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Il filosofo non solo sosteneva con veemenza la natura “buona e animale” dell’uomo, ma invitava anche a un ritorno al famigerato stato di natura, a una età dell’oro fatta di valori affini alla natura in sé e alla natura dell’uomo.
Sapere quanto Taboo, giunta ormai a metà strada del percorso prefisso in otto capitoli, condivida e guadagni da queste teorie non è certo, ma neanche necessario e sicuramente non determinante. Già solo dopo due episodi, in cui una disarmante ordinarietà è stata spesso colpevole di viziare l’impostazione di stile, ambiente e trama con diffuse facilonerie, lo show di Tom Hardy, Chips Hardy e Steven Knight aveva infatti disfatto le aspettative di magniloquenza su cui si crogiolava la miniserie prima del debutto.

L’impressione generale intuita da questi due episodi suggerisce una sorta di premeditazione. Una premeditazione nel modo di raccontare ogni vicenda, quasi un pilota automatico che “giustifichi” il movimento a orologeria della trama: ogni evento narrato non fiorisce sullo schermo, ma ricalca le aspettative dello spettatore con diligenza e calcolata affettazione. Il gioco (di una narrazione che sembra banale e poi ribalta le certezze) varrebbe la candela se ci fossero indizi a suggerire un disegno più ampio o più profondo delle apparenze, che per ora vantano solo una costante compattezza a tratti infangata da sferzate di cruda violenza. Tuttavia, vista la breve durata dello show, sembra un’opzione piuttosto improbabile.

Se poi non ci sono particolari innovazioni per quanto riguarda le scelte registiche (le due puntate condividono con le prime la passione, lecita, tanto per i connotati di Tom Hardy quanto per le sue complottistiche camminate e commissioni), pare consolidata la scelta di legare le evoluzioni della trama ai segreti dei suoi protagonisti. I due episodi dimostrano come avvalersi di questa equazione creativa sia semplice ma funzionale: la forza della narrazione e degli intrighi è direttamente proporzionale alla portata dei segreti che i personaggi nascondono e da cui sono perseguitati. Tuttavia, siccome buona parte del minutaggio è dedicata a gestire l’emotività contorta e oscura (tonalità che la serie predilige) delle pedine in gioco, meno tempo rimane per dettagliate spiegazioni di natura geopolitica, che giocoforza risultano raffazzonate e che invece regalerebbero nuove gamme di colori agli assi narrativi secondari. L’analisi sul potere costituito, che per ora non si disfa di trattamenti di maniera e preferisce invece puntare sulla rabbia scomposta e affabulatoria della burocrazia, ne gioverebbe, avvalendosi di nuovi angoli interpretativi.

Penetrare nei sogni degli altri a proprio piacimento è una capacità sicuramente meno di impatto dei cannibali vizi, ma allettante e fertile di potenzialità versatili, e non è che l’ennesima prova della fiducia della serie nel suo protagonista. La pericolosità di questa struttura (che rimpinza il protagonista di attenzioni senza soluzioni di continuità) si rivela nel totale calo di interesse per gli altri personaggi – non tanto colpevoli di mancanza di personalità quanto vittime dell’egemonia terrorizzante fuori e dentro lo schermo di Hardy/Delaney –, ma anche nell’azzeramento di preoccupazione per le sorti del personaggio in qualunque situazione di pericolo.

Se è troppo tardi per sperare in una virata di improvviso genio che rialzi o ribalti tutto quanto è stato presentato finora, pare contrariante accontentarsi di uno spettacolo potenzialmente armato di così tante munizioni per detonare uno spettacolo fragoroso, ma messo a silenzio dalla mancanza di vero, graffiante coraggio.
Voto 1×03: 5/6
Voto 1×04: 5
