The Bear – Stagione 5


The Bear - Stagione 5Con la sua quinta e ultima annata, arriva a conclusione una delle serie TV più note e seguite degli ultimi anni, capace di lanciare i suoi attori protagonisti (già noti o sconosciuti) verso notevoli carriere e, soprattutto, di mettere in scena una delle più grandi illusioni ottiche dell’ultimo decennio televisivo: sfruttare il successo dei programmi di cucina per parlare, all’apparenza, del dietro le quinte dei locali di ristorazione, rappresentando in realtà una delle analisi più lucide e dolorose dei traumi familiari e della loro trasmissione generazionale. L’abbiamo già detto, ma vale sempre la pena di ripeterlo: The Bear non è la storia di un ristorante. E questa stagione ne è l’ultima e più concreta manifestazione.

La scorsa annata della serie FX si era conclusa con un confronto/scontro, resosi ormai necessario per avere una qualunque possibilità di sopravvivere, e soprattutto con la decisione di Carmy di abbandonare quel mondo che lo aveva salvato e dannato al tempo stesso. Dopo un episodio speciale, “Gary”, uscito a maggio e incentrato su un viaggio di qualche anno prima di Richie e Mikey in Indiana, questo ultimo capitolo (disponibile su Hulu e Disney+) si apre sul giorno successivo alla decisione di Carmy e ci rimane per sette episodi, con una quasi-bottle season che si prende solo l’ultima puntata per mostrarci ciò che accade nelle settimane dopo. Si tratta di una scelta interessante, e non solo perché in linea con lo zeitgeist televisivo contemporaneo à la The Pitt; la decisione di concentrarsi su un unico turno di lavoro in una giornata in cui tutto va storto (dal meteo al locale allagato, dalle provviste che scarseggiano alle divise da buttare) è esattamente quello che ci serve per osservare l’ultimo tassello dell’evoluzione della “famiglia Bear”, secondo un criterio che arriva direttamente dalle teorie psicologiche degli ultimi quarant’anni e che si concentra sul concetto di ricaduta.

The Bear - Stagione 5Se infatti, a un primo sguardo, ricadere in certi schemi sembra un passo indietro rispetto a un tracciato lineare, chi è all’interno di un percorso di terapia impara presto che un temporaneo peggioramento è non solo del tutto fisiologico, ma anche addirittura necessario: se la prima parte è facile da capire (cambiare vuol dire procedere per tentativi ed errori), la seconda risulta più ostica, anche ai più navigati tra i pazienti. Ritornare ai propri vecchi pattern, ricadere in situazioni da cui dovremmo aver imparato a tenerci alla larga, è un’azione tanto dolorosa quanto fondamentale, perché funge da opportunità di apprendimento: è solo ritrovandoci nella situazione in cui avremmo reagito nei soliti modi che possiamo finalmente mostrare a noi stessi quanto invece siamo cambiati, quanto le nuove strategie apprese ci consentano di affrontarla con un piglio diverso, forse imperfetto, ma di sicuro lontano da quello che abbiamo adottato per tanto tempo, in certi casi per una vita intera.

Se si considera dunque questa stagione come la necessaria ricaduta che permette a tutti i Berzatto (di nome e di fatto) di mettersi alla prova e di mostrare a se stessi e l’uno all’altro quanta distanza ci sia tra loro e i loro fantasmi, allora forse si può capire meglio perché questa sia praticamente una bottle season: perché c’è bisogno di vedere ripetersi ogni singola occasione per poter tracciare la differenza; perché alcuni eventi saranno affrontati da subito in modo diverso dal passato, mentre altri scateneranno trigger non ancora sanati, che saranno tuttavia superati grazie al collante che tiene insieme tutto – che, di nuovo, non è il ristorante, ma è la famiglia.
Che questa sia una rievocazione del passato è chiaro da subito, anzi, ci viene proprio sbattuto in faccia: l’esplosione dei tubi nel primo episodio, “Soda”, danneggia le divise di tutti, e l’unica cosa che si salva è il merchandising del The Beef, quello con l’errore di stampa (The Berf) ormai diventato iconico. I personaggi indossano letteralmente i panni del passato, ma mettono in scena qualcosa di molto diverso, che li porterà a confermare a se stessi e reciprocamente quanto siano cambiati grazie soprattutto al loro legame. Non solo: quella macchina del demonio che è stato il timer di Computer nella scorsa stagione viene fatto ripartire da Sydney, a indicare simbolicamente come, toccato il fondo, si possa perlomeno provare a darsi la possibilità di risalire.

