
La scorsa annata della serie FX si era conclusa con un confronto/scontro, resosi ormai necessario per avere una qualunque possibilità di sopravvivere, e soprattutto con la decisione di Carmy di abbandonare quel mondo che lo aveva salvato e dannato al tempo stesso. Dopo un episodio speciale, “Gary”, uscito a maggio e incentrato su un viaggio di qualche anno prima di Richie e Mikey in Indiana, questo ultimo capitolo (disponibile su Hulu e Disney+) si apre sul giorno successivo alla decisione di Carmy e ci rimane per sette episodi, con una quasi-bottle season che si prende solo l’ultima puntata per mostrarci ciò che accade nelle settimane dopo. Si tratta di una scelta interessante, e non solo perché in linea con lo zeitgeist televisivo contemporaneo à la The Pitt; la decisione di concentrarsi su un unico turno di lavoro in una giornata in cui tutto va storto (dal meteo al locale allagato, dalle provviste che scarseggiano alle divise da buttare) è esattamente quello che ci serve per osservare l’ultimo tassello dell’evoluzione della “famiglia Bear”, secondo un criterio che arriva direttamente dalle teorie psicologiche degli ultimi quarant’anni e che si concentra sul concetto di ricaduta.

Se si considera dunque questa stagione come la necessaria ricaduta che permette a tutti i Berzatto (di nome e di fatto) di mettersi alla prova e di mostrare a se stessi e l’uno all’altro quanta distanza ci sia tra loro e i loro fantasmi, allora forse si può capire meglio perché questa sia praticamente una bottle season: perché c’è bisogno di vedere ripetersi ogni singola occasione per poter tracciare la differenza; perché alcuni eventi saranno affrontati da subito in modo diverso dal passato, mentre altri scateneranno trigger non ancora sanati, che saranno tuttavia superati grazie al collante che tiene insieme tutto – che, di nuovo, non è il ristorante, ma è la famiglia.
Che questa sia una rievocazione del passato è chiaro da subito, anzi, ci viene proprio sbattuto in faccia: l’esplosione dei tubi nel primo episodio, “Soda”, danneggia le divise di tutti, e l’unica cosa che si salva è il merchandising del The Beef, quello con l’errore di stampa (The Berf) ormai diventato iconico. I personaggi indossano letteralmente i panni del passato, ma mettono in scena qualcosa di molto diverso, che li porterà a confermare a se stessi e reciprocamente quanto siano cambiati grazie soprattutto al loro legame. Non solo: quella macchina del demonio che è stato il timer di Computer nella scorsa stagione viene fatto ripartire da Sydney, a indicare simbolicamente come, toccato il fondo, si possa perlomeno provare a darsi la possibilità di risalire.



È stato bello perché tutti hanno partecipato, e non solo perché fisicamente presenti: nel dover riarrangiare le portate stando nei dieci minuti necessari per servire tutti, Marcus si inventa una focaccia con lardo che tutti preparano come una catena di montaggio, i cavolini di Bruxelles di Tina diventeranno il piatto (“Family Meal”) che salverà un’imperdonabile attesa, e persino Sugar si ritroverà a preparare una polenta all’ultimo, essenziale per un piatto di cui parleremo. Ma è impossibile non aggiungere come la partecipazione di ogni singola persona sia riversata tanto su Dearborn, quello che credono sia lo “star man”, quanto sul padre di Marcus, a cui è dedicato il dolce da cui prende il nome l’episodio “Caramel”, dessert con una delle trovate culinarie più potenti della serie.
Ma non è solo la partecipazione: è la collaborazione a lasciare il segno, soprattutto nel continuo chiedersi “come stai?” e nel supporto che viene dato in particolare a Carmy e a Sydney. Quando a chef Berzatto, dopo uno sfarfallio di luci, cade il piatto con l’ultimo pezzo di agnello, destinato a Dearborn, sembra arrivato il momento che si aspettava: la crisi, i traumi che riemergono, le urla contro tutti, il panico. Ma non succede. Richie e Syd, come due colonne portanti, riportano l’uomo alla realtà: “Cousin. We got you” e “Do you trust me?” sono le due frasi che creano quell’ambiente sicuro che Carmy non ha mai sentito di poter avere in una cucina. La sensazione, che si legge sul volto straordinario di Jeremy Allen White, è quella di aver deluso tutti, di essere visto per l’impostore che sente di essere: e invece è proprio nell’abisso che si scoprono i veri legami, quelli che salvano e che riportano a galla.

