
Un aspetto affascinante di “The Wanderer” è la contrapposizione/alleanza che vede coinvolti Ragnar e re Ecqbert: entrambi sono mossi dal desiderio di espandere i propri orizzonti, culturali ma anche geopolitici, dal momento che sia l’uno sia l’altro intendono ampliare il proprio dominio su altri territori.

La sequenza in cui l’uomo si immerge in acqua, fino quasi a sprofondarvim è punteggiata in modo significativo dalla solennità dolcemente malinconica di una ballata funerea dei Wardruna, che hanno già fatto da colonna sonora per diversi episodi della serie; la loro Helvegen trasmette esattamente il senso profondo di una fine accettata pacificamente, laddove la morte rimane inevitabile, ma la determinazione fredda, rabbiosa e lucidamente rassegnata nell’affrontare la disfatta segue comunque una vita di battaglie, e ci racconta uno spirito guerriero fino in fondo.
Per quanto riguarda i due sovrani temporaneamente alleati, è possibile notare come nello scambio tra Ecqbert e Ragnar prevalgano ragioni simili, ma perseguite con un modus agendi molto diverso: Ecqbert, da re anglosassone, sceglie una calcolata strategia, quasi da principe machiavellico, preferendo donare a Lagertha e al suo popolo un’estesa porzione di terra da poter coltivare, approfittando della sterminata, e ormai da lui riconosciuta, supremazia dei vichinghi sul campo di battaglia per avere la meglio sulla Mercia, reale motivo dell’accordo. Se Ecqbert sente il bisogno di giustificare il suo operato ai propri sudditi, d’altro avviso è lo jarl Ragnar il quale, alle accuse mosse da Floki di assecondare i desideri del re del Wessex, reagisce in malo modo: la morte di Thorstein non è stato un sacrificio inutile, ma il destino del guerriero.
Il tema del fato diviene centrale anche in relazione alla figura di Harbard, sopraggiunto a Kattegat in circostanze sconosciute in seguito alla visione condivisa di Aslaug e le altre, aggiungendo alla trama un alone di mistero, quasi venato di esoterismo, in particolar modo per le implicazioni che coinvolgono il piccolo Ivarr, lo stregone e il ritrovamento dei bambini annegati. La natura del vagabondo è molto ambigua e in tutta probabilità verrà approfondita in seguito; nel frattempo, la possibilità che la regina Aslaug sia una völva, ossia una veggente i cui sogni sono profezie, potrebbe essere interessante per conferire spessore a un personaggio finora piuttosto piatto.

Uno dei tratti più caratterizzanti della serie è proprio la capacità di dipingere delle sequenze scenografiche estremamente evocative, un fattore che qui viene affiancato da una maggiore strutturazione dei contenuti: il risultato è una fruizione più piacevole grazie a una maggiore tridimensionalità dello show. In particolar modo, il binomio fra la cultura sassone e quella vichinga rimane uno dei tratti più interessanti, già abbozzato nella seconda stagione, e che vede in “The Warrior’s Fate” una felice progressione nel suo sviluppo, rendendo la visione di questa terza stagione più coinvolgente e lontana dalla “stanchezza” che poteva contraddistinguere una serie fondata soprattutto sulle scorribande dei barbari.
La serie, infatti, si era molto concentrata sui giochi di potere interni ai clan/regni di Kattegat e dintorni, fin quasi ad avvitarsi su se stessa; invece, spostando l’asse della narrazione su terreno anglosassone, la partita si amplia mentre i rovesciamenti di potere paventati alle spalle dell’ignara Lagertha riprendono il giusto spazio in una prospettiva più ampia. Quest’evoluzione certamente fa bene allo show, rinnovandolo e limando ciò che, alla lunga, poteva diventare uno schema prolisso e noioso.
Vikings dimostra con questi due episodi di essere in grado di offrirci non soltanto splendidi paesaggi nordici e sequenze in slow-motion girate a effetto, ma anche una rinnovata configurazione narrativa, cosa che rafforza e riconferma le qualità intrinseche di un prodotto di elevato spessore.
Voto 3×02: 8 ½
Voto 3×03: 8

