi la crisi di mezza età non come cliché comico, ma come terreno di esplorazione emotiva per mettere in discussione ruoli e aspettative.
Il tono comico rimane comunque un elemento fondamentale, infatti The Four Seasons non rinuncia all’ironia; tuttavia la commedia non è mai gratuita, ma rappresenta uno strumento per esplorare la fragilità umana e mostrare come l’umorismo possa essere una strategia di sopravvivenza . Questo equilibrio tra comedy e introspezione è uno dei punti di forza della stagione, permette una visione lineare e piacevole, senza cadere nella superficialità e permettendo di affrontare temi come lutto, genitorialità e identità adulta. La scrittura si divide tra battute fulminee e silenzi interiori, mentre la struttura episodica consente di seguire la trasformazione collettiva, che avviene seguendo la naturale progressione degli eventi.
La scelta di dedicare una puntata a un flashback nel periodo Covid è una trovata che funziona perché inserisce il contesto pandemico non come espediente, ma come elemento che dà senso ad alcuni passaggi e spiega degli elementi rimasti in sospeso, aiutando a radicare la storia in una realtà condivisa. Quell’episodio garantisce un momento di contesto che aggiunge profondità alla stagione rendendola più credibile e coerente.

La regia e la fotografia, soprattutto nelle sequenze italiane, aggiungono un valore simbolico: l’Italia non è solo uno sfondo diverso, ma luogo di riscoperta e di possibilità.
Nel complesso The Four Seasons si conferma godibile, intelligente e ben scritta, capace di trattare temi profondi senza rinunciare alla risata. Il gruppo è il vero cuore dello show: la morte di Nick non è un colpo di scena fine a sé stesso che conclude la prima stagione ma il motore che spinge i personaggi a interrogarsi, evolversi e ricostruirsi, senza tradire il loro “io” originale. Le crisi di mezza età, le scelte di vita e la riscoperta di sé sono trattati con sensibilità, con un finale che lascia aperte strade per una futura terza stagione ma che è potenzialmente conclusivo.
Voto: 8