È stata una serata divertente perché nonostante tutto ci sono stati momenti epici, come la creatività di Marcus o la “brioche espressa” di Carmy; ci sono state risate liberatorie, come quella dopo l’insensato lancio di un uovo (il penultimo) da parte di Richie; c’è stata una fiducia riposta negli altri senza precedenti, da Neil che si occupa del tavolo più importante della serata a Richie che, con una scusa, manda via l’uomo arrivato a comprare l’orologio di Uncle Jimmy. Ma c’è stata anche la lite furibonda tra Marcus e Luca, causata dal senso di abbandono del primo per la partenza del secondo, che si conclude nella maniera più assurda, grazie a Tina e alla sua inaspettata forza.

Quelli di Richie, che abbiamo visto in maniera più estesa nell’episodio speciale, si trasformano in un “vorrei” nostalgico ma sereno, in cui l’uomo manifesta quanto avrebbe voluto che Mikey vedesse il loro successo; quelli di Syd, che nei momenti di tensione ricorda le liti ambientate in quella cucina, la spingono a reagire all’opposto, parlando con calma e spegnendo l’incendio prima che possa esplodere; e poi ci sono quelli di Carmy, in particolare quello che precede la decisione del piatto di Syd che agisce per l’uomo come la voce di un oracolo. Dopo aver capito di non poter usare il Wagyu perché piatto tipico di chef Terry, Carmen torna indietro con la memoria e rivede lei, il meraviglioso personaggio interpretato da Olivia Colman, affiancato però da ricordi di Syd in cucina: ed è grazie a quell’accostamento tra le due chef, mentori e amiche, che Carmy capisce quale sia la decisione da prendere
L’ultimo episodio, “The Original Beef of Chicagoland”, rappresenta la perfetta conclusione della stagione e della serie. Non si tratta di una puntata in cui si chiudono le storie dei personaggi, ma al contrario viene mostrato come da lì in poi si aprirà un nuovo capitolo per tutti loro, e non ci è dato di sapere tutto quello che accadrà al The Bear perché, di nuovo, questa non è la storia di un ristorante, ma di persone. La serie si chiude su personaggi che finalmente stanno bene non perché hanno due stelle Michelin, ma perché credono in loro stessi e nei loro legami; non è un caso che l’unica reazione mostrata alla notizia di Peter Clarke sia quella tra Syd e Carmy, perché quella era stata la loro promessa reciproca, il sogno che ha messo insieme due persone diverse che si sono completate a vicenda, l’obiettivo che sarebbe rimasto irraggiungibile se non avessero unito le loro forze e le loro ferite.

Al di là della scarsa credibilità del colloquio di Carmy (com’è possibile uno stage in uno studio di architettura solo perché si ha una grande passione per l’arte?) e persino dei suggerimenti del cugino Steven (perché mai i traumi familiari dovrebbero essergli utili in quel momento?), quell’incontro conoscitivo diventa l’occasione per un ultimo monologo, in cui come sempre Jeremy Allen White regala un’eccellente performance. Ripercorrendo tutta la giornata che abbiamo visto per sette puntate, Carmy capisce che non era il lavoro in cucina a metterlo in modalità sopravvivenza, ma i suoi traumi interiori uniti ad ambienti in cui veniva maltrattato, o a brigate a cui non permetteva mai di accedere al suo vero io. La sofferenza interiore mai elaborata, partita come sappiamo da molto tempo prima della morte di Mikey, lo aveva portato a usare il lavoro in cucina come luogo per annullarsi, per non sentire “il disastro nella sua testa”, e persino a vedere nei colleghi dei meri strumenti per sopravvivere alla giornata.

È anche quel “sì” al progetto di Ebra senza neanche dover ascoltare i dettagli, per il semplice fatto che l’idea è ottima e che, soprattutto, Carmy ha imparato a fidarsi; il franchising del The Beef diventa la soluzione per salvare tutto e tutti, con buona pace dei diritti di sopraelevazione che costituiscono la storyline più debole di questa stagione. Si salva invece quella di Jimmy che affronta l’ultima parte del suo arco narrativo arrivando a constatare e ad accogliere quel ruolo di figura paterna per Carmy che ha in qualche modo sempre rifiutato.
Infine, a conferma di quanto già illustrato, la serie si chiude con un primo piano di Richie, che guarda felice fuori dal finestrino di un aereo mentre si dirige verso il tanto sognato Giappone con accanto Jess, la donna che lo ha reso di nuovo felice; non poteva che esserci lui nell’ultima inquadratura, perché si può dire senza timore di smentita che se tutti hanno partecipato alla rivoluzione del The Bear, senza il cambiamento di Richie niente di tutto questo sarebbe stato possibile.

Questa stagione ha avuto il pregio di farci vedere come si esce dalle spirali distruttive, permettendoci di assistere non alla ricostruzione ma alla rinascita di ciascuno di loro, regalandoci un finale calmo, sereno e aperto verso il futuro: tutto quello che The Bear non è mai stato, ma che ha sempre aspirato a essere.
Voto stagione: 9
Voto serie: 8½
