
Data la natura antologica dello show, “The Law of Vacant Places”, come le precedenti première della serie, ha il compito – perfettamente riuscito – di introdurre la storia e i suoi personaggi, collocandoli nella loro posizione di partenza, o sarebbe meglio dire di ‘caduta’. Dopo una prima parte in cui ognuno ci viene presentato attraverso le proprie caratteristiche portanti, l’evolversi della narrazione si fa portavoce dell’assurdo irrompere del caso, creando una serie di circostanze che pongono i singoli personaggi sul ciglio di un burrone. Anche la scelta tipologica dei caratteri coinvolti richiama lo schema dei personaggi delle passate stagioni – poliziotto buono, uomo frustrato e stanco della propria esistenza, gruppo di criminali –, ma nonostante ciò non si ha neanche per un secondo la sensazione di ritrovarsi di fronte a qualcosa di già visto. Il rigore narrativo e stilistico con cui la serie viene costruita ha il potere di conferire al racconto una genuinità sempre diversa, e questo perché Fargo guarda a quella porzione di realtà che si è prefisso di raccontare cercando di ricrearla scrupolosamente.

Tutte queste considerazioni trovano una simbolica rappresentazione nello spiazzante prologo che apre l’episodio (finora slegato dalla narrazione, eccetto che per il riferimento metaforico allo scambio di persona): 1988, in una Berlino Est ricoperta di neve, un sadico ufficiale interroga un uomo accusandolo di omicidio. Per quanto Jakob Ungerleider possa negare di essere Yuri Ganka, la costruzione della scena, la fredda e persuasiva scelta linguistica dell’ufficiale, il dettaglio sulla neve posata sugli stivali dell’uomo, che si scioglie creando un rivolo d’acqua, riescono a far sorgere il dubbio: colpevole o innocente?
“Non siamo qui per scambiarci racconti, siamo qui per dire la verità” dice l’ufficiale all’uomo terrorizzato, dimostrando come spesso alla verità possa essere sostituito un logico – e, come in questo caso, banale – ragionamento, senza riuscire a scalfire completamente la portata di quella verità che si cerca di dimostrare – in pratica la metafora dell’intero progetto Fargo.
«How’s the Corvette?»
«It’s a car.»

Il rapporto tra i due fratelli è incrinato da eventi che risalgono alla morte del padre e alla spartizione – apparentemente non equa – della sua eredità. I dialoghi in merito sono volutamente criptici: non ci sono elementi che diano una prova a favore della versione dell’uno o dell’altro. Per l’economia del racconto non è importante sapere chi ha ragione e chi torto, ma il dubbio che s’insinua è un elemento fondamentale per comprendere la vera natura dei due personaggi, entrambi inaffidabili: se è facile credere che Emmit abbia fregato il fratello, è altrettanto facile pensare che la stoltezza di Ray lo abbia portato a confondere le cose, così come lo conduce a ordire un improbabile piano per impossessarsi dell’antico francobollo. La stupidità del gesto sta proprio nell’ingenua disperazione di Ray che, come un bambino capriccioso, vuole riavere indietro ciò che ritiene gli spetti solo per poter comprare un anello alla sua pretenziosa fidanzata. Non c’è cattiveria nei suoi intenti, Ray non ha intenzione di rubare altro al fratello o di ferirlo in alcun modo: rivuole solo il ‘suo’ francobollo. Ma è proprio questa sottigliezza d’intenti che lo porta a compiere un grossolano errore di valutazione: fidarsi di Maurice – interpretato da un ottimo Scoot McNairy (Halt and Cath Fire) – è una decisione così pessima da lasciar trasparire come Ray non abbia attivato nessun filtro con cui passare dal pensiero all’atto. E quando le azioni fluiscono senza un paravento razionale, il caos prende il sopravvento e si espande come una gigantesca e pericolosa macchia d’olio.
Eden Valley. Triple goddam bingo.

