
Ovviamente, trattandosi di Rebecca e Josh, “the situation is a lot more nuanced than that” e alla difficoltà di affrontare territori inesplorati si aggiungeva quella di gestire i personaggi con lo stesso spirito di sempre, ovvero a tutto tondo. Come conferma la stessa Aline Brosh McKenna in questa intervista, gli autori hanno scelto di muoversi dividendo la stagione in tre segmenti diversi facilmente individuabili anche dallo spettatore: nella prima parte l’attenzione è dedicata al triangolo con Greg, nella seconda viene introdotta la girl squad e il conflitto con Paula, mentre nella terza, che coincide con il ritorno dopo il midseason finale, Josh si riavvicina a Rebecca e un nuovo personaggio/love interest fa il suo ingresso sulla scena. Questa struttura – e la generale frammentazione del racconto – ci consegna una versione inedita dello show che avevamo imparato a conoscere, facendo emergere qualche problema ma anche nuove possibilità.
A differenza della stagione d’esordio, focalizzata su un obiettivo definito e familiare e dunque inevitabilmente più coesa, la seconda annata incontra infatti maggiori difficoltà nel gestire il materiale e i personaggi. La stessa qualità (o più precisamente la forza e l’incisività) dei numeri musicali, come di certi siparietti comici, tende a calare a partire dal segmento intermedio – ovvero quello che si allontana più bruscamente dal concept e dai topoi della rom-com tradizionale.

In tredici episodi la protagonista ha fatto, quasi sempre suo malgrado, diversi bagni di realtà – la rottura con Josh, la partenza di Greg, la lite con Paula e il confronto con nuove amicizie, le verità scomode della rabbina Shari, Nathaniel e la Dottoressa Akopian – ed è stata tentata, allo stesso tempo, da altrettante soluzioni facili – il make-over per Miss Douche, il tentativo forzato di far legare Paula con Valencia ed Heather, nonché ovviamente la proposta di matrimonio. Nei capitoli conclusivi tutti questi stimoli confluiscono in una crisi ed una rivelazione che da spettatori non eravamo riusciti a mettere a fuoco, ma le cui basi, ancora una volta, erano state preparate con largo anticipo.

La sensazione di spaesamento, però, non è soltanto frutto di un trucco consapevole e ben congegnato. Nonostante la preparazione del twist sia stata impeccabile, la sua costruzione effettiva lascia spazio ad alcune domande e riflessioni sulle intenzioni degli autori. Innanzitutto il season finale è un episodio fin troppo ricco di elementi: la fuga di Josh (nonché la sua decisione di diventare un prete), l’introduzione di Robert e la scoperta del passato di Rebecca, a sua volta collegata al trauma dell’abbandono del padre, ci vengono presentate in un arco di tempo troppo ristretto perché l’analisi del problema risulti davvero approfondita e non vagamente banalizzata. Per quanto la questione daddy issue sia, come già detto, perfettamente in linea col percorso della donna, il modo in cui viene resa nel momento del “risveglio” e del confronto finale è piuttosto grossolano e deludente – abituati, come siamo, ad un percorso di caratterizzazione più “nuanced”. Lo stesso si può dire del modo in cui viene rappresentato il “soggiorno” di Rebecca nel centro di cura (e dunque la sua malattia, adesso che è ufficialmente tale): per una serie che ha sempre parlato di depressione in maniera innovativa, puntare su questa determinata “iconografia” dei disturbi mentali non dà forse l’idea di una nota stonata?

Cosa significa tutto questo per lo show? In realtà avremo modo di scoprirlo soltanto con la terza stagione, che a quanto pare rappresenterà una nuova fase nella de-costruzione del mito della “ex pazza”: la rabbia vendicativa, di cui abbiamo avuto un assaggio grazie ai flashback su Robert. Per quanto riguarda il secondo capitolo, quindi, il giudizio non può che essere incompleto, dal momento che l’efficacia e l’importanza di quanto abbiamo visto potrà essere valutata soltanto a posteriori.

Ed è così che conquista ancora, pur tra qualche perplessità, la nostra fiducia.
Voto episodio: 7
Voto stagione: 7½
