
Come nelle prime stagioni, anche qui l’evento sociale e politico ci aiuta a fotografare fin dalle prime battute l’ambientazione storica dell’episodio, contrapponendo Robert al neo-governo laburista capeggiato da Ramsay MacDonald; evento, quest’ultimo, che rappresenta una minaccia agli occhi di Lord Grantham, come tutte le innovazioni e i piccoli progressi che intaccano lo status quo. Ciò trova conferma nella reazione di sua signoria alla richiesta della delegazione del villaggio, accorsa a Downton per richiedere una lapide commemorativa in onore dei caduti in guerra; richiesta formulata non già a Robert stesso, bensì a Carson.
What do you mean I hate not been wanted!

La rivoluzione industriale, le agitazioni sindacali e il suffragio universale sono solo alcuni degli avvenimenti verificatisi nel mondo esterno al maniero, che abbiamo conosciuto attraverso mere allusioni di sfuggita della famiglia Crawley in alcuni casi; in altri, (come nel caso dell’ospedale militare durante la grande guerra) con una partecipazione decisamente più effettiva. Il punto, però, è nelle parole di Carson: “The nature of life is not permanence but flux”.
E ciò che Downton riflette all’interno delle sue sontuose mura è proprio questo: il cambiamento.
I want to be a grown up, Mrs. Patmore,
I want responsibility, I want to be an adult.
I can’t just stand here following orders for the rest of my life.

In questo modo ritroviamo la forza principale di questa serie, la tridimensionalità di un affresco, tanto più pregno e realistico quanto più ricco di dettagli e sfaccettature, e contrasti forti tra tonalità di colore complementare.
The rule of the gong. It sounds like life in a religious order!

Lady Violet, dal canto suo, intreccia nuovamente la spada (a proposito di duelli verbali) con l’altra grande interprete Penelope Wilton. Il modo in cui il confronto/scontro tra le due viene sempre gestito mediante gesti più o meno eclatanti, alternati a una tattica di continua guerriglia, è una vera delizia e uno dei tratti più emblematici dell’aura dello show.

La sua omosessualità da sempre offre una doppia chiave di interpretazione: sul piano della diegesi, per le difficoltà e il senso di emarginazione nell’epoca raccontata, e sul piano più umano e personale, poiché rappresenta le difficoltà che lo stesso autore ha dovuto in qualche modo sperimentare. Il suo arco comunque è un po’ l’anello debole dell’intero universo Downtoniano, dal momento che, almeno fino alla rivelazione di Baxter, incoraggiata da Molesley, tende a una ridondanza di fondo che suona come uno spreco per lo sviluppo di un personaggio così simbolico ed emblematico.
Un problema, quest’ultimo, che sembra investire anche la figura di Tom, troppo spesso “sospeso a mezz’aria” senza trovare mai una direzione netta; risulta continuamente in bilico e poco credibile, a mio avviso, il tacito (ma non troppo) conflitto interiore tra una posizione di agio più che consolidata all’interno della famiglia Crawley e le sue ormai remote tendenze ribelli e sovversive.
Le due figlie di Robert e i rispettivi plot sembrano quasi relegati sullo sfondo, visto tutto il materiale sciorinato in una première molto attesa, e che promette senz’altro bene per le puntate successive. Si spera che le sorti matrimoniali di Mary siano chiarite presto, giacché la loro funzione “romantica” sembra offuscare più che far risplendere davvero le sue potenzialità narrative, mentre Edith, ormai più matura a causa del suo necessario rimorso come madre mancata, tende più a connotare l’esistente che non a muovere in avanti l’azione. Vedremo cosa ci riserverà Julian Fellowes nel prossimo episodio, ma nel frattempo il bilancio è più che positivo.
Voto: 8 e 1/2

Per me è sempre un gran piacere guardare Downton Abbey, nonostante abbia trovato la quarta stagione un in più rispetto alla terza. Magari serviva da ponte alla quinta. Vedremo.
Mi piace come abbiano reso così insopportabilmente ottuso Robert.
E con il secondo episodio vedo che continua a peggiorare (Robert). Concordo!