
“God has placed an obstacle in our way, but He wants us to overcome it” è una massima che efficacemente inquadra lo straordinario percorso iniziato nel terzo episodio della prima stagione (“Two Boats and a Helicopter“, che affidava ad una barzelletta il suo significato più complesso), esplicandosi nella sua fase di maturazione e caduta nel suggestivo “No Room at the Inn“, e trovando una compiuta conclusione in questo “It’s a Matt Matt Matt Matt World”. Nel corso delle stagioni abbiamo assistito alla lenta ma inesorabile trasformazione di un uomo di fede che non ha mai abbandonato il suo credo, nonostante le tribolazioni poste lungo il suo cammino. Dopo averlo presentato come un prete estremista ma dall’animo buono, dopo che lui stesso ha espiato i suoi peccati e consegnato il destino della donna amata al nome del suo Dio, cosa ci resta da guardare nel viaggio di Matt? Qual è l’ultimo tassello che porta alla conclusione di un percorso tanto tortuoso quanto affascinante? La risposta è contenuta in questo quinto episodio, che ha il pregio di condensare tutto ciò che Matt rappresenta in ogni scena, offrendo allo spettatore una rappresentazione quantomai ambivalente (ma non per questo meno affascinante) del conflitto tra l’atto del credere e colui che di questo atto si è fatto il più feroce sostenitore.
Just the three of us. Three wise men.

What happened to you, John? What happened to your wrath?
Un elemento che passa quasi in sordina nel susseguirsi degli eventi dell’episodio è il breve ma intenso confronto tra Matt ed il suo ora collaboratore, diametralmente opposto a quello che aveva sancito la fine delle sue speranze di rientrare a Miracle in “No room at the Inn”. Questo perché, in una reazione di John che sarà sembrata inaspettata ai più, la risposta alla menzogna di Laurie appare quella di un uomo guarito, in pace con se stesso e sceso a patti con la perdita della figlia e la fine di un matrimonio. La reazione di Matt è ancora più emblematica perché rappresenta lo stupore dello spettatore, sconvolto nell’assistere ad una manifestazione del lutto diversa da quella degli altri, quasi estranea al tenore della serie stessa. La calma che emerge dalle parole dell’uomo, contrapposta alla furia cieca degli occhi di Matt, dicono qualcosa di molto importante sul modo in cui i protagonisti affrontano i loro drammi personali: con il tempo, il dolore si affievolisce e la vita continua, se si è disposti a fare quel passo avanti per ritornare a viverla. La scena riveste un’ importanza ancora più grande se la si ricollega a quanto visto nel quarto episodio con l’inesorabile deterioramento del rapporto tra Kevin e Nora: per quanto entrambi fossero individui spezzati e nonostante avessero subito dei lutti che li avrebbero perseguitati per il resto dell’esistenza, la mancata accettazione, soprattutto da parte della donna, che ci potesse essere un modo per trovare pace ha decretato la fine della loro vita insieme. Ma quella di Matt non è cecità nei confronti di un futuro sereno, bensì l’incapacità di credere che questa felicità possa essere raggiunta tramite qualcosa che non riguardi la fede.
Mary leaving was a test.

[…] are you telling people you’re God?
Ciò che rende questo episodio così geniale ed al contempo sintesi di una serie di scelte narrative che hanno fatto la fortuna delle serie è proprio il ritorno di un personaggio che non a caso abbiamo sempre visto in luoghi “intermedi”: dopo le sue apparizioni nella seconda stagione (“International Assassin” ed “I Live Here Now“), ritroviamo “David Burton”, che costituisce il vero contraltare di Matt in questo episodio. Come spiegato da Lindelof in una interessantissima intervista a Matt Seitz (che potete leggere qui), l’autore della serie ha tratto forte ispirazione dal libro di Giobbe, che disserta ampiamente sulle ragioni per le quali Dio mandi il male all’uomo giusto. Questa fonte d’ispirazione ci dice molto sul tenore dell’episodio e sulla figura di Matt: eliminando Mary dall’equazione, cosa veramente rimane nella vita dell’uomo?

