
Tuttavia, la qualità della serie non si ferma certo qui: gli spunti devono essere sviluppati ed approfonditi, devono costruire delle storie che riescano ad analizzarli nella maniera più intelligente possibile, senza sacrificare nel processo la messa in scena. È lì, in fondo, che si traccia la linea tra gli episodi migliori e quelli meno riusciti della serie, tra quelli che hanno saputo fare il passo in più e quelli che rimangono dei semplici esperimenti; “Men Against Fire” si pone esattamente nel mezzo, riuscendo a dire tanto ma lasciando la sensazione che si sarebbe potuto fare ancora qualcosa di più.
It’s a lot easier to pull the trigger when you’re looking at the boogeyman, hmm?

La premessa, come si diceva, è come al solito interessantissima e ricca di spunti, mettendo sul tavolo una narrazione che tanto si avvicina a “La Sentinella” di Fredric Brown: anche in questo caso si parla di spersonalizzazione del nemico, della cultura dell’orrore e del disgusto per giustificare ulteriori orrori nei confronti dei propri avversari. È un tema che, forse in questo episodio più che mai, si lega tanto ad un possibile futuro quanto al nostro passato, mettendo le proprie radici esplicitamente nei conflitti del Novecento ed in particolare sulla guerra in Vietnam, in cui Charlie era visto appunto come una “razza” straniera, fatta di alieni, di roaches. Black Mirror è sempre stata una serie sull’essere umano più che sullo schermo nero che ne riflette (senza inventarsi nulla) la natura, e “Men Against Fire” porta agli estremi un certo tipo di visione del nemico (ma, se vogliamo, anche dello straniero) che non può che risultare tristemente attuale. Dopotutto, la parte più terrificante della distopia presentata non sta tanto nell’impianto Mass, che “acceca” i soldati manipolandone l’intero sistema percettivo, quanto nello scoprire che la gente sia perfettamente a proprio agio con il dispositivo – e, quindi, con le atrocità che tale sistema permette di compiere. Perché la consapevolezza che esista un comando dell’esercito senza scrupoli che ordina atti del genere non è certo rassicurante, ma lo è ancora meno il fatto che la maggioranza della popolazione appoggi senza alcun problema questo tipo di strumenti.


Si tratta di un particolare di fondamentale importanza perché svincola l’episodio dal solito e banale complottismo e trasforma l’azione dell’esercito in un dilemma morale di grandissima risonanza, oltre che nell’espressione di un parere comune apparentemente condiviso. In questo modo, la colpa non è solo dei “piani alti” che mettono in atto l’inganno ai danni dei roaches e dei soldati, ma della cultura di massa che ha incentivato e fatto crescere un tale bisogno, dell’evoluzione esponenziale del pensiero secondo cui è giusto far progredire solo gli individui che, per ragioni puramente genetiche, meritano di portare avanti il genere umano – ed ecco ancora che si ritorna al passato, all’eugenetica che tanto ha segnato la storia del Ventesimo secolo.

Si tratta infatti di scelte troppo derivative, dalla famiglia “nemica” che accoglie il protagonista per essere brutalmente eliminata poco dopo alla rivalità con la compagna di squadra, fino ad arrivare ad un finale che sarebbe potuto essere d’impatto nella prima annata della serie, ma che a questo punto perde di potenza espressiva a causa dei legami troppo forti con gli altri episodi (il primo che viene in mente è di sicuro “Fifteen Million Merits”). È come se l’indiscussa qualità dei temi venisse in parte annacquata da un comparto narrativo meno ispirato e un po’ trascurato, contrariamente a quanto accade con successi indiscussi come il precedente “San Junipero”.
“Men Against Fire” è un episodio interessantissimo, il contenitore di idee e spunti per dibattiti che ci si aspetta avvicinandosi ad un episodio scritto da Charlie Brooker; rimane un po’ di amarezza, tuttavia, per un’esecuzione che non riesce a stare al passo con l’imponenza degli argomenti di cui si parla, trasformando un’ora di televisione potenzialmente grandiosa in un semplice racconto ben pensato.
Voto: 7½

