
O meglio, siamo stati indotti dall’inizio a pensare che The Bear (Fx/Hulu) fosse “semplicemente” una strepitosa e realistica serie ambientata nella ristorazione; in realtà, ciò a cui assistiamo da quattro stagioni è la storia di una famiglia filtrata dalle lenti della cucina. Da questa consapevolezza si può comprendere meglio non solo la natura dello show di Christopher Storer, ma anche come mai la ricezione di questa stagione da parte del pubblico sia così polarizzata: chi apprezza la decostruzione e ricostruzione dei rapporti interpersonali si oppone a chi ci vede una deviazione dai suoi presupposti, un tradimento dell’impostazione delle prime stagioni. Una serie diversa, insomma, che prima parlava tanto di cucina e ora l’ha fatta scivolare in secondo piano.
È da qui che bisogna iniziare a sciogliere la matassa, provando a capire innanzitutto se The Bear abbia cambiato direzione oppure sia sempre stata orientata in questo modo.
Già a partire dalla seconda stagione, e trovando conferma nella seppur confusionaria terza, Storer ha messo in chiaro quanto il vero tema non fosse quello del mondo delle brigate nelle cucine, bensì la storia di una famiglia (nel senso ampio del termine) disfunzionale, che trova il suo punto di snodo all’interno di una ristorante. È qui che le famiglie di sangue e quella lavorativa si incontrano per creare un terzo elemento, superiore alla somma delle singole parti; è qui che l’ambiente tossico e caotico tipico di tante cucine fornisce spunti ai traumi di ciascuno, ma è sempre qui che la collaborazione tra i pari elementi di una brigata si trasforma in tassello chiave per la guarigione personale e collettiva.
I personaggi, però, vanno creati con calma, e i traumi vanno mostrati, non raccontati: è per questo che la prima stagione ha iniziato solo a seminare elementi per la costruzione dei protagonisti, da far crescere nel corso degli anni; sempre per questo, la parte della cucina – fondamentale nel successo della serie – è stata all’inizio predominante rispetto all’altra (che era ancora in nuce) arrivando a conquistare pubblico, critica e addetti ai lavori, grazie al suo ritmo incessante, al caos e alle scene al cardiopalma, sottolineate dai continui “Yes, chef!” ormai identificativi della serie.

La prima annata ha gettato quelle basi che già a partire dalla seconda sono state usate come colonne portanti per raccontare quello che The Bear, a tutti gli effetti, è: la storia di come, all’interno di una famiglia, i traumi passino di generazione in generazione, di come si modifichino in base alle varie personalità, di quanto queste ferite possano trasformare la vittima in carnefice se non si sceglie di fermare la spirale di mutua distruzione per lasciare spazio al dolore, proprio e altrui. È la non-comunicazione, infatti, l’elemento chiave della serie: in uno show dove i personaggi sembrano dirsi tutto in faccia al punto da aver fatto diventare le loro litigate un instant classic farcito di “fuck you” in abbondanza, esiste invece un tema che è il vero tabù, “l’elefante nel ristorante”, come lo definirà Syd in questo season finale. L’assenza di comunicazione del proprio dolore è la causa dei problemi tra i personaggi di questa serie, come dimostrano per opposizione i confronti tra Syd, Carmy, Richie e Natalie, ma ancor prima tanti altri scambi che hanno costellato una stagione all’insegna di scuse e senso di responsabilità, di “ho sbagliato” e “ti voglio bene, ma non te lo dico abbastanza”. Era questo il passo in più che poteva portare la serie a uscire dalle evidenti difficoltà della terza stagione, un’annata in cui, a fronte di un ottimo sviluppo di quasi tutti i personaggi, la scrittura si era fatta confusa, figlia di scelte sbagliate e anche di un eccesso di hybris dello stesso Storer, ma soprattutto influenzata essa stessa dalla tossicità delle relazioni che portava in scena – forse per questo c’era stato l’opinabile aumento di screen-time dei Faks come comic relief? Era forse un maldestro tentativo di bilanciare una parte drammatica diventata quasi insostenibile, che si è ritorto contro gli stessi autori?

C’è Tina, che non riesce a scendere sotto i tre minuti al piatto fino a quando Luca non la cronometrerà fuori dal caos serale; c’è Richie, che fatica a trovare le parole per motivare il suo staff, e che solo fuori da lì capirà di essere “la sabbia” che tiene insieme tutti; abbiamo Marcus e Ebraheim, entrambi pronti al grande salto ma non senza un aiuto esterno (Luca nel primo caso, il consulente nel secondo).
Rimane quella riconoscibile tensione del fare sempre meglio, alimentata dalle risorse più scarse e dal ticchettio di un timer ineluttabile; eppure ognuno riesce a trovare il proprio spazio, grazie al fatto che finalmente Carmy comincia a mettere in pratica quelle parole che fino alla scorsa stagione erano, appunto, solo parole. La scelta di non discutere per ogni cosa, l’accettare di fissare il menù e di lavorare con meno elementi rappresentano il suo modo di ammettere che non deve più auto-imporsi ostacoli impossibili da superare solo per ignorare il dolore, soprattutto se questo mette in croce tutti gli altri: ma anche, e questa è la grande novità, perché forse quel lavoro non è davvero la cosa che lo rende felice.

