
Pur non presentando consistenti riferimenti a quella che presumibilmente sarà la trama stagionale, Sarah Dollard – già autrice dell’ottimo “Face the Raven” – lavora molto bene sulla costruzione della struttura stand-alone dell’episodio, impegnandosi su una doppia direttrice: da un lato sulla definizione dell’ambientazione storica, in questo caso la Londra della Regency era, che sfrutta abilmente il fatto storico dell’ultima Frost Fair del Tamigi per creare un’atmosfera suggestiva – con l’elefante, gli artisti di strada… – a cui mischia echi dickensiani e steampunk; dall’altro sulla costruzione di un sostrato tematico forte che vada a costituire l’ossatura del racconto.
Human progress isn’t measured by industry, it’s measured by the value you place on a life. An unimportant life. A life without privilege.
Fin dai primi minuti, in cui vediamo Bill esprimere dei timori circa la sua presenza nella Londra di inizio Ottocento – “Slavery is still totally a thing” -, risulta chiara infatti la volontà di non glissare sui risvolti più oscuri dell’imperialismo britannico, ma anzi di renderli parte integrante della narrazione, seppur attraverso il filtro della metafora fantascientifica. Poco importa quindi che il mostro (o meglio, l’alieno) della settimana non sia particolarmente originale, né il suo modus operandi del tutto chiaro: il principale punto di forza dell’episodio, e a ben vedere dello show, non risiede infatti nell’elemento sci-fi tout-court, che inevitabilmente tende a ripetersi e ad avere alti e bassi, bensì nella sua capacità di connettersi a una riflessione sulla natura umana e sul rapporto che il Dottore ha instaurato con essa nel corso di duemila anni di vita.

Why is it up to me? Because it can’t be up to me. Your people, your planet. I serve at the pleasure of the human race, and right now, that’s you.
A ben vedere tale sequenza dialoga in modo interessante con un episodio dell’ottava stagione, “Kill the Moon“, tramite cui è possibile misurare il percorso compiuto da Twelve fino ad ora: se in “Kill the moon” infatti il comportamento del Dottore nei confronti di Clara assumeva le forme brusche dell’abbandono e della prova da superare, suscitando una reazione molto dura da parte della ragazza, qui al contrario vediamo il personaggio di Capaldi più a suo agio nei panni del mentore, più disposto a far comprendere alla nuova companion il perché delle sue azioni e la necessità che siano gli stessi umani a prendersi le responsabilità, innanzitutto etiche, di tali scelte. Oltre a parlarci dell’evoluzione di Twelve e del suo rapporto con Bill – pensiamo anche allo scambio riguardo il bisogno di accettare la morte di un innocente al fine di salvare altre vite –, questa dinamica si rivela ancora più importante in un contesto come quello rappresentato, che si propone di riflettere su minoranze e categorie subalterne: in questo modo Dollard riesce infatti a smarcarsi dal topos del white savior, evidenziando però, a un livello meta-narrativo, quanto si sia fatta pressante l’esigenza di fare un ulteriore passo avanti in questa direzione.
Everybody has got slightly different stories to tell, slightly different perspectives, slightly different experiences. All of those voices should be represented on the show and in the show; whether that be by gender or race or class.

Nonostante il suo carattere autoconclusivo, “Thin Ice” si chiude con un accattivante rimando al misterioso caveau che il Dottore e Nardole stanno custodendo, il cui contenuto sarà inevitabilmente al centro del racconto di questa annata: se i suoni che sentiamo provenire dall’interno lasciano pochi dubbi sul fatto che dentro non ci sia qualcosa, bensì qualcuno, l’ultima raffica di quattro colpi sembra presagire l’imminente ritorno di una vecchia conoscenza del Dottore, nella speranza che questo basti a portare nuova linfa vitale alla serie.
Voto: 7½