All’interno di una serie di azioni e reazioni, di cui è vittima lo stesso Maurice, s’inserisce un’altra variante, slegata dalla linearità della narrazione, ma pronta a inserirsi nell’evolversi degli eventi come tragico accelerante: V. M. Vargas – un inquietante David Thewlis – e la sua società, dall’apparenza tutt’altro che cristallina, rompono l’idillio che Emmit crede di vivere, creando i presupposti per una celere e drammatica evoluzione del personaggio.
“The Law of Vacant Places” dipinge un quadro più cupo e meno corale rispetto alle stagioni precedenti: le varie pedine sono disposte agli estremi di una scacchiera già pronta a trasformarsi in un grottesco teatro di guerra.
L’episodio, scritto e diretto dallo stesso Noah Hawley, si snoda con una perizia stilistica che alterna virtuosismo e precisione: la scena è composta secondo parametri ben precisi costruiti con il preciso intento di dare risalto alla caratterizzazione dei personaggi. La regia indugia su inquadrature pittoriche – come la maggior parte delle scene con Maurice –, ma allo stesso tempo si sofferma su quegli elementi che hanno bisogno di un rigore espositivo neutro e diretto, soprattutto nei momenti cardine per l’espletamento della trama. Questa particolare attenzione al dettaglio, sia in campo narrativo che espositivo, è stata capace di dare sostanza e stratificazione a ogni personaggio introdotto, a partire dal bravissimo Ewan Mc Gregor fino allo strepitoso Michael Stuhlbarg, l’indimenticabile Arnold Rothstein di Boardwalk Empire.
Un cast d’eccezione, una scrittura raffinata e funzionale, una regia dosata perfettamente tra stile e rigore rendono questa premiere un piccolo capolavoro, ed è solo l’inizio.
Voto: 8/9

Un grande episodio, un’autentica delizia. Non avevo colto che i due fratelli fossero interpretati dallo stesso attore. Personaggi magnifici nel più puro stile “Fargo”. Questa premiere mi è parsa molto vicina al film originale dei fratelli Cohen. Alcune dinamiche, pur nell’autonomia della vicenda narrata, sono quasi identiche.
Non raggiunge imo lo splendore della devastante premiere della serie 2 ma concordo che e’ comunque un grande inizio.
Posso fare un piccolo OT?
Mi piace molto la nuova grafica ma i commenti sono troppo in piccolo, non si possono ingrandire?
Non si riesce quasi a leggerli.
Quanto Fargo l’ho trovato magnifico, come sempre.
Non ho quasi tirato il fiato per più di un’ora.
So già che tiferò per la poliziotta e suo figlio e che odierò fino allo spasimo la cosiddetta fidanzata del cogl.ione di turno e già che ci sono odierò anche lui perché non sopporto, proprio non sopporto gli stupidi (e in Fargo ce n’è sempre parecchi).
L’inizio a Berlino è qualcosa di agghiacciante.
Quando si vede l’acqua colare nel pozzetto di scolo ho persino temuto che se la fosse fatta addosso per la paura.
Era una situazione kafkiana, le peggiori, secondo me.
Il finale con Maurice centrato in pieno perché si è soffermato a fumarsi una sigaretta è un pelino forzato ma ci se ne frega!
Ciao annamaria, stiamo ancora provvedendo a sistemare alcune cose sul sito e a breve cercheremo anche di sistemare il carattere dei commenti 😉
Grazie per l’attenzione.
Ci conto.
Io ho i miei annetti, non ho ancora la cataratta ma….
Bentornata Fargo! 🙂
Ottima recensione! Oltre all’importanza del caso, aggiungerei anche l’inadeguatezza di alcuni personaggi e anche il loro essere sprovveduti. Inadeguati perché non sono all’altezza di quello che è richiesto loro (vedi Maurice, che è così incasinato che non riesce neanche a tenere il foglietto con le indicazioni) e sprovveduti perché non sanno di essere inadeguati e quindi credono di essere in grado di fare cose di cui non sono capaci (vedi la fidanzata di Ray, che pensa di essere in grado di orchestrare un perfect crime all’ultimo minuto, anche se è soltanto una criminale da strapazzo, o Emmit che si è messo in affari con Dio sa solo chi e ora non sa cosa succederà).