
Tra questi c’è ovviamente la precarietà lavorativa ma anche e soprattutto la difficoltà a trovare e seguire la propria strada, nonché le ansie ed insicurezze causate dall’eccesso di informazione ed offerta tipico dell’era di Internet e del mondo globalizzato.
Si tratta di una generazione, insomma, che sulla carta dovrebbe guidare il mondo verso un futuro il più possibile “magnifico e progressivo”, ma che rimane spesso impantanata in una melma fatta di dubbi e possibilità. Provare a raccontarla in tv è una sfida che sempre più (giovani) autori hanno deciso di intraprendere negli ultimi anni, offrendo quindi una prospettiva personalissima che si sviluppa spesso attraverso storie e personaggi al limite dell’autobiografico.
Ovviamente quando si parla di serie di e per millennial, il pensiero non può che andare subito a Girls, la controversa creatura di Lena Dunham che ha incarnato e guidato questo movimento creativo meglio (e prima) di qualunque altra. Con gli anni, tuttavia, la serie HBO ha iniziato ad essere circondata da rivali, per altro di crescente qualità: show, anch’essi ormai affermati, che hanno proposto una versione riveduta e corretta del paradigma “venti/trentenne indolente e privilegiato” – titoli quali Broad City, Master of None, You’re The Worst, che oggi un po’ tutti conosciamo ed apprezziamo. Il piccolo gioiello australiano di cui vi parliamo in questo consiglio, invece, ha riscontrato qualche difficoltà in più nel farsi conoscere, ed è per questo che, cogliendo l’occasione del lancio della sua quarta stagione (in onda dal 9 novembre su ABC2 e dal 10 novembre su Pivot), ci teniamo a presentarvelo a partire proprio da questa cornice.
I think I love him, but also I don’t know what love is… you know?

I punti di forza del progetto sono tre: la leggerezza, l’uso particolare dell’autoironia e una sua personale poetica dell’ordinarietà o, se vogliamo, “delle piccole cose”. Per capire un po’ meglio cosa intendiamo può essere utile fare un confronto con un prodotto di cui abbiamo già parlato, e a cui viene spesso paragonato: Girls.
Innanzitutto, Please Like Me è fin da subito una comedy drama-free, molto meno fredda e asfissiante dello show di Lena Dunham: i credits in apertura di ogni episodio, accompagnati dalle note di “I’ll Be Fine” di Clairy Browne & the Bangin’ Rackettes, sono già praticamente una dichiarazione d’intenti, un manifesto della leggerezza della serie a cui contribuisce anche una fotografia dai toni caldi e un po’ “pastellosi”. Lo spirito è quindi quello del “che sarà mai”, che permette alla serie di affrontare anche i temi più pesanti (in apertura scopriamo ad esempio che la madre di Josh ha tentato il suicidio a causa di una forte depressione) senza prendersi troppo sul serio.

A differenza di Girls, inoltre, le storie che coinvolgono Josh, Tom, i suoi genitori o la sua ex Claire (a cui si aggiungono poi tanti altri personaggi, uno più bello dell’altro) sono soprattutto focalizzate sul breve termine, su un quotidianità fatta di ordinarie incombenze che non vorremmo trovarci a gestire – un po’ per egoismo, un po’ perché non sappiamo come comportarci –, ma anche di abitudini rassicuranti che ci permettono di andare avanti e di persone strampalate da cui non riusciamo o non vogliamo allontanarci. Mentre la Hannah di Girls pensa al suo grande futuro da scrittrice, Josh prepara la cena e inforna dolci; mentre Shoshanna vive una “grande avventura” lontano da casa, Tom continua ad andare tutti i giorni a lavoro senza troppa convinzione (e senza che lo spettatore capisca mai di cosa si occupi veramente). Il loro disagio è vissuto nel qui ed ora, nelle piccole cose, nei momenti all’apparenza insignificanti che compongono il puzzle della propria crescita personale, come un’uscita di gruppo che finisce in ospedale, o una giornata passata a parlare divisi da un muro perché uno dei due ha rubato all’altro la cena e lui per punirlo lo chiude dentro la sua stanza.

Senza essere mai politica, Please Like Me è quindi sì la “voce dei millennial”, ma è soprattutto una serie raffinata, acuta, pop e anche divertentissima, che merita senza dubbio la nostra attenzione (e il nostro affetto).

Bella recensione Francesca per una bella serie, che ha il pregio non da poco di non prendersi mai troppo sul serio e nella quale, come hai fatto notare tu, si possono anche trattare dei temi importanti, ma senza mai alzare la voce, il che tutto sommato a me un pregio non da poco.
Grazie! È un dono raro, in effetti. 🙂