“Avere fama significa che milioni di persone hanno un’idea sbagliata di chi tu sia.” (Erica Jong)
Giunta al giro di boa, American Crime Story continua a narrarci il processo più famoso d’America da dietro le quinte e ci regala un ulteriore ritratto umano di grande fascino e complessità.
Dopo essersi concentrati sulla vulcanica quanto contraddittoria figura di Johnnie Cochran negli episodi precedenti, l’attenzione si sposta verso i responsabili della pubblica accusa, i “buoni” della storia, e in particolare su Marcia Clark, l’unica grande protagonista femminile della vicenda predestinata alla sconfitta.
La questione razziale e il potere manipolativo dei media sono, senza dubbio, le tematiche di punta della serie, ma a queste vi si intreccia un altro handicap sociale come il sessismo e gli autori ci mostrano come anch’esso costituisca un elemento cruciale nella risoluzione del processo. Marcia è una donna in carriera che ricopre un ruolo di spicco all’interno del sistema giudiziario, ma fin dal primo episodio appare evidente la sua incapacità di essere presa sul serio, tanto dai colleghi quanto dall’opinione pubblica; la sua determinazione viene costantemente sabotata da un sistema, e quindi da una società, ancora incapaci di accettare che una donna possa ricoprire una posizione di potere e imporre la propria volontà in momenti di crisi.
La sola difesa possibile per Marcia è la sua credibilità come avvocato e ciò significa dedicarsi a tempo pieno al lavoro sul caso, anche a costo di mettere da parte i propri doveri di madre; a spezzare questo equilibrio precario ci pensa il grande circo mediatico sviluppatosi attorno al caso. La chiave per vincere il processo, come viene spesso ripetuto nella serie, non è raccontare la verità, ma una storia più credibile di quella degli avversari: come può quindi una donna insicura come Marcia, vessata dai giornalisti per non essere una “faccia da copertina”, far valere le proprie ragioni contro animali da palcoscenico come Johnnie Cochran e Robert Shapiro?
Il conflitto tra senso del dovere e necessità di consensi spinge Marcia a cedere al dominio dell’apparenza e a rimodellare la propria immagine, fisica e morale, secondo convenienza. Da figura sgradevole con scarse doti comunicative, la donna si impone ai riflettori come un’orgogliosa lavoratrice disposta tuttavia ad anteporre il bene dei suoi figli alla propria carriera: un modello femminile da imitare e, di conseguenza, capace di influenzare a proprio vantaggio l’opinione pubblica. Anche un gesto minimo come il cambio di acconciatura assume i toni gloriosi di una performance per il pubblico americano e la giuria del tribunale, grazie soprattutto all’ironia tagliente e pop con cui l’inossidabile Ryan Murphy costruisce la sequenza.
Le strategie mediatiche di Marcia, tuttavia, le si ritorcono contro e rivelano in pubblica piazza la sua natura di perdente nata: il taglio di capelli diventa un ulteriore motivo di scherno per i media, ormai assurti a giudice e giuria del processo, e l’immagine di madre premurosa viene spazzata via dalla richiesta di affidamento dei figli da parte dell’ex marito. Il dolore privato diventa gossip, materiale da rivista su cui speculare in una società dove la verità è l’apparenza; il colpo di grazia arriva nel finale, in cui la credibilità di Marcia viene compromessa irrimediabilmente dal suo passato.
Sarah Paulson è perfetta nel ritrarre Marcia Clark come una donna oppressa dal senso di inadeguatezza, consapevole di essere dalla parte del giusto ma di non avere alcuna possibilità di vittoria. L’unica persona in grado di comprendere il suo dolore è un altro “rinnegato” della società, l’afroamericano Christopher Darden, ed è su questi individui gloriosamente perdenti che lo sguardo di Murphy si sofferma con maggiore intensità, regalandoci le sequenze più toccanti dell’intero episodio.
Dall’altra parte della barricata, invece, la parola e l’immagine sono le armi più efficaci a disposizione degli avvocati di OJ Simpson. L’astio dei cittadini nei confronti della polizia e la sensibilità riguardo al problema del razzismo sono sotto il controllo totale del team di Cochran, al punto che quest’ultimo non ha più bisogno di prove concrete a supporto della propria difesa: è sufficiente usare il potere della suggestione, insinuare il dubbio di comportamenti razzisti, la paura della “n word” per pilotare il parere della giuria; una tattica tanto efficace quanto cinica e opportunista, che mette in ulteriore evidenza l’ipocrisia e le contraddizioni razziali su cui l’intero processo è stato costruito.
American Crime Story prosegue il racconto di un pezzo di Storia degli Stati Uniti attraverso le vicende individuali dei suoi protagonisti, ricostruendo la realtà per comprenderla al meglio e invitando lo spettatore alla riflessione su tematiche sempre attuali. Il tutto senza rinunciare ad una narrazione serrata che, anche per chi già conosce il finale della storia, riesce a stupire e a commuovere in egual misura.
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Bellissima recensione…splendido episodio…voto 9…;)…