The Bear - Stagione 5Tutto questo, però, non sarebbe stato possibile senza l’ultimo dei vizi di Carmy, la codardia; se infatti il “non più capo-chef” avesse risposto a quella telefonata nella prima puntata, o in una delle successive, tutti avrebbero scoperto di aver già guadagnato le famose due stelle assegnate da Peter Clark (un rimando eccezionale al terzo episodio della scorsa stagione, “Scallop”, che rivisto oggi porta davvero a domandarci come avessimo potuto dimenticare l’importanza di quell’ospite). Ma se l’avessero saputo, non ci sarebbe stato quel turno, folle e massacrante, impossibile per mancanza di ingredienti e per eccesso di ospiti; non ci sarebbero state le condizioni estreme che hanno portato tutti a mettere sul tavolo il loro meglio e le loro paure al tempo stesso, con la costante rassicurazione che qualcuno degli altri sarebbe stato lì, a illuminarli nei momenti positivi e a supportarli in quelli negativi. Paradossalmente, dunque, le stelle acquisite avrebbero impedito loro di misurarsi con il percorso svolto, vederne il cambiamento, constatare la solidità del loro gruppo e del loro legame; sarebbero andati avanti con una sicurezza acquisita dall’esterno, e non rafforzandosi dall’interno come invece accade proprio grazie a questa folle serata. Sarebbero stati forti di un entusiasmo certamente guadagnato, ma senza la ferma constatazione di quanto ciascuno di loro avesse in sé il potenziale di fare il mestiere e soprattutto di esserci; e lo stesso Carmy, come vedremo, non avrebbe colto fino in fondo la natura del suo rapporto con la cucina.

The Bear - Stagione 5Tutto quello che hanno vissuto ha portato a quel momento e non stupisce che a coglierne il significato sia il personaggio che più di tutti è cambiato dal pilot in poi: è Richie ad aver già fatto quel passo in più, nascosto tra attacchi di panico e apparenti mancanze di ispirazione. Sarà proprio lui a dire a Syd, in un discorso di una lucidità analitica disarmante, che quell’occasione e persino quella pioggia rappresentano una rinascita, che “everything that has ever happend in this room is informing this very moment”, ogni cosa successa ha portato alla creazione di quel preciso momento; ma soprattutto che le persone che sono state, sono e saranno in quel posto, e il loro amore non potranno permettere loro di fallire. Richie è il personaggio che più di tutti incarna il cambiamento, che impara strada facendo ma al tempo stesso facendosi strada, accettando di sbagliare, di riprovare e di assumersene la responsabilità; è quello che improvvisa i discorsi alla brigata e che di fatto fa sempre centro, anche in quest’occasione, in cui parla del “ristorante perfetto” che era casa Berzatto la domenica sera, in cui c’era poco ma c’era tutto, soprattutto la costante sensazione di non essere mai soli. Si trova lì, in quel “non abbiamo niente da perdere e ci comporteremo come una famiglia”, il vero valore del The Bear, come confermerà lo stesso Luca a Marcus; si trova nelle persone che il giorno dopo, senza nessuna esclusione, si troveranno a dire che sì, è stata la serata più brutta di sempre, ma che la rifarebbero da capo, o che si sono divertiti, o che “è stato bello”.

