
Il concetto “due pesi, due misure” ha trovato applicazione diverse volte all’interno della serie e noi stessi a volte tendiamo a giustificare o condannare un’azione a seconda che l’abbia commessa la difesa o l’accusa. Mai come in questo caso assistiamo ad un vero e proprio ribaltamento dei punti di vista e della morale, e a quel “fine che giustifica i mezzi” che sembra applicarsi sempre senza un vero limite.
What’s in the box?
La domanda che fa da titolo a questa puntata è esattamente il punto più importante attorno al quale si sviluppa l’episodio. Un’urna elettorale con sigillo rotto è un segnale univoco di corruzione? O lo è solo fino a quando si pensa che stia danneggiando la nostra parte?

E’ solo quando la verità viene a galla che assistiamo al ribaltamento totale dei ruoli: la L/G da una parte e la sempre meravigliosa Patti Nyholm (accompagnata come al solito da quei figli di cui lei stessa ha perso il conto) si scambiano punti di vista, frasi e opinioni in un modo così evidente e macchinoso da non permettere più alcuna incertezza riguardo alle loro intenzioni. Non che ci fosse mai stato il dubbio, ovviamente, ma questo cambiamento, così evidente e ipocrita, infastidisce proprio perché mette in piazza ciò che in molti pensiamo ma che nessuno ha il coraggio di ammettere: quasi sempre usiamo due pesi e due misure; la differenza è che se sei un avvocato hai gli strumenti per sostenere tutto e il contrario di tutto con la stessa, identica, passione e professionalità.
E’ questo ciò che maggiormente colpisce del caso analizzato, che sì, viene alleggerito come sempre dagli aspetti più comici dei vari interpreti (il giudice itinerante Abernathy e il ritorno di “In my opinion”), ma che per la prima volta mette in scena la verità nuda e cruda. A farne le spese sono le persone che si trovano nel mezzo del fuoco incrociato: Zach, denunciando l’accaduto, si ritrova a dover riaffrontare il caso di mala giustizia che lo ha coinvolto e che viene risollevato ogni volta che si vuole mettere in discussione la sua posizione (emblematico in tal senso l’ultimo tentativo di Patti che, dopo averlo attaccato e poi giustificato, cerca di metterlo di nuovo in difficoltà, incontrando questa volta l’opposizione del giudice che pone fine ad una situazione davvero insostenibile).

E’ qui che si trova la magia di The Good Wife: l’insopportabile comportamento di Patti è esattamente lo stesso dei nostri protagonisti. Non c’è alleggerimento, non c’è indulgenza: nell’occhio degli autori non esistono “due pesi, due misure”.
I’m in.

Avrebbe compiuto la stessa scelta se Peter avesse perso? Difficile a dirsi. Forse sì, forse gli sarebbe stata accanto ancora di più per aiutarlo ad uscire dalla delusione dell’elezione andata male; o forse no, non ci sarebbe stato quel così forte richiamo a rimettersi l’armatura della Good Wife per tornare in battaglia, e quindi si sarebbe lasciata andare a quel sentimento che percepisce come sbagliato, ma che la collega sempre a Will.

Si prospetta una rinnovata e sorprendente annata per la serie: un nuovo personaggio da sfruttare, Robyn, una Kalinda finalmente tornata badass dopo un inizio stagione che l’ha vista galleggiare in una miseria narrativa imbarazzante, una nuova vita per Cary e Alicia, ma anche per Will, che si troverà di colpo senza la donna che ama e la socia di una vita, ormai avviata alla Corte Suprema. La puntata risulta ottima, come tutti i finali di stagione; affollata di guest star (questa volta abbiamo addirittura il sindaco Bloomberg), di cavilli legali e di critiche ad una società sempre più arrovellata a creare vuoti legislativi solo per poter sguazzarci dentro a seconda della convenienza; ma soprattutto ricca di nuovi dettagli che fanno del personaggio di Alicia Florrick uno dei migliori della serialità televisiva di oggi.
Voto puntata: 8 ½
Voto stagione: 7 ½ (purtroppo la parentesi Kalinda ha pesato sul giudizio finale.)

Bel finale, stagione che si è ripresa alla grande. Gioisco per l’Alicia&Agos, ho tifato per questa soluzione non appena è stata messa in gioco. Non so perché, ma ho sempre dato quasi per scontato che Alicia non sarebbe tornata con Will, e non credo che la vittoria di Peter c’entri qualcosa. Il tutto però è stato gestito con grande stile, as usual.
Mi è piaciuto il caso proprio perché, come dici tu, fa apparire in maniera lampante la totale affinità tra i protagonisti e gli antagonisti, per la prima volta davvero uguali nell’usare la legge e le tattiche esclusivamente per un vantaggio personale. Gli interessi del cliente (Peter, anche se implicito) combaciavano con quelli dei suoi avvocati, la grande differenza è che in gioco non c’era la parcella ma la carriera di Diane da un lato e l’evidente interesse personale di Alicia dall’altro; questo ha reso il capovolgimento della linea difensiva al limite della decenza agli occhi di noi spettatori, abituati a tifare per il team di casa, nonostante le ambiguità morali che da sempre hanno fatto da sfondo a molte vicende legali.