Dopo aver analizzato con occhio clinico lo sfarzo e i sotterfugi dietro la notte degli Oscar, Feud rientra in una dimensione più intima e malinconica per parlare di solitudine, di sfruttamento e della fine imminente dello studio system hollywoodiano.
In questo episodio l’attenzione è tutta rivolta a Joan Crawford e alle conseguenze, professionali e private, del suo elaborato sabotaggio ai danni di Bette Davis. Le parole di Geraldine Page nell’episodio precedente trovano pieno compimento nella bellissima sequenza d’apertura, dove la natura cinefila dello show prende il sopravvento: gli Oscar del ’63 hanno rivelato al mondo il vero volto di Joan Crawford e Hollywood non può che adattarsi e sfruttare l’onda di un dramma umano che ha contribuito a creare in prima persona.
Strait Jacketè un punto di non ritorno definitivo per Joan: il grande successo di pubblico del film viene vissuto dall’attrice come la morte della sua carriera artistica, ormai segnata dall’immagine di donna vendicativa e subdola con cui l’opinione pubblica l’ha identificata. L’ingresso nella sala del cinema armata di accetta è impietoso nel sottolineare l’imbarazzo e il dolore di Joan nell’essere diventata, dentro e fuori dallo schermo, l’amara parodia di se stessa. A dare particolare valore alla scena, oltre all’impeccabile performance di Jessica Lange, vi è il prezioso cameo di John Waters – baluardo della corrente più bizzarra del cinema indipendente americano – nei panni del regista William Castle, considerato da Waters uno dei suoi numi tutelari.
L’inquietudine di Joan per i suoi fallimenti come attrice e come donna trova ulteriore alimento nei fantasmi del passato, incarnati in un film pornografico girato dall’attrice in gioventù per sopravvivere alla sua misera condizione. La minaccia dello scandalo porta Joan a confrontarsi dopo anni con il fratello Hal, ennesima vittima della spietata macchina hollywoodiana, e a prendere consapevolezza di come il suo malessere abbia radici ben più profonde. Lo sfruttamento – exploitation – subìto da Joan nel mondo del cinema per costruire la sua carriera ha origine da uno sfruttamento più doloroso e umiliante, poiché subito all’interno del nucleo familiare. Il passato e il presente di Joan sono costellati da soprusi che hanno plasmato la sua vocazione d’attrice, e il risultato finale è quello di una donna vittima delle sue contraddizioni: Joan vuole disfarsi del controllo manipolativo di Hollywood, ma la fame di celebrità è troppo grande per potersi opporre.
Così come Joan è dipendente dallo studio system, troviamo la stessa dinamica a parti invertite, nella fattispecie con Jack Warner, ultimo rappresentante di un’epoca d’oro su cui aleggia inesorabile l’ombra del declino. Il produttore non può fare a meno delle star che ha lui stesso creato e affossato, al punto da vedere nei drammi artistici di cui si è reso fautore un nuovo genere cinematografico – lo psycho-biddy movie – che attraverso le sfumature dell’horror mette in mostra i meccanismi spietati che tengono in vita il mondo hollywoodiano. L’impietoso cinismo di Warner trova il suo contraltare nel rinnovato vigore di Robert Aldrich, protagonisti entrambi di un dialogo serratissimo e carico di ambiguità, sorretto dalla bravura di Stanley Tucci e Alfred Molina.
Il regista trova la forza di recuperare gli “attributi” e affrancarsi dal suo produttore, ma al contempo mette da parte le sue ambizioni autoriali per cavalcare l’onda di un genere che deve a lui, non a Jack Warner, il successo del pubblico. Il mestierante di Hollywood sfrutta il sistema emancipandosi da esso, e in questa scelta controversa si intravedono i connotati futuri della Fabbrica dei Sogni: solo tre anni dopo uscirà nelle sale Il laureato, film che inaugurerà l’inizio della New Hollywood, la corrente di giovani registi e attori che ridimensioneranno in maniera irreversibile lo strapotere dello studio system.
È in questo clima di preannunciata rivoluzione che le strade di Bette, Joan e Robert si incrociano nuovamente per realizzare un film – Hush… Hush, sweet Charlotte – concepito come emulo di Baby Jane e, ancor più del precedente, ispirato dall’odio reciproco delle due attrici. Questa nuova collaborazione non fa che far risaltare il divario tra le protagoniste, un odio profondo alimentato dallo star system prima ancora che da loro stesse, ma al contempo getta un alone di malinconia su come gli eventi avrebbero potuto prendere tutta un’altra piega. Bette e Joan vivono per il loro mestiere e sono spinte dagli stessi desideri di indipendenza e autoaffermazione, ma le circostanze non lasciano alcuno spazio al perdono e alla comprensione: la loro faida è ormai un ingranaggio del meccanismo produttivo di cui fanno parte, e in quanto attrici non possono fare altro che mantenere vive le ostilità.
Se Joan non riesce a trovare consolazione alla sua impasse artistica e privata, l’attitudine di Bette dopo la batosta degli Academy appare decisamente più propositiva. L’orgoglio smisurato ed esuberante di Bette, opposto alla flemmatica introversione di Joan, trova comprensione e conforto in Robert Aldrich, anch’egli segnato dal trauma del divorzio; a creare complicità tra i due vi è la stessa solitudine privata, la stessa passione per il cinema che esclude ogni altro tipo di affezione, ed è in questa similitudine che l’attrice e il regista ritrovano il fuoco della passione che si era accesa sul set di Baby Jane. A fare le spese di questa rinnovata intesa è proprio Joan, in un finale amaro che acuisce il male di vivere dell’attrice: per l’ennesima volta Bette è riuscita a metterla in secondo piano e a minare le sue ambizioni, relegando la donna a un abisso di tristezza, ulteriormente aggravato dalla morte dell’odiato fratello, dal quale sembra ormai impossibile trovare scampo.
Hagsploitation porta avanti l’equilibrio perfetto di Feud tra grande affresco storico e dramma intimista, arricchisce lo show di tinte sempre più fosche e prepara la strada per un finale segnato da una travolgente malinconia.
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“Risaltare” è un verbo intransitivo.
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