
Nasce come period drama (quanti ne abbiamo visti, di questi tempi?) e, per di più, si occupa di chirurgia in un’epoca in cui praticarla era ancora puro pionierismo; l’ennesimo progetto visionario di cui la tv è piena, insomma, specie quando si parla di produzioni in costume (Halt & Catch Fire, Masters of Sex – tanto per fare due esempi recenti). Il protagonista della storia, poi, è uno degli innumerevoli anti-eroi che ci è capitato di incontrare nei prodotti più diversi, a cominciare, giusto per restare in tema, dal leggendario Dr House.
Eppure The Knick è riuscita a distinguersi, dimostrando di possedere qualcosa in grado di farla spiccare: uno stile unico e la piena consapevolezza di possederlo.

Non a caso la serie brilla proprio su questo fronte, dando prova di una potenza visivo-espressiva non indifferente. La regia è cruda, diretta, dal taglio quasi documentaristico: la camera trema e indugia sui piccoli dettagli dell’accuratissima messa in scena, concentrandosi su particolari anche molto forti ma senza cadere nella trappola della gratuità. La fotografia, altrettanto peculiare, contribuisce enormemente alla definizione dei vari ambienti e ne fa emergere tutto il carattere: dalla luce fredda ed asettica che pervade la sala operatoria ai toni cupi che avvolgono l’ufficio del Dottor Edwards, per finire con il rosso dei bordelli in cui Thack e Barrows trascorrono le loro serate. Il quadro è completato da una colonna sonora anacronistica e spiazzante, con cui Cliff Martinez suggella la visione soderberghiana, moderna ed inedita, del period drama.

Altrettanto riusciti sono i primi 5 minuti di Mr. Paris Shoes. L’episodio si apre con un parallelo tra la routine mattutina di Cornelia e quella di Edwards, due figure tutto sommato simili (sono entrambi determinati, progressisiti e costantemente sottovalutati) ma dal destino molto diverso. Dal montaggio alternato si passa quindi ad un breve piano sequenza, che vede l’arrivo di tutti i protagonisti al The Knick accompagnati dai suoni elettronici di Martinez. Il cerchio si chiude con l’ingresso di Thackery nell’inquadratura, per ritrovarci subito dopo nel suo studio e… nella sua testa, attraverso un flashback in cui assistiamo al primo incontro del chirurgo con il suo mentore. Una sequenza costruita con grande attenzione al dettaglio, che scorre fluida e colpisce per la naturalezza della realizzazione.

The Knick, invece, non può vantare la scrittura evocativa di un romanziere come Nic Pizzolatto, e il ruolo di showrunner sembra quasi appannaggio di Soderbergh, il cui nome è sicuramente più altisonante di quello di Fukunaga e, soprattutto, dei due sceneggiatori Jack Amiel e Michael Bagler. Lo stesso cineasta dichiara di considerare la propria creatura a ten-hour film, confermando l’impressione di stare assistendo a qualcosa di diverso dalla comune concezione di serie tv.
Il problema è che, nonostante tutto, questa è una serie tv, e non basta dividere in segmenti più piccoli un lungometraggio di 10 ore per poterlo chiamare tele-film.

Attenzione, siamo comunque di fronte ad un prodotto di grande qualità: la scrittura sarà anche debole rispetto allo straordinario lavoro di regia, ma non possiamo parlare di veri e propri strafalcioni o cadute di stile. In più siamo ancora agli inizi, e soprattutto sul fronte personaggi ci sarà tempo per sviluppare al meglio una caratterizzazione più completa. Il problema potrebbe presentarsi qualora la serie non riuscisse a risultare davvero avvincente per lo spettatore, riducendosi ad una vetrina per virtuosismi registici. Un’eventualità che appare, al momento, ancora abbastanza remota.
Voto episodio 2: 8
Voto episodio 3: 7 1/2

The Knick mi sta prendendo moltissimo, il tono cupo mi piace, mi intriga l’odiosità del protagonista (non ho mai provato così tanta antipatia per un personaggio principale, essendone affascinato al tempo stesso).
Sarà quindi una serie di 10 episodi? Dopo gli ultimi Emmy e certi scelte sbagliate viene da chiedersi: sarà quindi da considerarsi come mini-serie o come serie?
Che io sappia non nasce come serie antologica, per cui non vedo la possibilità di inserirla nella categoria miniserie. Specie dopo quanto successo con TD. Ormai credo che il distinguo non sia più la lunghezza, ma piuttosto l’impostazione. Anche se, come abbiamo visto, tutto è relativo.
Io non vedo tutte queste criticità in fase di scrittura da parte di The Knick (anche se qualche piccola lacuna c’è): è vero, True Detective, fino ad ora, è tutta un’altra cosa dal punto di vista dei dialoghi ma bisogna anche tener conto del fatto che comunque TD è una serie antologica, ossia ha a disposizione un arco di tempo molto più limitato per raccontare la storia mentre The Knick è una serie vera e propria; ho la sensazione che gli sceneggiatori stiano procedendo a piccoli passi con la trama, probabilmente nelle prossime puntate assisteremo ad una svolta che incrementerà il ritmo narrativo. Per il resto ho trovato questi due episodi di pregevolissima fattura: una regia davvero sontuosa (che, concordo, è il vero punto di forza di The Knick) e dei personaggi secondari che io trovo davvero interessanti (Cornelia, il dottor Edwards, la suora, il tizio dell’ambulanza, il “manager” dell’ospedale).
Sì, come ho scritto anche io, siamo agli inizi, per cui è difficile fare un bilancio che non sia azzardato – in un senso e nell’altro. Il paragone con TD, comunque, non voleva mettere in cattiva luce The Knick, ma far capire piuttosto che tipo di serie potrebbe diventare. Mi spiego, piano sequenza di sei minuti e virtuosismi vari a parte, quello che colpisce di TD è sempre e comunque la scrittura: il progetto che c’è dietro è simile a quello di The Knick, nel senso che si tratta di una serie molto “cinematografica”, ma avendo alle spalle un romanziere – per di più del calibro di Pizzolatto -come showrunner (anche se questa definizione non va più bene per serie di questo tipo, no?) si sente che l’ago della bilancia continua a pendere verso la scrittura quale protagonista. D’altra parte si dice che le serie tv siano la nuova letteratura, no? (sarà interessante osservare come questo nuovo genere di prodotti impatterà la ricerca e la concezione comune di serie di qualità, fra qualche tempo). Insomma, nonostante tutto, in TD si continua a sentire questa impostazione writer-driven che invece in The Knick sembra, per il momento, assente. D’altronde non sentirai dire a nessuno che questa è la serie di Amiel e Bagler, no? The Knick è la serie di Soderbergh, così come TD era la serie di Pizzolatto – non di Fukunaga. Di certo il fatto che quest’ultima sia una serie antologica ha una sua rilevanza, sono d’accordo con te. Ma comunque noto una certa differenza, sicuramente anche a causa del fattore “grande nome” e della libertà concessa a Soderbergh.
Vedremo come si evolveranno le cose. La mia non è una bocciatura, eh. Ripeto, siamo agli inizi, e poi… chi lo sa che anche una serie atipica non possa conquistarsi uno spazio e fare scuola, in futuro?
Io non ho capito perché Barrows porta il cadavere fuori dall’obitorio e poi, a fine puntata, fa a pezzi i maiali