
Indipendentemente dalla riuscita della prima parte, ora è il momento dell’azione, delle ultime 10 puntate in cui si vedrà se The Americans saprà mettere a frutto la sua semina per raccogliere risultati convincenti e portarci quindi alla conclusione di una delle ultime grandi serie drama degli anni 2000.
“Dead Hand” e “Tchaikovsky”, le prime due puntate di questa sesta annata, non ci fanno attendere a lungo per una risposta: il lavoro sui personaggi cui abbiamo assistito fino ad ora avrà anche sacrificato qualcosa in termini pragmatici lo scorso anno, ma nel lungo termine si sta già rivelando come una carta vincente, e questo nonostante una scelta molto particolare nella narrazione – un salto temporale di ben 3 anni.
When the world comes in/ They come, they come / To build a wall between us / We know they won’t win
“Don’t Dream It’s Over” – Crowded House –


È facile in queste prime due puntate individuare una divisione in gruppi, più o meno reali: da una parte abbiamo i tre che si sono ritirati (ma che non lo sono davvero, seppur per motivi diversi), ossia Philip, Oleg e Stan; dall’altra una nuova triade, una dinamica prevedibile eppure inaspettata a questi livelli, ossia quella di Elizabeth, Claudia e Paige, ormai coinvolta nelle attività del Centro. È interessante notare come tutti coloro che fanno parte del primo gruppo siano riusciti a rifarsi una vita, ma come al contempo basti pochissimo per riportarli indietro; e come, dall’altra parte, nessuna delle donne del secondo gruppo – così apparentemente unito, come ci viene mostrato sin dalle prime immagini – possa davvero far affidamento sull’altra.
I’m cut off from everyone else. I don’t hear stories.
Partendo proprio da quest’ultimo gruppo, è impossibile non vedere come l’apparente legame tra le tre donne, sottolineato da momenti conviviali come la visione di un film o l’ascolto di Tchaikovski, sia in aperto contrasto con la realtà dei loro veri rapporti. Paige è stata assoldata, ma viene comunque tenuta all’oscuro della maggior parte delle vicende e soprattutto dei metodi utilizzati nello spionaggio; i suoi interventi sono di natura perlopiù informativa e osservativa, ma i silenzi e le bugie che le vengono riservate evidenziano una netta differenza tra l’apparenza e la realtà. Claudia è a capo di tutto, ma è al contempo consapevole di non poter conoscere determinate dinamiche – “I’m supposed to give you the order […] And I’m not supposed to ask any questions” – e non rappresenta più quel punto di riferimento che Gabriel e lei stessa hanno incarnato nelle stagioni precedenti. Elizabeth, infine, ad un’analisi superficiale gestisce i rapporti con tutte queste persone, marito compreso, ma in realtà mente a tutti, persino a se stessa.

Philip è in grado di leggerle dentro, perché ci è già passato – anche se non sa fino a che punto sia arrivata la situazione di Elizabeth: “It is finally getting to you. After all these years” le dice, e lei non vuole sentirlo, perché non può permettersi di farlo; perché è lei quella che Arkady definisce “una illegale del Direttorato S”, ed è lei – quasi come Gorbačëv e Reagan – ad essere davvero al centro dell’intricata maglia che porterà alla fine della Guerra Fredda. Oleg dirà a Philip “I’m here because the future of our country is being decided right now” ed è vero: dalle mosse di Elizabeth, che ormai agisce in solitaria e collegata direttamente con la fascia più oltranzista della Grande Madre Russia, dipendono letteralmente le sorti di tutto l’assetto geopolitico mondiale.
Un’esagerazione in termini narrativi? Forse: ma non è forse vero che certi momenti cruciali della nostra Storia sono stati determinati proprio dalle azioni di un singolo? E, a posteriori, era davvero così impensabile che quei singoli sarebbero stati Elizabeth e, di contrasto, Philip nel cercare di impedirglielo?
Everything is divided up

Prendiamo ad esempio uno dei tanti fronti nei quali è coinvolta Elizabeth, quello di Glenn Haskard (Scott Cohen, Gilmore Girls), negoziatore americano per il possibile scambio tra i progetti balistici “Dead Hand” e “Star Wars”. Qui Elizabeth fa da infermiera/badante alla moglie Erica, un’artista molto malata, i cui quadri sono un elemento chiave per leggere dentro la nostra protagonista; quest’ultima, infatti, dichiara più volte non solo di non sapere nulla di arte, ma anche di non capire – nella conversazione con Claudia – perché la gente perda tempo in questo modo. Eppure, forse è per il temperamento di Erica, o forse perché Elizabeth è sempre più sola e si sta accorgendo che sta mentendo persino a se stessa, non sono pochi i momenti in cui la regia – di Chris Long per il primo episodio, di Matthew Rhys nel secondo – si sofferma su come Elizabeth osserva i quadri di Erica, in particolare due: una donna che si intravede da quello che sembra un vetro bagnato e appannato, e che assomiglia incredibilmente a lei; e un’immagine ancora più nascosta, che si fatica a definire maschile se non fosse per l’evidente capigliatura corta e scura che gli contorna la testa.

