The Bear – Stagione 4 1


The Bear - Stagione 4Questa non è la storia di un ristorante.
O meglio, siamo stati indotti dall’inizio a pensare che The Bear (Fx/Hulu) fosse “semplicemente” una strepitosa e realistica serie ambientata nella ristorazione; in realtà, ciò a cui assistiamo da quattro stagioni è la storia di una famiglia filtrata dalle lenti della cucina. Da questa consapevolezza si può comprendere meglio non solo la natura dello show di Christopher Storer, ma anche come mai la ricezione di questa stagione da parte del pubblico sia così polarizzata: chi apprezza la decostruzione e ricostruzione dei rapporti interpersonali si oppone a chi ci vede una deviazione dai suoi presupposti, un tradimento dell’impostazione delle prime stagioni. Una serie diversa, insomma, che prima parlava tanto di cucina e ora l’ha fatta scivolare in secondo piano.

È da qui che bisogna iniziare a sciogliere la matassa, provando a capire innanzitutto se The Bear abbia cambiato direzione oppure sia sempre stata orientata in questo modo.
Già a partire dalla seconda stagione, e trovando conferma nella seppur confusionaria terza, Storer ha messo in chiaro quanto il vero tema non fosse quello del mondo delle brigate nelle cucine, bensì la storia di una famiglia (nel senso ampio del termine) disfunzionale, che trova il suo punto di snodo all’interno di una ristorante. È qui che le famiglie di sangue e quella lavorativa si incontrano per creare un terzo elemento, superiore alla somma delle singole parti; è qui che l’ambiente tossico e caotico tipico di tante cucine fornisce spunti ai traumi di ciascuno, ma è sempre qui che la collaborazione tra i pari elementi di una brigata si trasforma in tassello chiave per la guarigione personale e collettiva.

I personaggi, però, vanno creati con calma, e i traumi vanno mostrati, non raccontati: è per questo che la prima stagione ha iniziato solo a seminare elementi per la costruzione dei protagonisti, da far crescere nel corso degli anni; sempre per questo, la parte della cucina – fondamentale nel successo della serie – è stata all’inizio predominante rispetto all’altra (che era ancora in nuce) arrivando a conquistare pubblico, critica e addetti ai lavori, grazie al suo ritmo incessante, al caos e alle scene al cardiopalma, sottolineate dai continui “Yes, chef!” ormai identificativi della serie.
The Bear - Stagione 4The Bear, giunto alla quarta stagione, non ha più come parte preponderante le dinamiche ansiogene tipiche di un ristorante che sogna di sopravvivere o di raggiungere una stella Michelin, è vero: ma non è possibile dire per questo che abbia invertito la rotta, perché i segni c’erano già tutti e quello che lo show sta facendo ora è raccogliere quanto ha seminato in passato. Possono mancare quelle puntate che, da spettatori, finivamo con il fiato corto e la sensazione di non voler mai più mettere piede in un locale di ristorazione: ma non si può negare che se alla quarta stagione il punto forte di The Bear fosse ancora solo questo, avremmo un grosso problema di non-evoluzione.

La prima annata ha gettato quelle basi che già a partire dalla seconda sono state usate come colonne portanti per raccontare quello che The Bear, a tutti gli effetti, è: la storia di come, all’interno di una famiglia, i traumi passino di generazione in generazione, di come si modifichino in base alle varie personalità, di quanto queste ferite possano trasformare la vittima in carnefice se non si sceglie di fermare la spirale di mutua distruzione per lasciare spazio al dolore, proprio e altrui. È la non-comunicazione, infatti, l’elemento chiave della serie: in uno show dove i personaggi sembrano dirsi tutto in faccia al punto da aver fatto diventare le loro litigate un instant classic farcito di “fuck you” in abbondanza, esiste invece un tema che è il vero tabù, “l’elefante nel ristorante”, come lo definirà Syd in questo season finale. L’assenza di comunicazione del proprio dolore è la causa dei problemi tra i personaggi di questa serie, come dimostrano per opposizione i confronti tra Syd, Carmy, Richie e Natalie, ma ancor prima tanti altri scambi che hanno costellato una stagione all’insegna di scuse e senso di responsabilità, di “ho sbagliato” e “ti voglio bene, ma non te lo dico abbastanza”. Era questo il passo in più che poteva portare la serie a uscire dalle evidenti difficoltà della terza stagione, un’annata in cui, a fronte di un ottimo sviluppo di quasi tutti i personaggi, la scrittura si era fatta confusa, figlia di scelte sbagliate e anche di un eccesso di hybris dello stesso Storer, ma soprattutto influenzata essa stessa dalla tossicità delle relazioni che portava in scena – forse per questo c’era stato l’opinabile aumento di screen-time dei Faks come comic relief? Era forse un maldestro tentativo di bilanciare una parte drammatica diventata quasi insostenibile, che si è ritorto contro gli stessi autori?

