
La decisione di Weisberg e Fields di concentrarsi su un’impostazione più “character-driven” che “plot-driven” ha avuto l’inevitabile conseguenza di appesantire un racconto che già di per sé ha sempre avuto una natura lenta e riflessiva, ma che in passato riusciva a sfruttare proprio questa caratteristica per aumentare la tensione tra le parti in gioco – alternando approfondimenti psicologici a potenti scossoni alla trama, che fosse per una missione dei Jennings o una svolta nelle indagini di Stan. Il bilanciamento tra le parti, insomma, è ciò che negli anni ha fatto la fortuna della serie ed è ciò che più è mancato in questa annata: a fronte di un lavoro di analisi dei personaggi minuzioso fino al dettaglio, e di cui la coppia Elizabeth-Philip ha beneficiato più di tutti, non c’è stata un’evoluzione della storia altrettanto forte, con un peggioramento dato da quelle storyline (Oleg, Stan, il figlio di Philip) che semplicemente non sono state in grado di appassionare se non per alcuni brevi istanti.
Questo finale manifesta in modo piuttosto evidente questa dicotomia, non a caso dividendosi proprio a metà: ad una prima parte esemplificativa dei difetti della stagione (complice anche uno sviluppo del tema non adatto ad un season finale, come vedremo), si oppone una seconda parte strettamente legata all’evoluzione dei personaggi principali, al tema della stagione (la perdita parziale di fede nelle rispettive cause) e alla sorte, che intrappola proprio quando si è presa la consapevolezza di poter finalmente cambiare.
“I mean, Tuan’s tough, but he’s just a kid.”
“Like we were.”

Significativa della scelta di non portare avanti minacce evidenti nella stagione è proprio una sequenza di questa puntata, in cui il pericolo incarnato dall’uomo della sicurezza governativa davanti a casa di Alexei si scioglie come una bolla di sapone una volta arrivati da Claudia: un solo accenno al fatto che la cosa non costituisca più un problema basta ad archiviare una questione che, in altri tempi, avrebbe forse avuto un approfondimento, una tensione e un coinvolgimento di gran lunga maggiori. Qui invece tutta l’attenzione è riservata alla solitudine e alle sue conseguenze, che accomunano le diverse storyline in modo apprezzabile, ma molto tradizionale, in definitiva in maniera poco adatta ad un finale di stagione.
Oh I’ve finally decided my future lies beyond the yellow brick road.
– Goodbye Yellow Brick Road – Elton John
La consapevolezza che non essere da soli ma essere in coppia, in famiglia, sia l’unica cosa che davvero conta, porta i Jennings a passare dai pensieri ai fatti: se prima l’idea di tornare a casa era appunto solo un’idea, ancora da chiarire in relazione alle conseguenze soprattutto sui figli, ora i dubbi sono scomparsi e si passa alla parte pratica e organizzativa. “That’s it then. We’re going” è la frase che dà il via alla presa di coscienza di una partenza ormai decisa, di un cambiamento che preoccupava entrambi soprattutto per Paige ed Henry, ma che invece esplode in tutta la sua potenza anche verso loro stessi, a ricordarci come, volenti o nolenti, anche Elizabeth e Philip dovranno abbandonare molto, anzi, tutto ciò che hanno costruito negli ultimi anni, per poter tornare a casa.
Il montaggio sulle note di “Goodbye Yellow Brick Road” si posiziona esattamente a metà episodio e costituisce senza dubbio uno dei migliori segmenti musicali di tutto The Americans, non solo per la perfetta adesione tra lo stato emotivo dei personaggi e la canzone (sia a livello musicale che testuale), ma anche perché per la prima volta i tre personaggi che ne sono protagonisti acquisiscono una consapevolezza nuova di cosa stanno lasciando per sempre, materialmente o spiritualmente.

