
Trovare un equilibrio tra queste due dimensioni, non soltanto nell’ottica di un convincente sviluppo narrativo ma anche di un’adeguata caratterizzazione dei personaggi (le ricadute, ad esempio, sono fisiologiche nella vita reale ma rischiano di risultare ripetitive e ridondanti nella finzione telefilmica) non è affatto semplice, anzi è il limite più grande di ogni prodotto serializzato che si pone l’obiettivo di raccontare la malattia mentale o più in generale la vita di persone “problematiche”.
Come le altre serie citate, anche Crazy Ex-Girlfriend alla fine ha trovato la sua formula, e questa premiere lo dimostra ancora una volta. Dopo una terza stagione che aveva sicuramente alzato l’asticella per quanto riguarda la crudezza e l’incisività nella rappresentazione del disturbo di Rebecca, finalmente diagnosticato, la sfida era (ed è) quella di esplorare una nuova fase, in cui “il gioco si fa duro” proprio perché dura è la riabilitazione ma soprattutto il processo di responsabilizzazione che la protagonista non può più rimandare né delegare a qualsivoglia soggetto esterno, in questo caso la prigione. “I Want to Be Here” fa un ottimo lavoro nel riprendere le fila del discorso esattamente da dove lo avevamo lasciato, mostrandoci con il solito stile della serie che “the situation is a lot more nuanced than that”: i dubbi che poteva aver sollevato la scena finale della terza stagione – in cui Rebecca si dichiara “responsabile” e dunque colpevole con un coup de théâtre che, per quanto d’impatto, sembrava rappresentare una soluzione fin troppo semplicistica – sono fugati immediatamente dalla scelta di mettere da parte il “drama” e dare spazio alle reazioni del tutto ragionevoli degli altri personaggi.

Tuttavia Crazy Ex-Girlfriend non cede alla tentazione di sminuire o ridimensionare cinicamente il disagio della sua protagonista, come uno show di minore caratura avrebbe senz’altro fatto, ma riesce a far convivere in maniera molto sofisticata i due “messaggi” dell’episodio. Da un lato, infatti, Rebecca viene “richiamata all’ordine” da un gruppo eterogeneo di amici e semi-sconosciuti, sbattendo per la prima volta contro la verità del proprio privilegio e acquisendo finalmente, anche se a fatica, un senso di realtà; dall’altro le autrici tengono a farci notare quanto, per una persona nelle condizioni della protagonista, questo tipo di passaggio logico sia in effetti estremamente difficile.

A ben vedere, quindi, Rebecca gode sì del privilegio di essere una donna bianca, ricca, cisgender ed etero ma allo stesso tempo si trova in una condizione di svantaggio per via della sua malattia mentale. Con il tempo i suoi amici hanno imparato – così come continueranno a fare gli spettatori, soprattutto da adesso in poi – che si tratta di una situazione complessa da affrontare, in cui è importante trovare il giusto equilibrio tra indulgenza e lassismo, sostegno amorevole e fiducia cieca. Analogamente, la serie ha imparato a svilupparsi nello stile e nel linguaggio per riflettere il percorso di Rebecca, trovando un punto di incontro tra la freschezza e vivacità delle prime due stagioni e la necessità di rallentare un po’ il ritmo e abbassare i toni, pur senza tradire il concept iniziale. Così come i primi episodi riuscivano ad essere contemporaneamente briosi e lungimiranti, profondi, attenti, la terza stagione ha dimostrato che si può essere divertenti e meta anche introducendo elementi più cupi.
Non abbiamo motivo di dubitare che la quarta ed ultima annata riuscirà a fare lo stesso, soprattutto dopo questa premiere.
Voto: 8
Note:
– Per la prima volta nella serie questa puntata non includeva la sigla
– Il “pubblico ministero” al processo di Rebecca è interpretata dalla co-creatrice della serie, Aline Brosh McKenna.
