Cosa c’è oltre la porta rossa che dà il titolo all’episodio? Cosa ti aspetta quando rientri a casa, e nella tua pelle, dopo l’ennesima missione? Si potrebbe dire che The Americans giri intorno a questa domanda, ma Behind the Red Door vi si concentra in maniera particolare, mostrandoci con brutale realismo le conseguenze che un simile “gioco di ruolo” può avere nelle vite di tutti i protagonisti.
Da un lato troviamo uno Stan sempre più alienato, tanto nel salotto dell’insofferente Gaad quanto seduto alla sua stessa tavola; dall’altro Lucia e Claudia, costrette a fare i conti con l’incapacità di tenere separati lavoro e vita privata, seppur in contesti diversi. In entrambi i casi i personaggi dovranno amaramente constatare come questa guerra non lasci spazio né ai sentimenti più sinceri, né all’autodeterminazione. Nemmeno Nina, il cui esasperato I’m done in realtà non significa nulla, può in alcun modo decidere della propria libertà: anche per lei i nodi iniziano, inevitabilmente, a venire al pettine. Da due settimane The Americans sembra aver messo da parte il tema fake family vs real family per focalizzarsi su un altro tipo di problemi, sempre legati alle difficoltà che il destreggiarsi tra identità multiple può comportare. Una “pausa” che ha fatto bene alla serie, permettendo di stratificare maggiormente la narrazione e approfondire la caratterizzazione dei personaggi, con un risultato senza dubbio positivo. Elizabeth e Philip, protagonisti di una delle sequenze finora più forti – e più belle – di tutta la serie, sono ovviamente le due figure che si trovano al centro di questa operazione.
“When Jennifer went to talk to your wife…” “She’s not my wife.”
The Americans non si è mai servito di quel genere di scrittura, come dire, soverchianteche finisce col prevaricare sugli altri elementi del racconto audiovisivo: i dialoghi, per esempio, sono quasi sempre brevi e mai particolarmente brillanti – dove per brillanti non intendo ben scritti ma piuttosto catchy, come quelli di House of Cards o Game of Thrones. Qui, al contrario, la scrittura serve regia ed interpreti piuttosto che servirsi di essi, fungendo più da solida ossatura e valido supporto che da protagonista assoluta. Ed è proprio questa sinergia, questo meccanismo perfettamente oliato, che ha permesso di esplorare, lungo l’arco di queste due stagioni, l’intimità dei coniugi Jennings con inedita efficacia. Spesso sono i gesti, gli sguardi di entrambi, più che le parole, a raccontarci questa delicata relazione. E laddove le parole entrano in gioco sono sempre quelle giuste, incisive e mai ridondanti.
Considerazioni del genere sono ancora più valide se pensiamo a questa puntata, probabilmente la migliore della stagione, in cui l’autrice Melissa James Gibson e la regista Charlotte Sieling fanno un lavoro superbo, esplorando con intelligenza e sensibilità le complesse dinamiche di (questa) coppia. Non mi riferisco soltanto alla disturbante scena di sesso nell’appartamento di Clark, ma anche alle premesse da cui la stessa è scaturita. Gestito alla perfezione è, tra le altre cose, proprio il processo che porta Elizabeth a guardare il marito di Martha con occhi diversi, come se non si trattasse più soltanto di una maschera o un’idea astratta, ma di una persona vera. Una persona che adesso vuole conoscere e vivere – anche dal punto di vista sessuale – perché in un certo senso quello è pur sempre il suo Philip. Non si tratta semplicemente di gelosia o curiosità, ma qualcosa di più sottile e complesso: il desiderio di essere veramente, e fino in fondo, parte della vita di chi amiamo, anche quando le circostanze ce lo impediscono. Un bisogno che Mrs. Jennings non riesce ad esprimere e forse nemmeno a comprendere del tutto, finendo col trasformarlo in una piccola ossessione destinata a ferire entrambi. Philip, infatti, non solo non è davvero Clark, ma non vuole nemmeno esserlo, ed è per questo motivo che i due finiscono inevitabilmente col farsi violenza a vicenda.
Sarebbe stato semplice, per alcuni prodotti perfino automatico, mostrare Elizabeth come la vittima e Philip come il carnefice. Ma se c’è una cosa che The Americans sa raccontare, forse meglio di qualunque altro prodotto seriale, sono proprio le zone grigie tra l’indiscutibilmente bianco e l’indiscutibilmente nero. Pensiamo, per esempio, a come il montaggio preferisca seguire Philip in bagno piuttosto che restare fisso su Elizabeth, dedicando più spazio a lui davanti allo specchio che alla donna in lacrime sul letto.
Così come in questa storia USA ed URSS rappresentano entrambi il nemico, dunque, anche Elizabeth e Philip condividono la colpa ed il dolore per ciò che è successo tra di loro. Non ci sono schieramenti o nette contrapposizioni tra buoni e cattivi, nemmeno all’interno della sfera matrimoniale. Lo esprime alla perfezione la bellissima sequenza in cui i due coniugi lavano i piatti uno accanto all’altro e, senza dirlo esplicitamente, si chiedono scusa. Ancora una volta il dialogo tra i due è scarno, essenziale, ma assolutamente pregnante, sorretto da un’interpretazione come sempre impeccabile di Keri Russel e Matthew Rhys.
Behind the Red Door è l’ennesimo episodio magistrale di questa stagione di The Americans, che si sta dimostrando assolutamente all’altezza, se non superiore, alla prima. Le storyline si incastrano perfettamente le une con le altre e ogni personaggio ha una sua funzione, ma anche un’anima: dalla splendida Claudia di Margo Martindale, alla (forse non più) ingenua ribelle sandinista.
L’unica cosa che potrebbe rendere la serie ancora più interessante è questa e… io in fondo un po’ ci spero.
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