
Si è già abbondantemente parlato e discusso della particolare natura di Sense8, di quanto sia una serie a se stante, atipica, particolare e bella, nonostante le sue imperfezioni. Dopo la prima stagione, il parere degli spettatori si è diviso in due, dando luogo a schiere di amatori e di detrattori le cui ragioni di odio e/o amore nei confronti della serie sono scaturite, più che dagli elementi oggettivi dello show, dalla compatibilità dei gusti personali con gli argomenti trattati e dal modo in cui è stato scelto di rappresentarli: è appurato infatti che, per essere pienamente apprezzato, lo show richieda al pubblico un grande coinvolgimento emotivo, non sempre garantito.
C’è quindi chi si è rivelato in gran parte soddisfatto della natura introduttiva della prima annata, concentrata soprattutto sulle vite quotidiane dei sensate, sulle loro peripezie individuali e sulle interazioni (telepatiche e non) fra i vari personaggi; mentre coloro i quali erano più interessati a comprendere l’aspetto fantascientifico della serie sono rimasti delusi a causa della natura confusionaria dello show e della penuria di informazioni che ha contribuito ad alimentare la dispersione della trama.
Questa seconda annata, curata dalla sola Lana Wachowski (affiancata nella sceneggiatura dal maestro dei fumetti Michael Straczynski), ha però il pregio di soddisfare entrambi gli “schieramenti”, dimostrando fin da subito di muoversi alla larga dai rischi incontrati nella prima stagione. Fin dal secondo episodio, infatti, la trama avanza in modo ritmato e accattivante, rispondendo a molte delle domande lasciate in sospeso e gettando nuova luce sulla natura stessa dei sensate, appartenenti in tutto e per tutto a una specie diversa: l’Homo Sensorium.
Questo ci permette di approfondire i tesi rapporti dei protagonisti – e in particolar modo di Will (Brian J. Smith) – con il perfido Whispers (Terrence Mann) e di fare i conti con le minacce sempre più insistenti provenienti dalla potente BPO, mettendo in scena una serie di situazioni dalle potenzialità narrative immense.

Tuttavia, non tutti gli altri cluster sono assoggettati alla BPO, e sarà quindi compito dei nostri sensate riuscire a mettersi in contatto con coloro i quali si trovano nella loro stessa situazione per liberarsi dalla morsa dei nemici e per vivere liberamente le proprie vite.
Il rifiuto di nascondersi e di estraniarsi a causa delle proprie paure accomuna le otto storyline principali che, in modi diversi ma complementari, rispondono tutte al leitmotiv di questa seconda stagione: il coraggio.
Se infatti la precedente annata ci ha lasciati con i sensate necessitati a mettersi in fuga da Whispers, ora la voglia di liberarsi da una vita circondata dal terrore conduce i nostri protagonisti dalla difesa alla reazione: la condivisione telepatica – ma soprattutto empatica – fra i sensate permette loro di unire le forze e di ottenere risultati che non avrebbero mai potuto raggiungere in solitaria, mettendo in scena – con una riuscita alternanza di azione, divertimento ed emotività – una grande molteplicità di situazioni la cui rappresentazione mantiene in tutto e per tutto lo stile che contraddistingue Sense8, contribuendo a guidare lo spettatore in nuove e svariate situazioni senza perdere mai di vista gli elementi più familiari della serie.

Non è un caso, dunque, che la domanda “Who am I?” apra e chiuda questa seconda stagione, immettendo un riuscito e profondo percorso di introspezione che concorre ad alimentare l’empatia degli spettatori nei confronti dei personaggi. Durante la visione è difficile, infatti, non sentirsi parte integrante del gruppo dei protagonisti, non condividerne le emozioni e non avvertire la loro stessa frustrazione nei confronti delle ingiustizie subite; insomma: chi ha imparato ad amare Sense8 conosce bene il grande senso di ispirazione e di coinvolgimento emotivo che talvolta riesce a infondere in chi la guarda.
Il tutto è abbellito dall’ottima regia e dalla bellezza visiva della serie, le cui riprese hanno toccato tante splendide e diverse parti del mondo (per citarne solo alcune: Amsterdam, Berlino, Africa, Corea, Positano, Londra), ribadendone la potenza estetica – forte di un montaggio e di una fotografia più sofisticati rispetto alla prima annata – e concorrendo alla messa in scena di uno show iconico e travolgente, capace di farsi amare e apprezzare grazie alle numerose chiavi di lettura a cui si concede.

A prescindere, dunque, da questi difetti – alcuni dei quali potrebbero essere quasi inevitabili, se teniamo in conto la difficoltà di dover gestire una sceneggiatura corale dedicata a ben otto protagonisti – la seconda stagione di Sense8 si rivela una scommessa in gran parte vincente, capace di mettere in scena una trama accattivante e di saper trascendere l’identità stessa di prodotto televisivo per assumere invece le tinte di una vera e propria esperienza collettiva.
Un’esperienza sostenuta dalla riuscita caratterizzazione dei suoi personaggi ma, soprattutto, dalla grande importanza dedicata all’empatia, che permette alla serie di ribadire in ogni momento il suggerimento di costruire un futuro come quello prospettato da Capheus durante il comizio elettorale: “A future where our children never grow knowing love as a wall, but only as a bridge.”
Voto: 8

Stranamente sono fortemente in disaccordo con questa tua recensione, Denise. Questa seconda stagione, a mio avviso, è stata patetica. Premessa: non ho per nulla amato la prima stagione, ma non nego un certo coinvolgimento emotivo provato in alcuni momenti (soprattutto con il personaggio di Riley Blue).E da qui parte il mio dissenso nei confronti della tua analisi: “dalla compatibilità dei gusti personali con gli argomenti trattati e dal modo in cui è stato scelto di rappresentarli”. Non sono per nulla d’accordo con questa tua considerazione. Queste, a mio avviso, sono parole che possono essere dedicate a serie e prodotti di un certo livello. E Sense8 ovviamente non lo è. Per quanto possa piacere, per quanto possa appassionare, Sense8 è un prodotto di un medio livello con tutti i suoi macro-difetti che lo caratterizzano. Non ci si può nascondere dietro la scusa dei “gusti personali” per giustificare questa serie e tutti i problemi che si porta dietro. Problemi che, sempre secondo me ovviamente, sono cresciuti in questa seconda stagione: è venuta meno la componente emotiva, i personaggi sono diventati piatti e sono stati vittima di scarso approfondimento (presente invece nella prima stagione), la trama è stata a malapena abbozzata e ci si è rifugiati spesso nelle varie sottotrame per poi riprendere all’improvviso la trama e “chiuderla” in 5 minuti di orologio. Per non parlare dell’insensatezza, della ripetitività e della banalità di molti meccanismi della stagione. Davvero una pessima stagione di una serie che già aveva i suoi problemi e che per voler piacere sempre di più allo spettatore medio non ha fatto altro che accrescere questi problemi. Meno male che questa tortura sembra finita. Ci toccherà uno speciale conclusivo, ma poi null’altro. Davvero no comprendo l’entusiasmo per questa serie: sia da parte vostra sia da parte di appassionati seriali. Una serie di questo tipo, trasmessa su un altro network, avrebbe lasciato tutti indifferenti e alquanto delusi. Secondo me qui ha fatto tanto il marchio Netflix e molti si sono fatti ammaliare da quello che era un buon “esperimento”, ma che è finito per diventare un’americanata di serie Z.