
She hears a noise and turns her head he’s gone
I wish we’d all been ready
Two men walking up a hill
One disappears and one’s left standing still
I wish we’d all been ready
(Larry Norman – I Wish We’d All Been Ready)
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La prima tentazione che si ha di fronte a The Leftovers è provare a decifrarne il simbolismo, indagare il significato nascosto dietro le scelte narrative e stilistiche, decidere che ci sia un disegno ben preciso alle spalle e che noi in fondo non siamo che dei giocatori d’azzardo seduti ad un tavolo che provano ad indovinare la mossa dell’avversario. E per tanti versi è difficile staccarsi da quest’ottica, per cui lasciarsi andare al puro godimento del racconto sembra un approccio quantomeno utopistico, soprattutto ripensando alla prima stagione. Già nella seconda (e soprattutto con gli ultimi episodi, per esempio “International Assassin“) lo show ha iniziato a trascinare molto di più, facendo concentrare il pubblico sulle dinamiche più che sulla ricerca di risposte o spiegazioni.

Come lui stesso ha dichiarato, l’idea gli è venuta leggendo lo studio socio-psicologico di Leon Festinger “When Prophecy Fails: A Social and Psychological Study of a Modern Group That Predicted the Destruction of the World” che ha indagato la dissonanza cognitiva che si crea nella costruzione di un’enorme aspettativa, come può essere l’annuncio della fine del mondo, poi costantemente disattesa. E ad una donna che crede fermamente nei messaggi portati dalle colombe e non perde la sua fede ad ogni cambio di data, corrisponde un intero villaggio stremato dalle offerte di bestiame e dall’illusione di qualcosa che dovrebbe arrivare e che invece non si manifesta.

Con un salto temporale di tre anni, quello che troviamo a Miracle ha un’aria decisamente diversa dal passato, dove in questo lasso di tempo oscurato e di cui non sappiamo quasi nulla sono cambiate tante cose che in molti aspetti ci trasportano all’indietro. Gavin è di nuovo capo della polizia e se ne va in giro su un cavallo bianco, cercando di mantenere l’ordine in città dopo aver deciso di non rialzare il muro con il mondo esterno ma di permettere a chiunque di entrare nella città miracolata. Accanto a lui c’è Tommy che ha deciso di seguirne le orme e vestire l’uniforme, e Nora, che è tornata al suo vecchio mestiere per il Department of Sudden Departure con una misteriosa (ed evidenziata) ingessatura al braccio ma soprattutto senza Lily.

E ad un livello ancora più alto, c’è il fulcro principale della storia, che riprende il prologo iniziale e lo porta letteralmente sulla terra: l’attesa del settimo anniversario dal primo e unico giorno del Sudden Departure. Il grande esponente che dal pulpito si fa portavoce di qualcosa che forse potrebbe succedere, ma nel caso non sarà a Jarden, è Matt, tornato anche lui nelle sue vesti di predicatore con tanto di prove su strada dei miracoli che accadono solo in questa città. Mancano due settimane al giorno fatidico e quello in cui credono le persone sedute in chiesa è in realtà una sorta di contro-profezia, la promessa di qualcosa che non accadrà, e a supporto della grandezza di tale miracolo non basta più il Nuovo Testamento. Ed è qui che arriva la vera svolta dell’episodio: il libro di Kevin, l’assunzione di un uomo a nuovo messia o, in maniera para-religiosa, un nuovo idolo per le folle, come lo sono Mary e Noah chiamati ad alzarsi ogni domenica davanti ad una platea di sconosciuti. Quando Matt, Michael e persino John, lo stesso che aveva bandito il suocero per i suoi riti “magici”, spiegano la logica e le evidenze che li hanno spinti a scrivere quel libro, in un certo senso anche Kevin si lascia instillare un dubbio o almeno una curiosità, manifestato nella titubanza di lanciare quelle parole tra le fiamme. Che possa contenere delle risposte per lui?

Dove sono Erika e Lily? Cosa significa il grido al complotto governativo di Dean? Cos’è questo countdown? Dove scappava Nora sulla sua bici quella mattina? Qual è il confine tra fede, fiducia cieca e logica a tutti i costi? Jarden avrà anche aperto i suoi cancelli, ma assomiglia sempre di più alla prigione che ci costruiamo con le nostre credenze, con le idee, con la coerenza che ci imponiamo di rispettare ed osservare a tutti i costi. E forse è questo che vogliono ora indagare Lindelof e Perrotta con questa stagione conclusiva – e, a giudicare da questo inizio, le premesse per fare un discorso interessante ci sono tutte.
Voto: 7/8

Le aperture di stagione con luoghi e personaggi preesistenti e sconosciuti mi mettono i brividi, proprio come accadeva con il mio insostituibile Lost. Si può dire di tutto a quest’opera televisiva, dalla trama che procede a singhiozzi alle risposte che forse non verranno mai date. Ma francamente chi ne ha bisogno? Scandagliare l’animo umano e della società in questo modo è pura poesia frammista a filosofia. E la vita reale, come questo sceneggiato, è essa stessa intrisa di domande senza risposta, di religioni con milioni di fedeli che basano intere vite e società su assurdi (per me) dogmi. Da spettatore posso solo dire di essere continuamente emozionato e sorpreso da questo tipo di racconto. E considero questo risultato come un successo per una semplice serie TV. PS: ho molto amato anche la prima stagione.
Spettacolare inizio. Tutto ricompare. Tutto si rimescola. La regola è disinnescare le attese stereotipate. La più grande riflessione cinematografica sul rapporto tra fede e razionalità mai fatta. Geniale. Speriamo non mandino tutto a puttane…