Giunta a metà del proprio cammino, l’ultima fatica di Ryan Murphy procede spedita, configurandosi sempre più come un fedele ritratto di (due) donne e del sottobosco di tematiche e significati che hanno rappresentato ed interpretato all’interno del periodo storico che Feud vuole raccontare.
In “More, or Less”, a rubare la scena, nonostante l’iniziale caratterizzazione come personaggio di secondo piano, è Mamacita, immigrata tedesca e testimone proattiva dell’afflato autodeterminante e meritocratico su cui gli Stati Uniti hanno costruito le proprie fortune.
Negli anni Sessanta, i flebili venti di cambiamento che accarezzano la nazione sembrano a malapena solleticare Hollywood, un ecosistema patriarcale impermeabile alle novità (ancora oggi l’ambiente cinematografico è caratterizzato da un’endemica disparità e le “quote rosa” sono costrette a lottare strenuamente per farsi largo all’interno di un panorama a maggioranza maschile) in cui l’uomo, invecchiando, acquisisce fascino mentre la donna, con lo sfiorire della bellezza, vede diminuire la propria spendibilità sul grande schermo.
Il personaggio interpretato da Jackie Hoffman funge da raccordo, da punto di contatto tra due epoche differenti: quella ormai trascorsa di Joan Crawford e Bette Davis, star desiderate ed invidiate la cui parabola è legata molto più al corpo, alla bellezza, che alle loro effettive capacità, e quella ancora lontana dove Pauline otterrebbe l’occasione che merita.
L’episodio, da considerarsi filler all’interno del racconto delle ostilità fra le due attrici, ha il pregio di mantenere alto il livello nonostante l’apporto limitato dei due main characters. A uscirne rafforzate sono le figure secondarie, approfondite attraverso una serie di dialoghi e duetti mirati. In uno di questi assistiamo al vivace scambio di idee tra Jack Warner e Robert Aldrich; si tratta di un dialogo gravido di significati soprattutto dopo essere stato correttamente inserito all’interno della cornice storica. L’uscita di “What Ever Happened to Baby Jane” coincide, infatti, con l’irreversibile tramonto dell’età dell’oro di Hollywood, del cinema narrativo classico, delle cui idee e convinzioni è latore Jack Warner (“You’re a wop working in the fucking tile factory. We need tiles.” “Dreams are illusions”). Dalla parte opposta della barricata Aldrich, pur senza mai diventarne un elemento di spicco (nonostante “Dirty Dozen”), rimanda alla nuova Hollywood, le cui fiamme iniziavano a covare sotto le ceneri del cinema classico, condannato senza appello dalla fuga degli spettatori.
Il 1968 e il femminismo sono ancora lontani e per Bette Davis e Joan Crawford, nonostante il grande successo del film, il panorama non è mutato e le offerte latitano. Mentre la prima, sulle ali del plauso della critica, cavalca l’onda del successo partecipando a talk show e godendosi l’inatteso ritorno di fiamma nei suoi confronti, Joan Crawford, rosa dall’invidia, è inesorabilmente succube di alcolismo ed autocommiserazione, convinta che il proprio lavoro non abbia ricevuto il meritato riconoscimento. Feud si sofferma a più riprese sulla giustapposizione dell’elusività e della caducità del successo alla brutalità della sconfitta; lo fa giocando con le aspirazioni dei personaggi, imprigionati in un mondo chiuso e tiranno, in cui non c’è posto per i sogni e il fio per le illusioni si sconta crudelmente.
Molto più che del rapporto controverso tra le due star, “More, or Less” ci parla del desiderio, tutto umano, di vedere riconosciute e premiate le proprie capacità, di trovare un posto nel mondo in cui si possa essere accettati ed apprezzati senza dover sottostare agli stringenti vincoli ambientali. Si tratta di una pulsione universale, che trascende la semplice discriminazione sessuale (che pure ha grande rilevanza all’interno del racconto). A fronte di donne che non vedono elogiato il loro talento e il cui successo è legato indissolubilmente al loro fenotipo, non mancano uomini costretti a limitarsi, che si vedono le ali tarpate dall’immobilismo. Emerge con prepotenza la vena tragica di Feud che, soprattutto con Joan Crawford, indaga i mille volti del successo dietro ai quali si più celare l’ennesima sconfitta; il tempo per le due donne è agli sgoccioli (“I have very few chances left”) ed è impossibile non notare il parallelismo con le interpreti il cui immenso talento è raramente valorizzato da un mondo cinematografico ancora in difficoltà con un certo tipo di ruoli.
Il lavoro di Lange e Sarandon conferisce a Feud una marcia ulteriore e ben compensa certi passaggi a vuoto (gli interventi di Catherine Zeta Jones e Kathy Bates sono, ad ora, più fastidiosi che inutili). Lo scotto di poter godere di simili prove recitative si paga in un episodio come “More, or Less” che, nonostante un’ottima scrittura e la profondità dei temi, risente chiaramente della marginalità delle protagoniste il cui apporto scenico è insostituibile. La sequenza finale, in cui l’animalesco urlo di Joan che travalica i confini fisici dell’abitazione fa da perfetto climax allo strisciante surrealismo dei telefoni scollegati, nutre le speranze di chi si attende recrudescenze e nuovi colpi bassi nel rapporto tra le due donne. Nel frattempo Feud resta una gioia per gli occhi, a partire dai meravigliosi titoli di apertura che, assieme all’attenzione a certe ambientazioni e tematiche, strizzano vistosamente l’occhio a Mad Men; trovare uno show che coniughi una buona scrittura, in grado di supportare prove recitative di alto livello e la minuziosità nella ricostruzione ambientale, sia nelle atmosfere che a livello fisico, non è un ‘esperienza quotidiana.
“More, or Less” si rivela un valido anello di congiunzione tra le due diverse fasi del racconto, in grado di approfondire il contesto della narrazione e di preparare il terreno per gli sviluppi futuri.
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