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’omicidio a sangue freddo di una persona innocente: subito il paragone con la dipartita risulta evidente, e le domande senza risposta si affollano sempre più nella mente dell’uomo. Come si può giustificare un atto del genere? D’altronde Matt ha appena assistito alla scena in cui il suo “Dio” gettava giù dal ponte una persona qualunque, senza che lui potesse fare qualcosa per impedirlo. Si prepara così il momento del chiarimento, in cui il fedele si accosta alla divinità per domandare risposta delle sue azioni. Nonostante il tenore già ottimo dell’episodio, la scena dell’incontro/scontro tra Matt e il suo Dio è una delle scene migliori della serie, che più di tutte riesce a rappresentare quel conflitto latente tra uomo e divinità che ha pervaso la narrazione fin dal suo primo episodio.
Is that why you’re killing me?

Ed è in questo confronto tra due figure così ben delineate che si gioca la partita più importante (e possiamo dire riuscita) della serie: in quella che probabilmente sarà la spiegazione più concreta che si potrà mai avere sulle ragioni della Dipartita, si consuma il dramma di un fedele e di un uomo alle prese con le credenze di una vita intera.

È un momento importantissimo perché non vediamo Matt negare l’evidenza di queste parole: è infatti consapevole che ha vissuto la sua vita in questo modo perché aveva bisogno di credere. Matt non si tira indietro rispetto alle sue credenze, ma riafferma ancora una volta il suo bisogno – anche irrazionale – di trovare un senso all’accadere delle cose, alla necessità di essere buoni senza pensare al prezzo. Matt ha sacrificato la sua felicità in nome di un Dio che lo sta rinnegando, facendolo riammalare e ponendogli sfide che lo allontanano dalla famiglia e gli amici. Eppure Matt è lì, nonostante l’evidenza dello stato di cose, nonostante l’irrazionalità dei suoi comportamenti. Ed è lì che ritorna bambino e chiede con voce quasi implorante ad uno sconosciuto che è cosciente non essere la vera incarnazione di Dio: è per questo motivo che mi stai togliendo la vita?
È una frase di una potenza disarmante, che non perde colpi nonostante lo spettatore avesse già indovinato la natura del malessere dell’uomo: questo perché la voce e gli occhi di Eccleston comunicano e vanno al di là delle sue stesse parole. È un grido che non è di disperazione, ma di sconfitta: nell’affrettarsi sconclusionato che pervade le sue mani quando tenta di slegare l’uomo egli vede tutta la sua vita scorrergli davanti agli occhi, gli errori commessi e la fede col tempo ripagata. È un momento ambivalente, perché lo stesso Matt non è in grado di sapere per quale motivo stia slegando l’uomo: è finalmente sceso a patti con l’idea che, se anche una divinità esiste, questa non è per forza buona e le sue ragioni non sono per forza logiche? Oppure, malgrado tutto, ha semplicemente deciso di arrendersi all’evidenza della sua vita mortale, della sua malattia che quasi sicuramente gli porterà via la vita. Matt ha trascorso tutta la sua vita sacrificando se stesso, e nonostante in questo momento tutto ciò che ha fatto sembri vano, è un sacrificio ed una fede che lui non potrà mai percepire come inutile.

The Leftovers confeziona un episodio potente e liberatorio, che chiude in maniera più che dignitosa il percorso di un personaggio non esente da critiche ma saldo nella sua visione della fede come unica ancora di salvezza dalla realtà.
Voto : 9

“That’sa the guy I was telling you about”…Non ho ben capito a chi si stia rivolgendo Matt.
Ciao Olivia, la frase che hai citato si presta a notevoli e diverse interpretazioni. In una chiave più generica possiamo dire con sicurezza che Matt si riferisca al “dio” che ha tormentato tutto il suo viaggio – e che ha messo fortemente in discussione le sue convinzioni. La forza della frase sta nel tono in cui viene pronunciata ma soprattutto perché è pronunciata in relazione all’attacco del leone nei confronti dell’uomo, che rende la scena se possibile ancor più potente ed enigmatica. Spero di aver chiarito il tuo dubbio!