
È a causa di ciò che la frammentarietà della narrazione, che settimana dopo settimana sembra essere sempre più insostenibile, non è una scelta casuale: Twin Peaks è sempre stata infatti una serie corale, un universo dinamico nel quale i diversi personaggi e le loro scelte rappresentano il campione di umanità che si scontra con il male e la violenza che aleggia nel mondo, e il mostrarli in una serie scollegata di sequenze che, solo apparentemente, non si incontrano o si incontrano di rado è una vera e propria scelta stilistica, una confusione voluta e necessaria. “The Return Part 12” è l’esempio perfetto della concezione narrativa lynchiana, un’espressione artistica che prende piede dall’assunto dello “show, don’t tell”, lo estende e lo personalizza in modo elegante ed unico spiazzando continuamente lo spettatore e mettendo in crisi le sue certezze.
Richard never had a father.
Nonostante questo “film di diciotto ore” sia scandito solo dal montaggio, come dichiarato da Lynch stesso, non è impossibile trovare nel flusso di coscienza apparentemente senza significato che è questo dodicesimo episodio un denominatore comune, una tematica chiave che definisca la trama verticale e attraverso la quale sia possibile analizzare tutta la puntata. In questo caso la soluzione sta negli unici secondi di girato nel quale appare Kyle MacLachlan: Dougie che prova a giocare a baseball con il figlio. Culturalmente parlando, la famiglia-tipo americana trova nel rapporto padre-figlio che si instaura attraverso lo sport un suo stereotipo, questo alimentato da una massiccia produzione cinematografica e televisiva che ha scolpito nella mente dell’uomo contemporaneo una vera e propria utopia relazionale. La pallina che cade invece di essere afferrata, quindi, non è solo una divertente riproposizione dell’inattività di Dale/Dougie ma il simbolo di un rapporto che manca e di una famiglia in cui questo legame sacro si è irrimediabilmente spezzato.

Your room seems different. And men are coming.
Se si parla di chi ha subito maggiormente le conseguenze dell’omicidio che ha dato il via allo show e di famiglie distrutte, Sarah Palmer è certamente il profilo più accreditato. La vicenda del negozio di alimentari – che anche in questo caso suggerisce più di un collegamento con la mitologia della serie – è sintomatica della condizione psicologica drammatica in cui versa il personaggio, ancora afflitto dai fantasmi del passato e, probabilmente, indirizzato verso un destino atroce: in fondo non siamo davvero certi che la presa di BOB su casa Palmer sia davvero svanita, complice la regia di Lynch che inquadra lo spaventoso ventilatore a soffitto, richiamando ancora una volta gli eventi di Fire Walk With Me e confermando quanto quest’ultimo sia importante per comprendere quello che accadrà nello show. Quello che è certo è che si tratta di una gran brutta storia, come dice la stessa Sarah ad un Hawk giunto per offrirle il suo aiuto, e che il male non ha ancora abbandonato i boschi nebbiosi di Twin Peaks.
Let’s rock.

Direttamente connesso a ciò troviamo, tuttavia, il difetto più evidente dell’episodio, ovvero la scena iniziale in cui Tammy entra ufficialmente a far parte della squadra Blue Rose e attraverso la quale viene data una panoramica delle indagini passate e degli avvenimenti che hanno portato l’FBI ad indagare sugli eventi soprannaturali che hanno coinvolto Twin Peaks. Quello che stona a livello diegetico, ma che in realtà a livello tecnico non ha nulla che non vada, è la scelta di Lynch di raccontare, in senso letterale, quello che già implicitamente sapevamo e di cui forse non si sentiva un vero e proprio bisogno. Si può dire, però, che il segmento funzioni nell’ottica in cui determina il ruolo di Tamara Preston, che eredita l’importante fardello di Jeffries, Desmond e Cooper all’interno della mitologia della serie, e innalza il suo personaggio in una posizione privilegiata in vista degli ultimi sei episodi.
Anche il personaggio di Gordon Cole ne esce più completo, mostrando un suo lato non proprio integerrimo in una bellissima e divertentissima scena con una donna francese molto lenta nell’uscire da una stanza d’albergo. Lo humour, che da sempre è uno dei volti che completano la poliedricità della serie, dimostra di essere vivo e presente come non mai, amplificato nella stessa scena dall’imbarazzante, quasi comico, silenzio che intercorre tra il personaggio di Lynch e quello di Miguel Ferrer.

Voto: 7 ½
Nota:
– Chrysta Bell (Tammy) è il terzo attore sui quattro che fanno parte del progetto Blue Rose (escludendo Albert e Gordon) ad essere anche una cantante. Gli altri sono stati Chris Isaak (Desmond) e ovviamente David Bowie (Jeffries).