The Bear - Stagione 4Per fortuna in questa stagione il problema non si è ripetuto e del resto non ce n’è stato bisogno, dato il cambio di clima generale: due elementi capitali della scorsa annata – i confronti tra Donna e Natalie e tra Carmy e David Fields – hanno infatti innescato un effetto domino questa volta virtuoso, a dimostrazione di come a volte basti il cambiamento di alcuni elementi della famiglia per imporre una frenata alla caduta e iniziare la risalita. Non si rinuncia certo a un po’ di tensione tipica (il timer di Computer è una diavoleria generatrice di panico), ma si inserisce subito su binari differenti, a partire dai graditi ritorni di Jess, Garrett e Rene – che garantiscono un cambio di passo inevitabile nelle dinamiche della brigata – e, dal quinto episodio, di Luca come improbabile stagista di Marcus. A questo si aggiungono i piccoli-grandi obiettivi di tutti, ciascuno alle prese col proprio orticello da curare nel marasma generale: ed è chiaro a tutti come sia proprio la degenerazione dell’ambiente familiare-lavorativo a impedire loro di arrivare subito a quello che cercano.
C’è Tina, che non riesce a scendere sotto i tre minuti al piatto fino a quando Luca non la cronometrerà fuori dal caos serale; c’è Richie, che fatica a trovare le parole per motivare il suo staff, e che solo fuori da lì capirà di essere “la sabbia” che tiene insieme tutti; abbiamo Marcus e Ebraheim, entrambi pronti al grande salto ma non senza un aiuto esterno (Luca nel primo caso, il consulente nel secondo).

Rimane quella riconoscibile tensione del fare sempre meglio, alimentata dalle risorse più scarse e dal ticchettio di un timer ineluttabile; eppure ognuno riesce a trovare il proprio spazio, grazie al fatto che finalmente Carmy comincia a mettere in pratica quelle parole che fino alla scorsa stagione erano, appunto, solo parole. La scelta di non discutere per ogni cosa, l’accettare di fissare il menù e di lavorare con meno elementi rappresentano il suo modo di ammettere che non deve più auto-imporsi ostacoli impossibili da superare solo per ignorare il dolore, soprattutto se questo mette in croce tutti gli altri: ma anche, e questa è la grande novità, perché forse quel lavoro non è davvero la cosa che lo rende felice.
The Bear - Stagione 4È dalla prima annata che raccogliamo indizi in questa direzione, fondamentali nella vita di Carmy. Uno è la spinta verso la cucina di altissimo livello come modo per dimostrare qualcosa a Mikey (nel monologo del primo season finale spiegava che, poiché il cibo era la connessione col fratello e proprio perché quest’ultimo lo aveva rifiutato, lui per reazione aveva deciso che avrebbe lavorato nei migliori ristoranti del mondo); un altro è la convinzione che il fratello gli avesse lasciato il ristorante per sistemare non solo quello ma anche la famiglia (vedasi lo stesso monologo); infine, troviamo la passione di Carmy per l’arte, un elemento passato sottotraccia ma che è stato presente in tutte le stagioni, con i taccuini straripanti di disegni che spuntavano troppo spesso per essere ignorati.

Superato il confronto con Fields, Carmy già nello scorso finale aveva capito che quell’uomo lo aveva “con ogni probabilità fatto ammalare mentalmente”, anche se gli sfuggiva il motivo per cui avesse avuto così tanta presa su di lui: è in questa stagione che comincia a capirlo, e questo perché decide di passare all’azione, accogliendo le parole di chi lo circonda e osservando gli altri.
Tina gli ricorda che è il più bravo e che non deve dimostrare niente a nessuno; Natalie gli regala una chiave di lettura preziosa, ossia che può non amare più quello che fa e che va bene così. Sydney procede molto meglio senza le ansie di Carmy, e anzi, il ristorante inizia ad avere qualche speranza quando lui molla la presa. È inoltre significativo che sia proprio Marcus a entrare nella lista dei migliori chef di Food & Wine, perché lui e Carmy nella terza stagione avevano un elemento in comune: il lavoro come modo per superare un lutto. Ma i risultati sono stati di gran lunga diversi, perché Carmy era già chiuso in se stesso ben prima della morte di Mickey; Marcus invece ha usato la creatività per sfogare il suo dolore, ma senza chiudersi al resto del mondo, senza smettere di comunicare – i dialoghi tra lui e Luca in questa stagione, con i ruoli simbolicamente invertiti, rappresentano l’importanza dello scambio come stimolo alla crescita.

