
L’avvio di questa annata finale ci ha mostrato un contesto resettato del tutto: ogni cosa sembrava diversa da come eravamo abituati a percepirla, un’aura di ‘normalità’ cominciava a scorrere tra le vite dei vari protagonisti, che, con quell’audacia ostinata di chi è riemerso dal caos, vantavano un’esistenza fin troppo ordinaria. Tuttavia, sin dalla première, era già chiaro come questa percezione fosse solo una patina di facciata; piccoli ma significativi dettagli lasciavano intendere che tutto sarebbe esploso molto presto. Dopo un episodio interamente dedicato a Kevin Garvey senior, che ha il compito da far da cuscinetto tra Miracle e l’Australia, con “G’Day Melbourne” l’azione si sposta quasi interamente nel ‘continente nuovissimo’, dove quell’esplosione paventata dagli episodi precedenti comincia a prendere corpo, mettendo in moto una serie di azioni e reazioni che sembrano aver tutta la potenza per cambiare completamente gli ingranaggi del racconto. L’apparentemente idillico rapporto tra Nora e Kevin, in cui ognuno è libero di poter essere sincero con l’altro, esplode in tutta la sua drastica debolezza, mostrando la precarietà di un’unione che non riesce più a occultare i segni della sua vera essenza: Nora e Kevin hanno unito le loro solitudini, per poter vivere la propria alienazione in compagnia l’uno del fantasma dell’altro.

Come da marchio di fabbrica della serie, il tutto è amplificato da un uso preciso e puntuale dell’elemento musicale, che fa da raccordo tra le varie sezioni del racconto: tranne in alcuni momenti, la musica si muove in contrappunto con la situazione mostrata, creando un effetto percettivo straniante. Scene di tensione – l’inseguimento di Kevin alla presunta Evie fuori dagli studi televisivi o la corsa di Nora verso quell’autobus che la porterà a destinazione – sono costruiti su un sottofondo musicale che invece di tradurre la tensione ne amplifica l’incoerenza. Solo nei momenti di ‘rivelazione’, quando entrambi si rendono conto di essere stati beffati dalle proprie intenzioni – quando Kevin capisce di non aver visto davvero Evie o quando Nora si rende conto di esser stata ‘rifiutata’ –, ecco che la musica si fa espressione del loro stato d’animo, indugiando su sonorità che traducono in note una dolorosissima presa di consapevolezza. Perché è proprio questo che accade durante il confronto finale: Nora e Kevin, dopo anni di vita insieme, riescono finalmente a vedersi davvero, ognuno si specchia nel dolore dell’altro, comprendendo come tutto ciò che hanno costruito non sia stato altro che una ferrea abnegazione di se stessi. Si ritrovano uguali nella loro solitudine, nella loro deriva, in quell’ostinazione che li ha portati fino a Melbourne con la netta convinzione di aver sepolto ogni miseria del proprio passato.
Two infant twins are born. One of them will grow up to cure cancer, but only if the other one dies now.

In bilico tra due sezioni opposte interne alla sua stessa anima, Nora si precipita in Australia senza sapere davvero cosa ha intenzione di fare. Tutti gli accenni al suo essere madre e alla negazione di una futura gravidanza sono la materializzazione di una condizione mentale che manifesta una incoerenza di fondo nella percezione di sé. Anche la risposta alla fatidica domanda posta dalle due scienziate svedesi trasuda di questa incoerenza: ha estremamente bisogno di sapere se i due gemelli sono i suoi figli, lasciando presupporre che se fossero stati suoi forse avrebbe avuto un’opinione diversa. La sua risposta –“Kids die every day. What’s one more?” –, pronunciata con una glaciale perentorietà, lascia trasparire un egoismo così radicato da rendere Nora come un’isola che non ha nessuna intenzione di ricongiungersi al continente da cui è stata strappata. Forse sta proprio in questa freddezza la sua non idoneità al progetto, o forse sta nella semplice presunzione di poter avere una risposta a una domanda tanto atroce.
Si può davvero rispondere, per quanto la richiesta possa essere ipotetica, a una domanda che presuppone una scelta così drastica? L’uomo che si dà fuoco in preda alla disperazione ha dato una risposta antitetica a quella di Nora, ma è stato rifiutato lo stesso: dipende da ‘come’ ha affrontato l’argomento, presumibilmente in preda a un eccesso di emotività, o è proprio la presunzione di poter dare una risposta a essere prerogativa non accettata? Non è facile rispondere a questi quesiti, e forse non è neanche necessario farlo.
Well, then how long, Nora? How long before you move past it?

Aver trovato un modo per recarsi nella dimensione spazio-temporale in cui si trovano i departed – al di là del fatto che esista o meno – non dà nessuna spiegazione né sul motivo della stessa dipartita né tantomeno sulle modalità con cui è stata fatta una scelta tra chi è scomparso e chi no; accettare la probabilità di ricongiungersi con i propri affetti presupporrebbe quindi un’indole alla fede in un mistero inviolabile e indecifrabile che mal si sposa con chi ha la presunzione di poter decidere della sorte altrui, di poter ergersi a giudice incontrastato del destino di una vita agli albori.
Forse la risposta giusta alla domanda era semplicemente una negazione della domanda stessa, forse era legata allo stato d’animo con cui ognuno si appresta a rispondere, ma l’unica cosa che conta davvero è ciò che la domanda innesca nella realtà tangibile di Nora, quella deriva psichica ed emotiva che la porta a confrontarsi con Kevin, ad ammettere di essere ancora, dopo sette anni, imprigionata in un ruolo di vittima che è ormai entrato a far parte della sua stessa essenza. Nora è succube del suo dolore, così come Kevin è prigioniero di quella parte di se stesso che riesce a comprendere solo attraverso quelle insane proiezioni della sua mente.
I don’t understand what’s happening.

Ancora una volta, The Leftovers ci regala un episodio che travalica il sovrannaturale per farsi indagine della condizione umana. “G’Day Melbourne” è una puntata importantissima per l’economia del racconto, proiettato verso una conclusione che potrebbe rivelare ancora tante interessanti sorprese, sia dal punto di vista tematico sia da quello espositivo, che in quest’ultima fase sta toccando punte di superba raffinatezza.
Voto: 8½