Ad Elizabeth viene dedicato un montaggio quasi inaspettato, persino per una persona che è così cambiata come lei: l’attenzione al dettaglio della sua “american way of life”, vista da sempre come qualcosa a cui ha aderito per necessità di mimetizzazione ma che ha anche profondamente osteggiato, diventa qui un sorprendente momento nostalgico, una eco anticipata di quello che proverà quando, una volta tornata a casa, tutto ciò che ha avuto fino a quel momento – le comodità, ma anche semplicemente le cose con cui si è abituata a vivere – non ci sarà più. È un addio del passato quello dei due Jennings, che sottolinea in modo definitivo, con la sofferenza sottostante a questa scelta, quanta convinzione ci sia nel voler davvero tornare in Russia; e sottolinea soprattutto la crudeltà della sorte, che proprio ora – come vedremo – porta loro l’occasione della vita, ma nel momento più sbagliato della loro vita stessa.

La sua acquisizione di sicurezza, dopo mesi di allenamenti, la porta a tornare sulla “scena del crimine”, quella in cui aveva scoperto un lato di sua madre che non aveva mai immaginato, e che ha dato il via alla sua trasformazione; questa evoluzione va di pari passo con un indurimento che la conduce ad abbandonare le vecchie convinzioni (“I’m not interested in the church-y stuff anymore”) con una nuova consapevolezza di ciò che invece vuole continuare a fare (lavorare per la mensa), ma anche ad accettare come normale una ferita come quella inferta involontariamente dalla madre, vista come un “danno collaterale” inserita in uno scopo ben più grande.
La melodia nostalgica di una canzone che già di suo definiva da una parte l’addio all’innocenza e alla spensieratezza, dall’altra l’addio al mondo di Oz (a cui si riferisce la famosa strada dei mattoni gialli) e quindi il ritorno al Kansas – a casa – completa un discorso che riesce in pochi minuti a dire molto di più che in tutto il resto dell’episodio.
“We’re allowed to have a life.”
“I can’t. I just can’t.”

Ciò che ad ogni modo trapela in quel breve scambio è quanto entrambi siano stremati eppure profondamente cambiati: l’estrema devozione alla Causa di Elizabeth viene accettata con comprensione da Philip, e la crisi di quest’ultimo porta la donna a dire frasi che mai le avremmo sentito dire fino a una stagione fa – “I’m making you stay. And it just keeps getting worse for you. I don’t want to see you like this anymore.”. Ciononostante si può solo trovare un compromesso, lavorare con Kimmy e basta, ma non si può prescindere da questo compito: la loro legge morale e i loro ideali sono più forti di qualunque altra cosa ed è per questo che l’essere di nuovo bloccati li porta in una condizione formalmente simile a quella di inizio stagione, ma completamente diversa da un punto di vista sostanziale e soprattutto emotivo.
Non c’è fuga da questo mondo, neanche volendo: e in quest’ottica si inserisce il sinistro invito di Renee a Stan per rimanere nell’FBI nonostante lui non condivida più interamente il lavoro svolto in quei termini. Come i Jennings durante la stagione hanno avuto sempre più motivi per allontanarsi dai modi del KGB (la storia del grano, quella del virus Lassa e la vicenda di Natalie/Anna), così anche Stan ha maturato la convinzione che non basta credere in qualcosa per dare libero sfogo a qualunque strumento; in un certo senso potremmo dire che anche Oleg abbia avuto un percorso simile, ma purtroppo la stagione è stata con lui molto ingenerosa, producendo una storyline che ha abbattuto in più occasioni la buona riuscita di intere puntate.
Si chiude così, in modo coerente con gran parte dei restanti dodici episodi, una quinta stagione sottotono, ma non per questo priva – esattamente come questo finale – di picchi di scrittura altissimi, che hanno il sapore dolce-amaro di tutto ciò che The Americans può fare e che in questa quinta annata è stato raggiunto solo parzialmente. L’idea di Weisberg e Fields di gestire questi episodi in modo molto diverso rispetto al solito ci offrirà di sicuro personaggi più strutturati per la sesta e ultima stagione, ma non potrà che passare alla memoria come la parte più dimessa dell’intero racconto fino a qui. Non ci rimane che sperare in una conclusione che sappia ritrovare la perfetta alchimia tra le due parti, che The Americans ha quasi sempre mostrato di avere e che deve obbligatoriamente ritrovare.
Voto episodio: 7/8
Voto stagione: 7+