The Bear - Stagione 5Come può essere bella una serata in cui ogni singola cosa va per il verso sbagliato, si lava un piatto alla volta, si deve improvvisare una festa all’aperto per liberare tavoli e le prenotazioni impazzite sono una benedizione e una condanna allo stesso tempo?
È stato bello perché tutti hanno partecipato, e non solo perché fisicamente presenti: nel dover riarrangiare le portate stando nei dieci minuti necessari per servire tutti, Marcus si inventa una focaccia con lardo che tutti preparano come una catena di montaggio, i cavolini di Bruxelles di Tina diventeranno il piatto (“Family Meal”) che salverà un’imperdonabile attesa, e persino Sugar si ritroverà a preparare una polenta all’ultimo, essenziale per un piatto di cui parleremo. Ma è impossibile non aggiungere come la partecipazione di ogni singola persona sia riversata tanto su Dearborn, quello che credono sia lo “star man”, quanto sul padre di Marcus, a cui è dedicato il dolce da cui prende il nome l’episodio “Caramel”, dessert con una delle trovate culinarie più potenti della serie.

Ma non è solo la partecipazione: è la collaborazione a lasciare il segno, soprattutto nel continuo chiedersi “come stai?” e nel supporto che viene dato in particolare a Carmy e a Sydney. Quando a chef Berzatto, dopo uno sfarfallio di luci, cade il piatto con l’ultimo pezzo di agnello, destinato a Dearborn, sembra arrivato il momento che si aspettava: la crisi, i traumi che riemergono, le urla contro tutti, il panico. Ma non succede. Richie e Syd, come due colonne portanti, riportano l’uomo alla realtà: “Cousin. We got you” e “Do you trust me?” sono le due frasi che creano quell’ambiente sicuro che Carmy non ha mai sentito di poter avere in una cucina. La sensazione, che si legge sul volto straordinario di Jeremy Allen White, è quella di aver deluso tutti, di essere visto per l’impostore che sente di essere: e invece è proprio nell’abisso che si scoprono i veri legami, quelli che salvano e che riportano a galla.
The Bear - Stagione 5Non ci vuole molto perché la situazione si ribalti, quando Carmy suggerisce come piatto sostitutivo quello delle costolette alla Coca Cola di Sydney, ispirato a sua madre – di nuovo, famiglie che si uniscono, piatti ricchi di amore, traumi e ferite. Davanti al rifiuto di Syd, sia della scelta del suo piatto che di cucinarlo, è Carmy a diventare la sua roccia: il “Do you trust me?” si inverte, certificando quanto lui creda in lei (“It’s better than everything I’ve ever made”), tanto infine da opporsi, in modo diretto e solidale al contempo, alla sua richiesta di aiuto per cucinare il piatto (“No. You got it”). Il loro riconoscimento reciproco entra ed esce da quella cucina, passa attraverso tensioni e momenti critici (l’annuncio dell’abbandono di Carmy da parte di Syd è tanto istintivo quanto feroce) e sfocia in una reciproca ammirazione che tocca il punto più alto in “Ribs”, con la rivelazione che, grazie ai flashback di Syd, aspettavamo da tempo: il suo piatto preferito è quello di capesante al pompelmo a firma di Carmy, quando ancora la donna sognava di diventare chef e aveva speso tutti i suoi risparmi per mangiare all’Empire.

È stata una serata divertente perché nonostante tutto ci sono stati momenti epici, come la creatività di Marcus o la “brioche espressa” di Carmy; ci sono state risate liberatorie, come quella dopo l’insensato lancio di un uovo (il penultimo) da parte di Richie; c’è stata una fiducia riposta negli altri senza precedenti, da Neil che si occupa del tavolo più importante della serata a Richie che, con una scusa, manda via l’uomo arrivato a comprare l’orologio di Uncle Jimmy. Ma c’è stata anche la lite furibonda tra Marcus e Luca, causata dal senso di abbandono del primo per la partenza del secondo, che si conclude nella maniera più assurda, grazie a Tina e alla sua inaspettata forza.

