
E lo fa attraverso la splendida messa in scena della Notte degli Oscar del 1963, il perfetto campo di gioco in cui le nostre protagoniste lottano per afferrare l’ultima opportunità di essere acclamate e di risplendere nuovamente nello sfavillante e crudele mondo di Hollywood.
La sola rappresentazione della serata e della sua preparazione basterebbe a renderci soddisfatti della puntata, ma, com’è stato chiaro fin dall’inizio, il punto di forza dell’intera serie non è solo la splendida rappresentazione dell’ambiente cinematografico e della feroce contesa fra Bette e Joan, bensì la capacità di incastonare, fra questi elementi, le tracce di una dimensione ben più tragica e decadente, in grado di offrire allo show uno spessore emotivo unico e di scavare a fondo nelle personalità dei suoi personaggi.
Whatever self-confidence I had left was gone.

Le scelte registiche e la splendida interpretazione di Jessica Lange giocano qui un ruolo fondamentale nel rivelare, sotto la vena umoristica, l’enorme dolore che si cela dietro le perfide azioni della donna, scaturito dalla consapevolezza di non poter più appropriarsi dei trionfi passati.
È difficile, osservando i disperati tentativi di rivincita di Joan, non avvertire una pungente e costante amarezza: come ammette lei stessa, ormai – a causa dell’invidia nei confronti di Bette e, soprattutto, del soffocante ageismo che circonda il cinema – non le è rimasta alcuna traccia di autostima, né la speranza di far valere nuovamente il suo talento.
La grande disillusione di Joan ha preso così ben presto le sembianze di una spietata vendetta volta a far sì che Bette non conquistasse il suo ultimo, grande trionfo. Le sue intenzioni sono ben chiare agli occhi di tutti (“It’ll be seen in all quarters for exactly what it is: a petty act of revenge from a woman scorned”), e questo – illustratoci nel mare della gentilezza e dei sorrisi forzati del mondo hollywoodiano – non fa altro che accrescere il carattere di falsità che circonda l’ambiente delle celebrities.
Il bellissimo long take alle spalle di Joan nel backstage degli Oscar riesce a cogliere questa dimensione, squarciando il velo della scintillante apparenza del mondo cinematografico e dando – attraverso la molteplicità di ambientazioni in contrasto fra di loro – un tono surreale e, per certi versi, grottesco alla rappresentazione.
She needs it. And besides, Hollywood should be forced to look at what they’ve done to her.

In particolare, l’approccio con le nuove generazioni di giovani attrici è terribilmente sofferto non solo perché, nell’assistere al successo delle nuove e fresche star del cinema, Bette e Joan ritornano con dolorosa nostalgia a pensare a un luminoso passato ormai lontano; ma soprattutto perché il confronto generazionale si rivela un ottimo espediente narrativo per far incontrare (e collidere) in un’unica dimensione le crisi esistenziali delle protagoniste e la messa in scena della situazione cinematografica del tempo.
In “And The Winner Is… (The Oscars of 1963)” un ruolo cruciale a questo proposito lo compiono i personaggi di Geraldine Page (Sarah Paulson) e di Anne Bancroft (Serinda Swan), entrambe nominate insieme a Bette per il premio di Migliore Attrice.
I dialoghi che Joan compie con entrambe – nel tentare di convincerle a ritirare il premio in loro vece – funzionano alla perfezione, in quanto riescono a mostrare senza alcuna difficoltà la profonda disperazione della donna, ormai disposta a tutto pur di rimettere piede sul palco.

In questa situazione, Bette e Joan non hanno altre possibilità di attirare l’attenzione se non inserendosi nei pettegolezzi riguardanti la loro inimicizia. Di questo ormai Joan ha piena consapevolezza e, persa la speranza di brillare per il suo talento, decide quindi di cavalcare l’onda di questo gioco crudele, inserendosi in un consapevole percorso di auto-umiliazione con l’intenzione di riassaporare, anche se in maniera sbiadita, l’emozione di essere di nuovo al centro dell’attenzione.
I just thought for a moment that I was back in the game.
Bette è invece pronta a rivivere il sogno del passato, ben consapevole di avere un’ultima opportunità per coronare la fine della sua carriera. Importante, in questa puntata, è il ruolo dell’amica Olivia de Havilland (Catherine Zeta-Jones), a cui è stato dato più spazio. È proprio il rapporto di sincero affetto e gratitudine che quest’ultima instaura con Bette a permettere di segnare una distinzione più marcata fra le protagoniste: Bette, a differenza di Joan, non è completamente sola.

Le scene finali ci chiariscono ulteriormente che in questo episodio, però, non esistono vincitori: se da un lato vediamo una Bette delusa e distrutta tornare a casa in compagnia delle persone a lei care, dall’altro invece c’è una Joan immersa completamente nella solitudine e ben consapevole della meschinità delle sue azioni. È ulteriormente chiaro che avere la meglio su Bette non le permetterà di avvicinarsi alla soddisfazione che cerca, proprio perché il male interiore di cui soffre è il frutto di un sistema che si nutre dei suoi stessi tentativi di uscirne.

Voto: 8½