The Bear - Stagione 4È aprendosi all’Altro, anche alle persone più impensabili, che Carmy capisce quantomeno che un danno c’è stato e che la sua strategia di compensazione è stata solo peggiorativa. È in un senso di guarigione che vanno inquadrati due suoi dialoghi, prima con Uncle Lee (Bob Odenkirk), che stupisce lui e noi tutti raccontando della sua riconciliazione con Mickey e dell’orgoglio del fratello maggiore per il minore, e poi quello con la madre Donna nel penultimo episodio, “Tonnato”. Le strepitose performance di Jamie Lee Curtis e Jeremy Allen White rendono questo confronto difficilissimo anche per il pubblico, perché prima del sollievo si passa attraverso la tensione dei non detti e delle reazioni impreviste – tipiche di entrambi. Invece, nonostante la loro disfunzionalità, tutto va contro ogni aspettativa e si conclude con l’atto d’amore più grande, in generale e soprattutto per i Berzatto: il nutrimento, che parte da Carmy, disposto a cucinare per sua madre, e termina con Donna, maniaca del controllo che sta imparando a tirare il freno a mano e che qui accoglie il pollo arrosto del figlio come un ramo d’ulivo.

La stagione gioca con le nostre aspettative in modo evidente: l’unico episodio doppio, “Bears”, rappresenta il secondo ritrovo di tutti i Berzatto, e per questo richiama il suo predecessore, “Fishes”, di cui ancora ricordiamo la tensione. Sono tutti pronti a un potenziale disastro, dagli spettatori ai personaggi stessi: ed è qui che invece, in linea col lavoro della stagione, la situazione volge verso un’imprevista positività. La comica riunione sotto un tavolo paradossale, che passa dal contenere tre persone a tutti “i Bear”, è l’esatto opposto della tavolata di “Fishes”, dove ognuno portava il suo contributo per far saltare i nervi al prossimo. Qui tutti collaborano per andare in aiuto di una bambina, Eva, mettendosi in gioco per lei sul tema delle paure, ma di fatto aprendosi anche l’un l’altro, riconoscendo la reciproca vulnerabilità e constatando la propria appartenenza a questa strana famiglia allargata.

The Bear - Stagione 4Non è un caso che dopo questa puntata Sydney decida di rimanere al The Bear, dopo aver parlato con Donna del concetto di famiglia e averlo vissuto per la prima volta con consapevolezza. Per Syd è sempre stato difficile scegliere: la strada per la sanità mentale sul posto di lavoro era ovviamente lontana da Carmy, ma in realtà la decisione non era mai stata meramente lavorativa. Dopo “Worms”, episodio scritto da Ayo Edebiri (Syd) e da Lionel Boyce (Marcus), la sua scelta sembrava virare verso Shapiro, e questo perché il confronto con l’undicenne TJ metteva la sua situazione in termini di pro e contro – a chiaro sfavore del The Bear. Ma a pesare non è stata la parte razionale. A contare è ad esempio la vicinanza di Carmy e dei colleghi dopo l’infarto del padre, o gli avvenimenti al matrimonio di Tiff: sono cose come queste che la portano alla conclusione non tanto di lavorare al The Bear, ma di accettare di essere una “Bear” anche lei – con tutto quello che questo comporta.

Sarà lo stesso Carmy a dirglielo in “Goodbye”: “I believe in you more than I’ve ever believed in myself. […] Because you’re The Bear”, che sì, si può leggere come riferimento al locale, ma che in realtà rappresenta un ufficiale battesimo all’interno della famiglia. Syd è una Bear e lo è stata dal momento in cui ha messo piede al The Beef, decisa a sistemarlo dall’interno nonostante avesse un’intera brigata contro.
Non abbiamo dubbi in merito, perché è proprio nel finale che Sydney dice in faccia a Carmy che il suo problema ha origine dalla famiglia, una cosa che lui si rifiuta di vedere fino a che lei, che lo conosce da meno tempo di tutti, non glielo spiega con l’affetto di un’amica e la rabbia di una sorella. Senza Syd non avverrebbe quello scambio tra Carmen, Richie e Natalie (che ha il suo snodo nella presenza del primo al funerale del fratello) e di conseguenza neanche l’accettazione della scelta di Carmen di abbandonare il lavoro.

