
Non c’è solo il titolo ad accomunare l’ultimo prodotto della regina delle TV via cavo e la comedy di Channel 4: la serie è infatti un’ulteriore prova della tendenza che vuole i canali cable preferire le short run season rispetto ai tradizionali formati più lunghi, dichiarando in questo modo sia l’influenza della televisione britannica, sia la necessità di rispondere alle modalità di fruizione più contratte imposte dai concorrenti principali, primo tra tutti Netflix. La prima stagione di Crashing si distingue infatti per un formato di soli otto episodi da trenta minuti circa che ha tutta l’intenzione di privilegiare il running plot stagionale, pur non trascurando l’importanza del singolo episodio.
“You wanna 69?”
“I don’t like doing two things at once. It’s like riding a bicycle while playing the banjo, it’s unnatural.”

How do we even know that this vagrant doesen’t have AIDS? He looks like he has AIDS.

Mettendo per un attimo da parte Pete Holmes, l’altra mente dietro la serie risponde al nome di Judd Apatow, il quale, nonostante il considerevole numero di progetti in cui è impegnato, non manca di far sentire la sua presenza in diverse forme. L’autore di This is 40 è il regista di questo episodio d’apertura, ha contribuito alla sceneggiatura in varie fasi di questa prima stagione ed è produttore esecutivo della serie. Più in generale, Crashing, come accade per quasi tutti gli show prodotti da Apatow, si inserisce perfettamente nella sua poetica, richiamando le principali tematiche su cui si fonda la carriera televisiva e seriale dell’autore, che da Freak and Geeks a Trainwreck non ha mai smesso di aggiornare al contemporaneo i tradizionali temi della commedia americana.
In particolare è da sottolineare la fusione tra il lato comico e quello romantico, sia intesa come chiave di volta per stemperare il dramma nella commedia, sia perché l’utilizzo di personaggi che per lavoro o per attitudine fanno ridere rappresenta una soluzione foriera di significati. Sotto questo punto di vista non si tratta semplicemente di una serie su un comedian, ma della storia di un personaggio che ha dei problemi personali – come tutti – e che decide di affrontarli tirandoli fuori attraverso il proprio lavoro; lo stand up è solo la declinazione di questo tipo di inclinazione, la soluzione scelta in questo caso dagli autori. Come in Knocked Up, in Funny People o in Love, i personaggi di Apatow non sono uomini o donne eccezionali, bensì figure normali, quotidiane, anagraficamente adulti ma spaventati dalle responsabilità di questa fase della vita, in cui si sentono continuamente sotto scacco e vittime della propria insicurezza.
Come on, this is the West Village. It’s all the big guys. Seingeld, Romano, Chris Rock.

Holmes nella vita reale ha coltivato per anni una fervente passione religiosa, tanto da essere indeciso se percorrere la carriera di comedian o diventare un pastore cristiano. A ventidue anni, ben lontano dallo scioglimento di questo bivio, decise di sposarsi con quella che riteneva la donna della sua vita, salvo poi divorziare sei anni dopo. Questi due lati della vita dell’autore sono fondamentali per l’interpretazione della serie e per quella del personaggio principale, il quale rappresenta una riproposizione deformata dell’autore stesso.
Il lavoro che fa Holmes è di primario interesse in quanto rappresenta una messa in abisso della propria persona davvero affascinante: si tratta infatti di uno show estremamente autobiografico fatto da un comico che racconta attraverso la sua opera i propri problemi familiari, ma allo stesso tempo anche di una serie che racconta di un personaggio che solo attraverso il suo lavoro può superare (o quanto meno affrontare) le difficoltà nella vita reale. Sotto questo aspetto Crashing riflette molto attentamente sul rapporto tra arte e vita, sulla vita personale come stimolo inesauribile del processo creativo, come ha dimostrato lo scorso anno Lemonade, visual album di Beyoncé dichiaratamente autobiografico.
“Artie Lange” è un pilot interessante, che batte territori conosciuti ma che gradualmente lascia emergere una sua significativa originalità. Non si tratta certo di una nuova versione di Louie, perché, nonostante il medesimo contesto di partenza, Pete Holmes non ha la sicurezza, il gusto per lo sberleffo e il piacere nei confronti della political incorrectness di Louis C.K., ma rappresenta un modello molto più fragile, per certi versi più ingenuo; un autore che fa della purezza la sua arma principale al pari solo di una moralità splendidamente fuori tempo massimo.
Voto: 7
