Dopo una premiere dal carattere fortemente introduttivo, necessaria a presentarci i numerosi personaggi che popolano la cittadina di Pagford, la miniserie di BBC e HBO torna con un episodio che approfondisce il ritratto crudele e grottesco della borghesia rurale inglese delineato da J.K. Rowling.
Le tensioni latenti all’interno della comunità, il cui precario equilibrio è stato irrimediabilmente spezzato dalla morte di Barry, vengono infatti ad aggravarsi durante la campagna elettorale per l’elezione del sostituto di Fairbrother. A contribuire in maniera determinante a questa escalation è proprio il “fantasma” del defunto che, come preannunciato nel cliffhanger dello scorso episodio, si è proposto di svelare i peggiori segreti dei candidati.
A tal proposito è interessante notare come questo non risparmi nessuno di loro, prescindendo quindi dalle idee e dagli interessi da essi incarnati, e soprattutto come i segreti siano in realtà una semplice esposizione delle debolezze dei tre uomini, finora taciute ma ben note a tutti. La pubblica umiliazione si rivela quindi un’arma potentissima, in grado di gettare le elezioni nel caos e di esporre l’inadeguatezza dei pretendenti rispetto al loro predecessore. Scrittura e regia indugiano a più risprese sugli aspetti più triviali della vicenda e dei personaggi coinvolti, riuscendo a strappare allo spettatore più di una risata amara, che ben si bilancia con le parti maggiormente drammatiche dell’episodio. Si pensi ad esempio alla sequenza del funerale, durante la quale la camera si sofferma sulla distribuzione dei volantini di Simon e sulle difficoltà nel trasporto della bara.
Le tensioni tra i diversi schieramenti esplodono definitivamente durante la cena organizzata da Samantha, facendo emergere con forza il carattere paradigmatico della contesa della Sweetlove House in quanto specchio dei conflitti della società moderna. L’aspro scontro che si consuma tra Mollison padre e la dottoressa Parminder porta efficacemente alla luce non solo l’ipocrisia del vecchio, incapace di vedere oltre i propri interessi personali, ma anche l’insensibilità della seconda, la quale giunge a rompere il codice etico della sua professione pur di affermare le proprie idee: The Casual Vacancy si rivela quindi come un affresco sempre più spietato della cittadina e dei suoi abitanti, in cui lo spettatore fatica a trovare appigli empatici.
Altrettanto riuscita risulta la successiva scena dell’incubo di Howard: il timore per la propria salute e (forse) il senso di colpa danno vita a una sequenza onirica dal carattere altamente disturbante, che ha il merito di mostrarci un lato inedito del personaggio, evidentemente non così impassibile di fronte ai recenti avvenimenti come aveva lasciato intendere fino ad ora. Se Mollison – anche grazie all’ottima performance di Gambon – acquisisce nuove sfumature, lo stesso purtroppo non può dirsi degli altri membri del consiglio e dei loro familiari. L’elevato numero di personaggi ha infatti impedito nella maggior parte dei casi un adeguato approfondimento psicologico, e ciò è risultato in una serie di caratteri solo abbozzati e a tratti caricaturali, funzionali all’evoluzione del plot e alla vocazione tragicomica della serie ma poco sfaccettati.
L’ipocrisia e l’arrivismo degli abitanti di Pagford si scontrano con la fragilità e lo spirito di ribellione degli adolescenti, che in questo episodio assumono inaspettatamente un ruolo centrale. Allo scontro sociale si affianca quindi in maniera evidente quello generazionale, che mette da parte il registro grottesco in favore di uno sguardo più delicato e intimista. Stuart, Krystal e Arf, al di là della diversa indole ed estrazione sociale, sono accomunati dalla disperata volontà di reagire a uno stato di oppressione che trova proprio nei genitori la sua causa. La figura dell’adolescente ribelle, pur ben lontana dall’essere originale, si declina nei termini di un’autenticità (per usare le stesse parole di Stuart) che contrasta efficacemente con la devozione alle apparenze degli adulti. Non a caso sembrano proprio loro, in quando avulsi dalle lotte di potere in atto, gli unici a piangere ancora la morte di Barry, la cui importanza per i ragazzi viene approfondita grazie a degli azzeccati flashback.
In definitiva questa sezione centrale della miniserie non fa che confermare i pregi e difetti già emersi nella premiere: l’emblematica e impietosa rappresentazione della società inglese si accompagna infatti ad una caratterizzazione non omogenea dei personaggi e alla sensazione che il racconto, finora molto lineare e a tratti prevedibile, debba ancora spiccare il volo a un solo episodio dalla fine.
Sono d’accordo, da lettore del libro mi rendo conto che i rapporti che posso avere io con i personaggi, conoscendoli bene, non sono gli stessi che avrà una persona che ha visto soltanto la serie. Non è un cattivo lavoro, ma avrebbe potuto essere meglio anche solo raddoppiando il numero degli episodi
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Sono d’accordo, da lettore del libro mi rendo conto che i rapporti che posso avere io con i personaggi, conoscendoli bene, non sono gli stessi che avrà una persona che ha visto soltanto la serie. Non è un cattivo lavoro, ma avrebbe potuto essere meglio anche solo raddoppiando il numero degli episodi