Recensione perfetta e del tutto appagante. Non hai lasciato neanche le briciole per i commenti! E allora commento il futuro! Ho avuto l’impressione di un finale di stagione che ci abbia preparati ad un possibile salto temporale. Infatti la fine provvisoria di diversi filoni del racconto lascia pensare. Stan e Renee ormai stabilmente insieme; Paige ormai pienamente consapevole della situazione e non più a disagio; il pastore che ormai se ne va felicemente lontano; e soprattutto Elizabeth e Philip ormai costretti a restare negli Stati Uniti ancora a lungo. Intanto Gorbaciov è alle porte. Da quale momento della storia con la S maiuscola riprenderanno?
Ipotesi interessante e pienamente plausibile. Recensione perfetta ed esaustiva. Si è seminato quest’anno. Si è trattato senza dubbio della stagione. meno convincente della serie. Dovremmo coglierne i frutti l’anno prossimo.
Grazie a entrambi! Le ipotesi sono diverse, credo che un salto temporale sia plausibile, ma non un salto enorme, ecco. Magari un salto di pochi mesi, come quello a cui abbiamo già assistito nella 4×08. Ovviamente, con Gorbaciov in arrivo, le cose si faranno decisamente più interessanti di questa stagione, però a questo punto chissà come decideranno di approcciarsi alla Storia. Se c’è una cosa che questa annata, con pregi e difetti, ci ha insegnato è che è davvero difficile prevedere il corso degli eventi!
Sono curiosissima di vedere l’evoluzione di Paige e anche se e come Henry entrerà a far parte di tutta questa storia.
È del tutto condivisibile la tua recensione. Con questa 5° stagione The Americans ha tirato il fiato, e si è avvitata su un percorso intimo e riflessivo al massimo grado. Di certo non ha nuociuto, non del tutto, ma ha lasciato un po’ di amaro in bocca a chi si era abituato ai sentieri adrenalitici delle precedenti stagioni. Anche se ha poco senso anche il solo raccontarlo……in alcuni momenti, quelli più significativi, mi è sembrato di cogliere (per la 6° stagione) il cupo addensarsi di un finale che non vedrà la famiglia Jennings ancora unita, nella sospirata Rodina, e con negli occhi un radioso futuro.
Purtroppo temo anche io che il finale sarà tutto fuorché felice. Proprio questa puntata ci ha raccontato meglio di qualunque altra la trappola dentro cui sono inseriti i Jennings, e se questo funziona da presagio possiamo dire che non ci sia davvero possibilità di fuga. È quasi impossibile prevedere cosa accadrà, ma la sensazione di certo non è positiva.
stagione un po’ meh.
Per me è stato gestito malissimo, e lo dico fin dall’inizio della serie, Henry.
Quasi un jolly che appare e scompare alla bisogna. E’ sempre comodamente dagli amici quando non serve per qualche scena spot di 10 secondi.
Faccio fatica a comprendere l’atteggiamento di Philip verso un figlio con cui, di fatto, non ha un rapporto perchè proprio non si vedono.
Figlio che a quanto pare è un genio, ma non si accorge di nulla di quello che avviene in casa. Perchè non per dire, ma se mia madre e mia sorella si allenassero in arti marziali nel garage di casa, son sicuro che qualcosa noterei (eufemismo).
Ero partito con grandi speranze con Oleg, soprattutto dopo il quasi incontro con Martha.
Altra menzione merita la questione dell’altro figlio di Philip che dopo aver attraversato il mondo rischiando tutto il possibile, torna a casa dopo una … chiacchierata e… scompare dalle scene….
Poi, con il passare delle stagioni, è venuto anche meno ogni rischio di essere presi: nessuno cerca più “gli illegali”.
segnalo che il “vero” creatore degli illegali è deceduto in questi giorni, per chi volesse leggersi la storia.
https://www.washingtonpost.com/local/obituaries/yuri-drozdov-soviet-spymaster-who-planted-agents-across-the-west-dies-at-91/2017/06/21/82d7644c-568d-11e7-ba90-f5875b7d1876_story.html?hpid=hp_rhp-more-top-stories_no-name%3Ahomepage%2Fstory&utm_term=.b3800abaeb06#comments