Recensione perfetta! Anch’io ho visto questo episodio come una enorme occasione sprecata. Perché, davvero, il tema è uno dei più interessanti, ma lo sviluppo, tenuto conto poi che stiamo parlando di BM, è a dir poco sciatto. Peccato.
A me invece questo episodio è piaciuto tantissimo. Trovo che questa sia la tematica più attuale (insieme a Nosedive) che Brooker abbia affrontato in questa terza stagione e devo dire che,proprio per l’attualità di certi temi, è forse l’episodio che più mi ha angosciato.
A parte l’evidente richiamo ai migranti/scarafaggi (nel doppiaggio italiano li hanno chiamati “parassiti” ma poco cambia) ed alle rappresaglie naziste di questi soldati, l’episodio mi è piaciuto molto nei particolari.
La scena della casa in campagna è sicuramente il pezzo forte dell’episodio (la seconda parte non è all’altezza della prima) e devo dire che la rappresentazione di un futuro senza Dio e senza religione così tetro mi ha fatto parecchio riflettere sul ruolo della religione nella società così tanto messo in discussione (anche giustamente) oggi. Personalmente metto questa puntata nella mia Top 3 della terza stagione, anche se condivido l’analisi di un finale inferiore allo sviluppo e troppo simile a 15 Million Merits (che però forse non tutto il pubblico americano ha visto).
Ps:Credo che la popolazione veda gli scarafaggi nello stesso modo dei soldati, perché la compagna di Stripe afferma nell’episodio di essere andata a caccia di parassiti fin da ragazza, ergo prima che diventasse soldato (io l’ho vista così).
Ciao Mark May! Riguardo a come la popolazione veda i roaches io ho fatto affidamento al dialogo con la donna nel nascondiglio, perché quando Stripe chiede cosa vedano gli abitanti del villaggio lei risponde “what you see now”, facendo intendere che, anche senza l’impianto Mass, la cultura di massa è riuscita a costruire un odio ben più radicato di quello indotto dalla “semplice” distorsione dei sensi. L’impianto Mass è stato costruito soprattutto per rimuovere la difficoltà di premere il grilletto (e quindi di agire in maniera concreta), ma l’odio verso la gente con un DNA “difettoso” è qualcosa che è nato addirittura prima; è forse questo, come dico nell’articolo, l’aspetto più terrificante!
No la ragazza dice di essere andata a caccia di cervi fin da ragazza… la popolazione non ha i sensi alterati, vede gli scarafaggi come ralmente sono ma semplicemente crede alla propaganda e li detesta…
Comunque episodio debole perché si basa su un plot twist strausato in molte altre opere e quindi una volta facilmente sgamato resta ben poco di godibile in questo episodio…
E la maglietta con il logo dell’ente militare che governa il mondo?!? http://www.redbubble.com/people/michelevalerio/works/23905249-black-mirror-men-against-fire?grid_pos=2&p=t-shirt&style=longsleeve
La vera distopia in questo episodio per me è il dispiegamento della consapevolezza che non si tratti affatto di una distopia, ma della nostra realtà già compiuta (mi risparmio di menzionare le virali correnti politiche nazionali e non, “specchio nero” del becero qualunquismo succube e ignorante dell’ampia fascia di popolazione facilmente manipolabile), che la messa in scena rende solo più tecnologica.
Non è la minacciosa proiezione di un futuro possibile, bensì la parabola paradigmatica del nostro effettivo presente, che l’autore ricorda avere vigorose radici in un per nulla dissimile passato, quasi a connotare stavolta la tecnologia come un tessuto sempre più pregiato ed efficiente per vestire e servire lo stesso orrore preservato nei secoli del nostro eccelso progresso.
Episodio interessantissimo proprio per questa momentanea assoluzione del medium a discapito del nugolo di abominio col quale la natura umana nel sociale sembra forse congenitamente invischiata.
Ribaltamento della premessa tematica, inquietudine identica e graniticamente fedele alla linea.
Ti amiamo, Black Mirror.