The Bear - Stagione 5È stato un turno massacrante ma da voler “ripetere da capo” perché finalmente i flashback non sono più fantasmi da cui scappare, ma una nuova fonte a cui attingere per volgere verso il cambiamento.
Quelli di Richie, che abbiamo visto in maniera più estesa nell’episodio speciale, si trasformano in un “vorrei” nostalgico ma sereno, in cui l’uomo manifesta quanto avrebbe voluto che Mikey vedesse il loro successo; quelli di Syd, che nei momenti di tensione ricorda le liti ambientate in quella cucina, la spingono a reagire all’opposto, parlando con calma e spegnendo l’incendio prima che possa esplodere; e poi ci sono quelli di Carmy, in particolare quello che precede la decisione del piatto di Syd che agisce per l’uomo come la voce di un oracolo. Dopo aver capito di non poter usare il Wagyu perché piatto tipico di chef Terry, Carmen torna indietro con la memoria e rivede lei, il meraviglioso personaggio interpretato da Olivia Colman, affiancato però da ricordi di Syd in cucina: ed è grazie a quell’accostamento tra le due chef, mentori e amiche, che Carmy capisce quale sia la decisione da prendere

L’ultimo episodio, “The Original Beef of Chicagoland”, rappresenta la perfetta conclusione della stagione e della serie. Non si tratta di una puntata in cui si chiudono le storie dei personaggi, ma al contrario viene mostrato come da lì in poi si aprirà un nuovo capitolo per tutti loro, e non ci è dato di sapere tutto quello che accadrà al The Bear perché, di nuovo, questa non è la storia di un ristorante, ma di persone. La serie si chiude su personaggi che finalmente stanno bene non perché hanno due stelle Michelin, ma perché credono in loro stessi e nei loro legami; non è un caso che l’unica reazione mostrata alla notizia di Peter Clarke sia quella tra Syd e Carmy, perché quella era stata la loro promessa reciproca, il sogno che ha messo insieme due persone diverse che si sono completate a vicenda, l’obiettivo che sarebbe rimasto irraggiungibile se non avessero unito le loro forze e le loro ferite.
The Bear - Stagione 5Quel lunghissimo abbraccio nella sala del The Bear è la dimostrazione della loro amicizia, delle loro cadute e risalite; e sarebbe stato facile accontentare i fan concedendo loro un bacio che in molti hanno atteso, ma per fortuna Christopher Storer ha scelto la strada giusta: a parte una strizzatina d’occhio al fandom nel dialogo tra Donna e Pete (“Are they dating?” “I don’t know… There are some theories…”), il creatore della serie non cede ai cliché e ci regala una coppia di amici, di fratello e sorella, una famiglia nel senso più puro del termine. Quella famiglia che ti lascia andare ma che ti ricorda che un posto per te ci sarà sempre, se mai cambiassi idea; quella famiglia che ti costringe a confrontarti con te stesso e a capire chi e cosa fa davvero la differenza tra una passione e la semplice sopravvivenza.

