La prima stagione di Billions si era chiusa con il botto: una cascata all’insù di tensione narrativa, capovolgimenti a profusione e la sensazione di essere solo all’inizio di un vero scontro di epica contemporanea. Poteva essere altrimenti?
Senza dubbio, e non solo per qualche sbavatura iniziale dovuta a un andamento lento e a volte ripetitivo. Poteva essere altrimenti perché la finanza è un argomento difficile da trattare in sede di intrattenimento, pur considerando i recenti ed efficaci tentativi di trasporre il soggetto in riduzioni cinematografiche. Giocando quindi sulla diffidenza delle aspettative, allentata comunque dalla presenza di grandi nomi, la prima stagione ha preso in contropiede e colmato lo scarto con risultati qualitativi eccellenti, cementificati da prestazioni attoriali feroci e da una scrittura in grado di incastrare un duello psicologico ardente nelle ambientazioni asettiche dei fondi di investimento e degli uffici distrettuali.
“Risk Management”, pur con un salto temporale di tre mesi, prende forma proprio dagli sviluppi conclusivi coagulati negli ultimi minuti della stagione scorsa (con la partita terminata in parità), per riprogammare le dinamiche interne tra Chuck Rhoades e Bobby Axelrod e di conseguenza anche quelle tra gli organi di potere a cui rispondono. L’approccio è quindi diretto, propenso a celebrare le eccellenze passate ma anche annodato sui motori che muoveranno gli ingranaggi della nuova stagione. Il tutto sbalzato sulla superficie occupata dagli obiettivi narrativi di base: la mise-en-scène di uno scontro ideologico che allontani le coordinate morali per raccontare, quasi con realismo magico, l’ambiguità del potere e la sua funzionalità nel sistema contemporaneo.
L’episodio d’altronde non perde tempo e dà del suo meglio nell’intrecciare i procedimenti strategici dei due protagonisti e dei loro sottoposti al seguito, in uno schema che la serie ha reso familiare e facilmente rintracciabile. In quest’ottica, la scelta di capovolgere la situazione iniziale (con il procuratore deciso a incarcerare l’azionista) in nuove direzioni speculari (dove l’azionista vuole querelare il procuratore) risulta perfettamente sensata e brillante: non solo per la necessità di sgranchire e rinfrescare la meccanica del duello, ma anche per annettere nuovi personaggi (originati da questa svolta di contropiede) nella corrente di una trama dominata da personalità forti.
Ecco quindi Oliver Dake, soldato integerrimo dell’OPR, che entra in scena sulle note elettriche e selvagge di “Jump Into the Fire” (squisito riferimento a Goodfellas) per rivoltare le tasche alla condotta di Rhoades, funambolo stretto ultimamente tra orgoglio personale, dovere e conflitto di interesse. Le possibilità che il personaggio si riveli una spina nel fianco per i piani del procuratore sono alte quanto le potenzialità di una figura di rottura nel liquido marasma di dati e informazioni, sotterfugi sovrapposti e bugie assassine. Sembra molto probabile che sarà proprio il contatto di questo personaggio con gli anelli deboli a risolvere le distanze che ancora tengono separati i due protagonisti, come dimostra il colpo di scena sul finale dell’episodio, che apre un eccitante ventaglio di possibilità creative: supporto di una trama votata alla chiarezza del gioco, ma anche garante della sua naturale imprevedibilità.
In ogni caso, pur aderendo agli stilemi necessariamente imposti dall’ambientazione, Billions rimane il palcoscenico di una sanguinosa guerra psicologica, che procede per vie traverse o per strade più dirette a seconda del ritmo. Sono le personalità a contare e, gioco forza, la loro profondità. L’episodio, infatti, veicolato dal lavoro di eccezione degli attori, riconferma l’attenzione millimetrica ai dissidi che dominano le scelte dei protagonisti, considerando che sono proprio questi a slanciarli in una dimensione tridimensionale ed elettrica, a contatto con la sensibilità propria del racconto contemporaneo.
Il rischio è una forma di dissidio doppio: di per sé inteso in veste finanziaria e strategica, ma anche proiezione reale di un pericolo che minaccia l’economia interiore dei personaggi, costretti a bilanciarsi continuamente, scegliendo tra attacco e difesa o attacco mascherato da difesa e viceversa. Di conseguenza la gestione del rischio diventa fondamentale, sia come chiave di volta per interpretare i personaggi, sia per impostare un codice di comportamento che chiarifichi mosse e motivazioni delle pedine in gioco. La presenza poi del personaggio di Wendy, incastrato tra i due gladiatori come un elemento in grado di smontarli e rimontarli a proprio piacimento, eleva il discorso al quadrato e ammassa peso psicologico a qualsiasi mossa compiuta.
“Risk Management” è quindi una première eccellente che conferma i caratteri generali della serie e rinnova uno spettacolo virtuoso, realisticamente calato nel suo mondo di interesse ma comunque capace di scalzare parte della concorrenza per l’equazione formata da ricchezza analitica (nelle sculture psicologiche) e coraggio narrativo (nei temi trattati). Non resta che vedere lo sviluppo della partita e attendere la vera entrata nel fuoco.
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