
Dopo una première interamente dedicata alla figura di Noah e una seconda puntata che introduce la situazione in cui si ritrovano gli altri protagonisti, proponendo un doppio punto di vista incentrato su storie non corrispondenti, in questo terzo episodio The Affair riavvolge il nastro e riprende il racconto non speculare dei medesimi eventi, dando però spazio a un personaggio secondario: Juliette. È la prima volta che a un personaggio appena introdotto, che ha con i protagonisti un rapporto ancora marginale, venga dedicata un’intera sezione. Qui, infatti, la tecnica del racconto bipartito ha un carattere di presentazione del personaggio più che di contrapposizione di prospettive sugli eventi vissuti. Le discrepanze tra i due momenti, osservati sia secondo il punto di vista di Noah che di Juliette, sono minime e riguardano quasi tutte l’approfondimento della figura dell’appassionata professoressa. Rispetto alla tendenza tipica dello show, il point of view di Juliette ha uno svolgimento molto più organico e si integra a quello di Noah senza eccessive variazioni, proponendo un’interessante contestualizzazione di un personaggio che ha tutte le carte in regola per porsi come elemento di rinnovamento del racconto. Nella stessa direzione si pone la gestione dell’effetto suspense, rivitalizzata dal tentato omicidio di Noah e dall’introduzione del personaggio di Gunther.
I think we all live in our own version of the truth, and thus we are prone to terrible miscommunications.

Pervasi da una perenne sensazione di solitudine sono quasi persi in un fluire di impulsi che non sanno bene come cogliere e canalizzare. Il focus su Juliette non lesina di mostrarci la vitalità di una donna ricca di passione per il suo lavoro, per i suoi studenti, per la sua stessa vita; ma entrando nel dettaglio, squarciando quel velo con cui Juliette è solita adornarsi, ci ritroviamo di fronte a una donna sola, frustrata dalla malattia del marito, che cerca consolazione nell’attrazione morbosa di un giovane studente. Durante la cena, il continuo straparlare di diritti e consensi, di valutazioni e svalutazioni sulle dinamiche dell’erotismo crea come un vuoto, una sottile bolla d’aria nella quale Noah e Juliette si ritrovano da soli, isolati da un mondo che corre prepotentemente verso mille direzioni, quasi tutte dall’apparenza indecifrabile. La prof. Le Gall percepisce questa sensazione con molto più trasporto di Noah, ed è per questo che si getta su di lui con una foga che oltre al desiderio della carne è espressione del bisogno di un incontro, di una corrispondenza di amorosi sensi, di armonia e fluire di percezioni. Inseritasi in questo sostrato emotivo, la fuga di Noah ha un peso non irrilevante per Juliette, che si ritrova nuovamente a confrontarsi con quella parte di se stessa che le sfugge: il sesso palliativo con Mike, l’incomunicabilità con il marito, il melodrammatico straparlare della figlia.
You can stay, but just please stop talking.

Cosa è successo davvero in quei tre anni passati a Fishkill? Piccoli indizi – come l’atteggiamento con Juliette o il forte dolore alla spalla – lasciano intendere che dentro quella cella possa essere accaduto qualcosa di ben più incisivo di un semplice diverbio con un secondino in pieno abuso di potere.
Tuttavia, al di là delle speculazioni su quello che possa essere accaduto o meno, che rimpolpano l’elemento mistery della serie – sezione non sempre riuscita, ma comunque di fondamentale importanza per l’economia dello show –, l’essersi ritrovato a pagare per l’errore di una donna che ha smesso di amare, ma che non potrà mai smettere di proteggere, ha creato in Noah una forma di smarrimento e di apatia che sarà difficile superare. Nel gesto di arroccarsi la colpa c’è tanto altruismo quanto arroganza, esibita come la manifestazione inconscia di un obbligo di cui si libererebbe volentieri.

L’eco di un successo troppo lontano per avere ancora un peso, l’ingombrante presenza di un’ex moglie che per lenire i suoi sensi di colpa scambia l’affetto con una fastidiosa dedizione, una sorella che cerca di farsi perdonare qualcosa accaduto trenta anni fa, il fantasma di un amore fallito, il pericolo di qualcuno che ha tentato di ucciderlo: Noah Solloway ha seppellito il passato, rinunciato al futuro, e vive in un presente che non ha nessuna forma. Non ha più nulla a cui aggrapparsi e non sa dove cercare la spinta da cui ripartire. È un personaggio da ricostruire pezzo per pezzo.
Anche se i risultati finora sono ancora incerti, è proprio in questa condizione di Noah che The Affair potrebbe trovare la forza per rinnovarsi, per riuscire a reinventare un racconto che potenzialmente ha ancora molto da dire.

The Affair mostra la volontà di reinventarsi, e in un certo senso lo sta già facendo, ma siamo ancora lontani dalle vette che la serie è riuscita a raggiungere nella sua stagione d’esordio, in cui all’innovativa tecnica narrativa si univa un’indagine introspettiva sull’uomo e sulle sue debolezze, sul desiderio e il dolore, sull’importanza della famiglia e sul bisogno di libertà. Tutti questi elementi sono ancora presenti, ma appaiono come sbiaditi da una ridondanza espositiva che gli esperimenti di questi primi episodi cercano di superare. Noah ha davvero perso ogni cosa, ma se ben gestito, il suo viaggio per ricostruire se stesso potrebbe coincidere con una rinascita dello show.
Voto: 7

Un giudizio, a mio avviso, fin troppo buono per una puntata poco realistica (le reazioni dei personaggi al tentato omicidio di Noah è davvero poco credibili, tutti tranquillissimi e per niente preoccupati). A me sembra che questa serie abbia un po’ esaurito quello che aveva da dire e che si stia arrampicando sugli specchi del mistery e della suspence per tenere a galla una stagione partita con il piede sbagliato.
Anche i dialoghi della studentessa, che dice “ok ho deciso, il prof. Solloway me lo scopo” (…), per tacer dello studente che si fa tranquillamente la professoressa…
Ma avete una minima idea di cosa rischia negli Stati Uniti se ci si porta a letto un proprio studente/studentessa?