The Bear - Stagione 4Con buona pace di chi vede nella “fuga” di Carmy un tradimento delle origini, a livello diegetico questa è l’unica scelta sensata per il suo personaggio. Carmy in cucina non è mai stato felice, ed è significativo che le uniche volte in cui lo abbiamo visto sorridere siano state quando si trovava a raccogliere verdure nell’orto di un ristorante in un flashback passato, e quando decide di visitare la casa-museo di Frank Lloyd Wright: Carmy sta riscoprendo una gioia interiore che non nasce dal caos dei fornelli ma da una creatività quieta, rasserenante, capace di comunicare con lui in modo inedito, lontano da quell’ansia che per anni ha trasferito dalla famiglia alla cucina.

Sarebbe bastato questo per rendere autosufficienti le ragioni di Carmy, ma purtroppo ogni rosa ha la sua spina, e anche in questa stagione ritroviamo una Claire priva di indipendenza caratteriale: non ha un suo spessore (si è cercato di conferirglielo con Syd in ospedale, ma non è bastato), la sua caratterizzazione è del tutto al servizio del percorso di Carmy e rimane, ad oggi, l’unico personaggio che non riesce ad avere una sua tridimensionalità. Inutile dire quanto, circondata da personaggi scritti in punta di cesello, la cosa risalti al punto da far male a occhi e orecchie.
Il resto del cast risulta sempre ineccepibile per scrittura e performance, e anche il reparto guest star continua a regalare soddisfazioni: al ritorno dei già citati Odenkirk e Curtis, di Sarah Paulson, Gillian Jacobs, John Mulaney e Josh Hartnett, si aggiunge quest’anno Brie Larson nei panni di una spassosissima Francine Fak, Rob Reiner come consulente di Ebra e il mai abbastanza applaudito Will Poulter, che torna a vestire il grembiule di Luca.

The Bear - Stagione 4La stagione si chiude con l’addio di Carmy, dunque, che tuttavia promette di fare il possibile per estinguere il debito del locale (ora di Cicero, Syd, Natalie e Richie): pur ammettendo di non sapere come, lo ripete con la certezza implacabile di chi sa che ci riuscirà. È facile pensare che sia solo un’illusione, ma è impossibile non ricollegarlo alle parole di Chef Terry nel finale della scorsa stagione: “quando non hai idea di cosa stai facendo, in realtà sei invincibile” perché, e il sottotesto era questo, ogni strada è davvero possibile. Carmy non ha idea di cosa farà nella sua vita e di come lo farà, ma almeno sa cosa non vuole più fare né essere, e non è poco.
La serie è stata rinnovata per una quinta stagione e forse proprio lì vedremo un nuovo Carmy: una persona capace di rompere il circolo del trauma, come già aveva fatto sua sorella e come purtroppo Mickey non è riuscito a fare. Il timer di Computer a 0 è l’ultimo frame della stagione: ma dal fondo si può solo risalire.

Voto: 8+


Informazioni su Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.


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Un commento su “The Bear – Stagione 4

  • Boba+Fett

    Se da una parte c’è meno estetica culinaria, forse anche per rispetto a chi in questa epoca soffre la fame vera o forse perché i talent e i programmi sull’arte del cibo hanno sempre meno appeal, dall’altra ci sono davvero troppi problemi personali; ecco, per me questa stagione è una sorta di indigestione psicoanalitica, con alcune personalità interessanti da scandagliare ed altre molto meno. Il confronto che più ho dolorosamente apprezzato, è quello nel primo episodio (se non ricordo male) fra Carmy e Tina; lei, dimostrando una sensibilità pazzesca, gli dice di “avere tutto il diritto di non amare più quello che ha costruito”, che per me rappresenta il tema centrale di questa stagione. Carmy, come scrivi, è un artista nel vero senso della parola e probabilmente la mezza stroncatura del suo progetto non lo fa più sentire a suo agio e lo ferisce nel più profondo. Non ho invece particolarmente apprezzato quelle che ho sentito come delle forzature a grande richiesta, come il matrimonio e il confronto madre/figlio.
    On my opinion stagione piacevole, ma con troppe riserve e non nascondo che non mi dispiacerebbe se la serie finisse definitivamente così.