
Ciò che inoltre accomuna le due puntate è la sorprendente capacità di affrontare le tematiche legate ad uno studio a prevalenza (e fondazione) afro-americana da punti di vista scomodi, quasi, potremmo dire, politicamente scorretti: sia in “Not So Grand Jury” che in “Reddick v Boseman” la tematica razziale viene analizzata in modi inaspettati, come arma di difesa più che di attacco nel primo, e come realtà frammentata al suo stesso interno nel secondo, con visioni che non collimano, in una continua lotta tra idealismo e pragmatismo, tra passato e futuro.
1×07 Not So Grand Jury



Sarebbe stato estremamente più facile per gli autori rappresentare il tema razzista in altri termini, più “classici”, in cui l’attacco è purtroppo ampiamente previsto, invece è lo studio stesso a fare suo quello strumento: sono Barbara e Adrian a riappropriarsi di quel razzismo e in questo modo a svuotarlo del suo significato lesivo, aiutati in questa operazione da quella che qui è la minoranza bianca, una Diane e una Marissa che si uniscono al piano senza il minimo dubbio.
È l’unione di questa trovata e del caso civile portato avanti da Elsbeth a distruggere (almeno per il momento) il piano di Kresteva: la scoperta dell’accordo stretto con Rindell riporta tutto il discorso della puntata a stringersi attorno al concetto di giusto e sbagliato, di legame famigliare e di rapporti umani. Può essere scontato che un padre difenda la figlia a ogni costo (e anche se stesso, ovviamente), ma non lo è altrettanto che una figlia lo faccia per la sua madrina, o per chiunque altro, contro la propria stessa famiglia. È su queste dicotomie e sulla differenza nell’affrontarle che lo show fa un ottimo lavoro, come la serie madre – e potenzialmente anche meglio.
1×08 Reddick v Boseman

Qui non è solo una questione di essere una persona diversa, ma di appartenere ad un’altra epoca, in cui la lotta per le questioni razziali era molto più serrata e necessariamente oppositiva proprio perché le istanze che si portavano avanti dovevano controbattere a quei diritti umani calpestati quotidianamente.
Intendiamoci, non è che oggi la situazione sia risolta, al contrario: ma il modo di Adrian (e di Barbara, e in generale dello studio) di trattare la questione si trova proprio in quel riappropriarsi del problema e di svuotarlo di senso. Ecco perché avere Chumhum, che ha solo il 2% di impiegati neri, come cliente rappresenta qualcosa di impensabile per Carl: perché la sua lotta è ferma all’aspetto oppositivo, mentre quella dello studio è diventata sì lotta, ma che passa attraverso la costante integrazione.
La questione stessa di Padre Jeremiah, che pure risulterà innocente e anzi al centro di un attacco della destra alternativa, viene osservato da Carl nell’ottica della fedeltà più assoluta, mentre Adrian valuta la situazione senza escludere nessuna possibilità – nemmeno la più atroce.

Se la questione dello studio occupa entrambe le puntate, lo fa anche quella dei Rindell, che in questo episodio sfiora il suo punto più drammatico con il tentato suicidio di Henry e la fine della relazione tra Lenore e Jax: come questo influenzerà il caso del “Ponzi scheme” sarà di certo argomento degli ultimi due episodi della stagione.
Non era facile prevedere che uno spin-off di una serie così nota, e per di più con così tanti personaggi in comune, potesse avere questi risvolti: non era facile nemmeno pensare ad un rinnovo, con tutte le condizioni legate alla piattaforma e che sono già state spiegate precedentemente.
Eppure The Good Fight si sta rivelando una sorpresa continua: anche nelle parti meno a fuoco (la linea romantica di Lucca e Colin) si ha comunque sempre l’impressione che venga gestita al meglio, che tornerà utile, che in qualche modo, anche quando non sembra, occupi il posto giusto al momento giusto. E, nonostante tutte le previsioni, la serie ha già un rinnovo per una seconda stagione, dopo esserselo guadagnato di diritto: con episodi come i precedenti, che hanno fatto dell’adesione alla contemporaneità uno dei punti più alti al momento in televisione, e con questa coppia di puntate, che brilla rispetto a molte altre rappresentazioni degli stessi temi per originalità del punto di vista e soprattutto per senso di realtà e sensibilità sociale.
Voto 1×07: 8½
Voto 1×08: 8+
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A me invece queste due puntate sono apparse come un passo indietro in una stagione comunque ottima. Sia la puntata del Grand Jury che quella di Carl mi sono parse riproposizioni di situazioni già viste nella serie madre. Spero solo non diventi un’abitudine.
Capisco quello che intendi sulla riproposizione, ma per me non sono affatto un passo indietro, anzi. L’idea di rimettere in scena delle cose già viste cambiandone però il contesto (in questo inserisco il mio discorso sul razzismo) è a mio avviso parte di un progetto molto più stratificato, che proprio nella riproposizione trova il margine per elaborare le differenze e l’evoluzione in un altro ambito.
Certo, episodi come “Stoppable: Requiem for an airdate” sono talmente calati nella contemporaneità che brillano di luce propria, ma è anche vero che lo fanno in modo molto diretto, quindi “facile” da riconoscere e da apprezzare. Questi, secondo me, sono esempi di un lavoro altrettanto innovativo ma un po’ più nascosto, che lavora in modo meno immediato ma altrettanto efficace.
Anche secondo me queste due puntate sono state un passo indietro e le ho trovate le piu’ deboli di quelle viste finora.
Intendiamoci sempre una serie godibile e che divoro appena esce ma temo pure io che si vada verso un “gia’ visto” ,speriamo di no 🙂