La conclusione del secondo episodio, con la morte di quel generale Rennhull già visto in “The Colonel” e “Comrades”, sancisce una svolta epocale e non solo per la reazione di Paige, ma perché la decisione del generale di non scendere ad alcun compromesso, mai più, è solo un altro dei tanti segni che i tempi stanno cambiando, che quel “vento di cambiamento” che di lì a pochi anni davvero arriverà (e che gli Scorpions canteranno) sta già iniziando a soffiare, e per tutti.
I primi due episodi della stagione conclusiva di The Americans non fanno altro che confermare la validità del progetto di Weisberg e Fields, che ora, per la volata finale, possono contare su personaggi solidi e credibili, le cui evoluzioni sono ai nostri occhi comprensibili anche quando avvengono off-screen e possiamo vederne solo le conseguenze. È impossibile capire come si concluderà la serie, ma, se l’inizio può fornirci qualche idea, è difficile pensare ad un esito positivo per tutti. Di sicuro “Dead Hand” e “Tchaikovsky” hanno posizionato le carte sul tavolo in modo perfetto: l’atmosfera è cupa, il vento sta cambiando, le contraddizioni sono ovunque – persino in noi spettatori, che sappiamo come andrà a finire la Storia, ma non abbiamo la più pallida idea di come finirà questa.
Voto 6×01: 9
Voto 6×02: 8
Note:
– Come è stato rivelato in tempi recenti, le tempistiche della malattia di Ronald Reagan fanno presupporre che i primi cenni di Alzheimer si fossero già manifestati durante la sua presidenza, e la serie riesce a inserire la questione non solo come rumor, ma come vero e proprio elemento di imprevedibilità nella gestione delle situazioni;
– La mossa al bagno dell’aeroporto con cui Gennadi passa le informazioni all’FBI è un altro dei segni dei tempi che passano: una macchina a raggi X impensabile fino a qualche anno prima;
– Lo sguardo preoccupato di Philip davanti all’estratto conto, unito alla perdita di un cliente storico di cui si ritrova addirittura a parlare con Henry (che sì, esiste ancora), potrebbe far prevedere qualche problema economico non di poco conto in casa Jennings. Come si inserirà questo all’interno di tutta la situazione?
– L’uccisione da parte di Elizabeth della guardia dell’Osservatorio Navale, nonostante le rassicurazioni a Paige, dimostra che la donna tratta la figlia davvero in modo diverso da qualunque altra recluta, cosa di cui non sembra rendersi nemmeno conto quando parla con Philip (“I learned fast”, risponde al marito, in un moto che è al contempo di rimprovero per la minore capacità di adattamento di Paige e di invidia per il fatto che lei, invece, ha dovuto imparare in fretta, e a sue enormi spese).

Che dire…non ci può essere commento a “il commento” per eccellenza 😉 Sempre chirurgica. Che la serie sia fantastica non c’è dubbio e resta poco da aggiungere. Federica come sempre riesce a cesellare a incastrare conoscenza e riassunto. Madmaniana ! Parole sante, Tex – direbbe il fido Carson al Sig. Willer.
Grazie. Ottimo.
Grazie Barton Fink! Sì, in questa attenzione all’introspezione mi ha ricordato molto Mad Men, la scelta dello specchio poi mi rimanda a due puntate precise (anche qui due premiere), la 5×01 A little Kiss e la 7×01 Time Zones (le cui recensioni curiosamente avevo fatto proprio io), in cui l’osservazione di Don allo specchio rappresentava un momento importante del proprio riconoscimento.
Grazie ancora!
La guerra fredda si sposta in casa Jennings e, se sappiamo come è andata a finire quella globale, non possiamo immaginare come finirà l’altra. Un bel ritorno quello di The Americans, con la recensione di Federica anche meglio.
Grazie Genio! Temo molto per questo finale; nel senso, credo sarà bellissimo (ci spero, se non altro), ma ho paura che non finirà bene per tutti… Un bellissimo ritorno, concordo 🙂
gli episodi di questa stagione saranno 10, non 13
Hai ragione, ha vinto la forza dell’abitudine! Modificato, grazie! 🙂
grazie a te per la bella recensione!
Grazie mille!!! A presto!
E’ sempre bellissima questa serie! Impossibile farne a meno