Superato il confronto con Fields, Carmy già nello scorso finale aveva capito che quell’uomo lo aveva “con ogni probabilità fatto ammalare mentalmente”, anche se gli sfuggiva il motivo per cui avesse avuto così tanta presa su di lui: è in questa stagione che comincia a capirlo, e questo perché decide di passare all’azione, accogliendo le parole di chi lo circonda e osservando gli altri.
Tina gli ricorda che è il più bravo e che non deve dimostrare niente a nessuno; Natalie gli regala una chiave di lettura preziosa, ossia che può non amare più quello che fa e che va bene così. Sydney procede molto meglio senza le ansie di Carmy, e anzi, il ristorante inizia ad avere qualche speranza quando lui molla la presa. È inoltre significativo che sia proprio Marcus a entrare nella lista dei migliori chef di Food & Wine, perché lui e Carmy nella terza stagione avevano un elemento in comune: il lavoro come modo per superare un lutto. Ma i risultati sono stati di gran lunga diversi, perché Carmy era già chiuso in se stesso ben prima della morte di Mickey; Marcus invece ha usato la creatività per sfogare il suo dolore, ma senza chiudersi al resto del mondo, senza smettere di comunicare – i dialoghi tra lui e Luca in questa stagione, con i ruoli simbolicamente invertiti, rappresentano l’importanza dello scambio come stimolo alla crescita.

La stagione gioca con le nostre aspettative in modo evidente: l’unico episodio doppio, “Bears”, rappresenta il secondo ritrovo di tutti i Berzatto, e per questo richiama il suo predecessore, “Fishes”, di cui ancora ricordiamo la tensione. Sono tutti pronti a un potenziale disastro, dagli spettatori ai personaggi stessi: ed è qui che invece, in linea col lavoro della stagione, la situazione volge verso un’imprevista positività. La comica riunione sotto un tavolo paradossale, che passa dal contenere tre persone a tutti “i Bear”, è l’esatto opposto della tavolata di “Fishes”, dove ognuno portava il suo contributo per far saltare i nervi al prossimo. Qui tutti collaborano per andare in aiuto di una bambina, Eva, mettendosi in gioco per lei sul tema delle paure, ma di fatto aprendosi anche l’un l’altro, riconoscendo la reciproca vulnerabilità e constatando la propria appartenenza a questa strana famiglia allargata.

Sarà lo stesso Carmy a dirglielo in “Goodbye”: “I believe in you more than I’ve ever believed in myself. […] Because you’re The Bear”, che sì, si può leggere come riferimento al locale, ma che in realtà rappresenta un ufficiale battesimo all’interno della famiglia. Syd è una Bear e lo è stata dal momento in cui ha messo piede al The Beef, decisa a sistemarlo dall’interno nonostante avesse un’intera brigata contro.
Non abbiamo dubbi in merito, perché è proprio nel finale che Sydney dice in faccia a Carmy che il suo problema ha origine dalla famiglia, una cosa che lui si rifiuta di vedere fino a che lei, che lo conosce da meno tempo di tutti, non glielo spiega con l’affetto di un’amica e la rabbia di una sorella. Senza Syd non avverrebbe quello scambio tra Carmen, Richie e Natalie (che ha il suo snodo nella presenza del primo al funerale del fratello) e di conseguenza neanche l’accettazione della scelta di Carmen di abbandonare il lavoro.

Sarebbe bastato questo per rendere autosufficienti le ragioni di Carmy, ma purtroppo ogni rosa ha la sua spina, e anche in questa stagione ritroviamo una Claire priva di indipendenza caratteriale: non ha un suo spessore (si è cercato di conferirglielo con Syd in ospedale, ma non è bastato), la sua caratterizzazione è del tutto al servizio del percorso di Carmy e rimane, ad oggi, l’unico personaggio che non riesce ad avere una sua tridimensionalità. Inutile dire quanto, circondata da personaggi scritti in punta di cesello, la cosa risalti al punto da far male a occhi e orecchie.
Il resto del cast risulta sempre ineccepibile per scrittura e performance, e anche il reparto guest star continua a regalare soddisfazioni: al ritorno dei già citati Odenkirk e Curtis, di Sarah Paulson, Gillian Jacobs, John Mulaney e Josh Hartnett, si aggiunge quest’anno Brie Larson nei panni di una spassosissima Francine Fak, Rob Reiner come consulente di Ebra e il mai abbastanza applaudito Will Poulter, che torna a vestire il grembiule di Luca.

La serie è stata rinnovata per una quinta stagione e forse proprio lì vedremo un nuovo Carmy: una persona capace di rompere il circolo del trauma, come già aveva fatto sua sorella e come purtroppo Mickey non è riuscito a fare. Il timer di Computer a 0 è l’ultimo frame della stagione: ma dal fondo si può solo risalire.
Voto: 8+

Se da una parte c’è meno estetica culinaria, forse anche per rispetto a chi in questa epoca soffre la fame vera o forse perché i talent e i programmi sull’arte del cibo hanno sempre meno appeal, dall’altra ci sono davvero troppi problemi personali; ecco, per me questa stagione è una sorta di indigestione psicoanalitica, con alcune personalità interessanti da scandagliare ed altre molto meno. Il confronto che più ho dolorosamente apprezzato, è quello nel primo episodio (se non ricordo male) fra Carmy e Tina; lei, dimostrando una sensibilità pazzesca, gli dice di “avere tutto il diritto di non amare più quello che ha costruito”, che per me rappresenta il tema centrale di questa stagione. Carmy, come scrivi, è un artista nel vero senso della parola e probabilmente la mezza stroncatura del suo progetto non lo fa più sentire a suo agio e lo ferisce nel più profondo. Non ho invece particolarmente apprezzato quelle che ho sentito come delle forzature a grande richiesta, come il matrimonio e il confronto madre/figlio.
On my opinion stagione piacevole, ma con troppe riserve e non nascondo che non mi dispiacerebbe se la serie finisse definitivamente così.