Al di là della scarsa credibilità del colloquio di Carmy (com’è possibile uno stage in uno studio di architettura solo perché si ha una grande passione per l’arte?) e persino dei suggerimenti del cugino Steven (perché mai i traumi familiari dovrebbero essergli utili in quel momento?), quell’incontro conoscitivo diventa l’occasione per un ultimo monologo, in cui come sempre Jeremy Allen White regala un’eccellente performance. Ripercorrendo tutta la giornata che abbiamo visto per sette puntate, Carmy capisce che non era il lavoro in cucina a metterlo in modalità sopravvivenza, ma i suoi traumi interiori uniti ad ambienti in cui veniva maltrattato, o a brigate a cui non permetteva mai di accedere al suo vero io. La sofferenza interiore mai elaborata, partita come sappiamo da molto tempo prima della morte di Mikey, lo aveva portato a usare il lavoro in cucina come luogo per annullarsi, per non sentire “il disastro nella sua testa”, e persino a vedere nei colleghi dei meri strumenti per sopravvivere alla giornata.
The Bear - Stagione 5Alla domanda “cosa vuole ottenere e cosa vuole esplorare?”, Carmy risponde con quello che in realtà ha già esplorato e già ottenuto: la possibilità di aprirsi verso l’esterno, la libertà di mostrare le sue vulnerabilità e l’impagabile dono di essere accolto anche così. Non lo vediamo accettare quello stage, e nell’ultima scena a lui dedicata lo osserviamo mentre indossa il grembiule del ristorante; se tornerà o meno al The Bear o se accetterà la nuova sfida lavorativa non è davvero importante, perché quello che conta è quel “All good” che scrive a Mikey, è la festa per il compleanno di Eva in cui ci sono tutti, è l’unione che rappresenta la vera forza di quel ristorante.

È anche quel “sì” al progetto di Ebra senza neanche dover ascoltare i dettagli, per il semplice fatto che l’idea è ottima e che, soprattutto, Carmy ha imparato a fidarsi; il franchising del The Beef diventa la soluzione per salvare tutto e tutti, con buona pace dei diritti di sopraelevazione che costituiscono la storyline più debole di questa stagione. Si salva invece quella di Jimmy che affronta l’ultima parte del suo arco narrativo arrivando a constatare e ad accogliere quel ruolo di figura paterna per Carmy che ha in qualche modo sempre rifiutato.
Infine, a conferma di quanto già illustrato, la serie si chiude con un primo piano di Richie, che guarda felice fuori dal finestrino di un aereo mentre si dirige verso il tanto sognato Giappone con accanto Jess, la donna che lo ha reso di nuovo felice; non poteva che esserci lui nell’ultima inquadratura, perché si può dire senza timore di smentita che se tutti hanno partecipato alla rivoluzione del The Bear, senza il cambiamento di Richie niente di tutto questo sarebbe stato possibile.

The Bear - Stagione 5The Bear è stata una serie di importanza capitale in quest’ultima decade, anche se non sempre costante nei suoi risultati; quello che non è mai mancato è stato il marchio riconoscibilissimo della regia e soprattutto del montaggio, capace da solo di raccontare per analogie e contrasti molto più di quello che si trovava sul copione. Chi negli anni ha visto nella serie un tradimento delle intenzioni iniziali non ha probabilmente colto subito il vero messaggio che si voleva portare a compimento, che ha sempre avuto molto più a che fare con l’umanità di tutti noi che non con le cucine più o meno stellate; non sempre questo racconto ha fatto centro, in alcuni casi ci si è persi tra il successo inaspettato e i riconoscimenti ricevuti, ma nel complesso sì, e non è poco. Un cast azzeccatissimo, capitanato dal già citato White e da Ayo Edebiri, e una lista di guest star da far invidia a chiunque hanno contribuito a portare in scena nel migliore dei modi possibili l’altrimenti insondabile nodo dei traumi nelle famiglie con dipendenze, a cui si sono aggiunte le storie personali di tutti gli altri, che non a caso avevano sempre a che fare con il tema della genitorialità –  tra madri perse, padri assenti e separazioni che cambiano il modo di essere genitori.
Questa stagione ha avuto il pregio di farci vedere come si esce dalle spirali distruttive, permettendoci di assistere non alla ricostruzione ma alla rinascita di ciascuno di loro, regalandoci un finale calmo, sereno e aperto verso il futuro: tutto quello che The Bear non è mai stato, ma che ha sempre aspirato a essere.

Voto stagione: 9
Voto serie: 8½


Informazioni su Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

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