
In questo senso, la talvolta criticata quinta stagione svolge un ruolo fondamentale per spiegare gran parte di quello che accade in questi primi episodi. Uno dei legami che lo show FX condivide con Mad Men, oltre al rapporto con la Storia di cui si parlava, è senz’altro la sua capacità di prendersi tutto il tempo necessario per approfondire i propri personaggi, mettendo l’introspezione e la coerenza delle loro azioni al primo posto e lasciando alla narrazione il compito di guidarli o seguirli quando necessario. Ed è proprio per tale motivo che l’apertura di questa sesta annata, così scura e traballante come mai prima d’ora, non avrebbe mai potuto funzionare senza quei 13 elegantissimi episodi di preparazione, la cui efficacia viene confermata del tutto solo dal successo a cui assistiamo ora.
Uno degli esempi più eclatanti di questo successo è incarnato da Oleg, lui stesso protagonista di una storyline per certi versi narrativamente inconcludente nello scorso ciclo di episodi. Il ritorno del russo negli Stati Uniti consente di mettere in scena un nuovo scontro (o meglio, un incontro) tra le due culture, le cui motivazioni stanno esattamente nella recente esperienza a Mosca. Ed è così che il personaggio di Oleg assume una nuova funzione tematica, incarnando quella Russia con cui i Jennings non sono più in contatto (“You haven’t talked to anyone back home in over twenty years”) e dando un senso alla rottura che Gorbachev sta portando avanti.

Quello che gli autori sembrano indicare, in sostanza, non è un confronto critico delle due culture, quanto un’analisi dettagliata della loro influenza separata su due individui che non hanno più molto da condividere in quanto a valori ed obiettivi. La situazione della famiglia Jennings è un po’ l’opposto di uno zero sum game: non esiste chi ci perde e chi ci guadagna, perché ognuno sta sistematicamente peggio rispetto a prima. Senza un punto di riferimento dal lato opposto che possa mitigare le proprie imperfezioni, sia Phillip che Elizabeth si ritrovano alla deriva, senza più nulla a cui aggrapparsi o su cui fare affidamento nei momenti peggiori. Una volta eliminato il confronto tra i due, ognuno si ostina a proseguire nella propria direzione, perdendo di vista la realtà dei fatti.

Dall’altra parte troviamo invece Phillip, che, nonostante una facciata positiva e spensierata, è finito vittima di quel modo di fare americano che ha sempre inseguito come se fosse un sogno lontano (i flashback sul suo passato in povertà assoluta funzionano bene a suggerirne il perché). Nel suo caso le conseguenze rischiano di rifarsi su Henry, ma la paura è che la necessità di garantire al figlio l’ultimo anno di liceo sia quello che guiderà il padre a qualche azione estrema.
In generale, quello che conferma la grandissima qualità di The Americans è la sua capacità di gestire questi passaggi fondamentali con una delicatezza ed un’eleganza nella scrittura che ad oggi sono forse senza rivali. La scissione graduale della famiglia Jennings viene scandita sequenza per sequenza, ma non è mai troppo brusca da sembrare forzata: ed è proprio nei momenti in cui viene momentaneamente recuperata l’intimità, in cui riemerge il legame fortissimo tra due persone solo quando tornano ad esporsi a vicenda (“I’m tired. All the time.”), che ci si rende conto della bellezza della storia che la penna di Weisberg ha creato – e dell’immenso dramma che deriva naturalmente dalla sua conclusione.
Voto 6×03: 8½
Voto 6×04: 8+
