
Questo è grazie ai grandi personaggi, i memorabili interpreti e le tematiche che prevaricano il genere supereroistico, giungendo a ragguardevoli vette artistiche e di storytelling; basti pensare al rapporto del protagonista con la sua religione, alla profondità con cui viene affrontato il tema della giustizia e senza dimenticare le magistrali sequenze di combattimento. L’ottobre del 2018 ha visto la cancellazione di due degli show che compongono il variegato mondo dell’MCU: Luke Cage (2016) e Iron Fist (2017). Sono poco chiare le ragioni di tale scelta, alcuni affermano che sia dovuta allo scarso gradimento del pubblico, altri sostengono sia in preparazione una serie sugli Heroes for Hire, alleanza tra i due protagonisti delle suddette, tratta dalle pagine dei fumetti. In questo clima di incertezze, ecco giungere la terza stagione del diavolo di Hell’s Kitchen.
Il trailer aveva promesso molte cose: il ritorno alle atmosfere cupe delle prime stagioni e di Wilson Fisk, interpretato magistralmente da Vincent d’Onofrio (Law & Order: Criminal Intent), che avrebbe dovuto portare il vigilante Matt Murdock ad un approccio più estremo alla giustizia solitaria da lui amministrata. Tra le cancellazioni di serie profondamente legate a Daredevil e queste aspettative, il diavolo di Hell’s Kitchen sarà in grado di riemergere un’altra volta?

La trama è semplice: Wilson Fisk ha gradualmente ritrovato il suo potere in carcere, tramite la corruzione e la manipolazione delle istituzioni ed è riuscito a conquistarsi la libertà nel feroce tentativo di ricongiungersi con l’amore della sua vita, Vanessa. Il suo ostacolo è il redivivo Matt Murdock del sempre convincente Charlie Cox (Boardwalk Empire), vittima di una profonda crisi mistica dopo la sua presunta morte, che lo allontanerà dagli amici più cari, costringendolo su un sentiero oscuro, nella convinzione di essere da solo nella più importante battaglia contro la sua nemesi.
La storia che si dipana nei tredici episodi è una grande partita a scacchi tra Fisk e Matt. L’intreccio principale, per questo motivo, non possiede il ritmo dinamico a cui ci avevano abituato le precedenti stagioni; la stagnazione degli episodi centrali rende infatti difficile investire emotivamente nella costruzione di un climax soddisfacente, e questo nonostante la presenza dello spettacolare attentato alla redazione del New York Bulletin alla fine del sesto episodio, primo avvenimento importante della serie. La strada intrapresa è però sostenuta dalla ricchezza delle sottotrame riguardanti i personaggi che si muovono nella scacchiera di Hell’s Kitchen. Per citare due volti nuovi, troviamo Rahul “Ray” Nadeem, interpretato da un bravissimo Jay Ali, che da agente della F.B.I. si trova coinvolto suo malgrado nella corruzione del suo stesso dipartimento e attraversa un percorso di redenzione che culmina con il sacrificio. Specularmente, Ben Poindexter, il futuro villain tratto delle pagine della Marvel Bullseye, i cui panni sono presi da Wilson Bethel, è uno degli spunti più interessanti della stagione, dipingendo un personaggio spezzato tra il dovere ed un perverso volere, manipolato da Fisk, che lo recluta come braccio destro salvo poi ritrovarselo come un problema da risolvere quando il suo precario stato mentale lo rende una mina vagante sia per Kingpin che per Daredevil.

In questo racconto corale, che ha avuto successo dove la seconda annata di Jessica Jones ha fallito, la pur colpevole stagnazione della trama principale è un escamotage per approfondire i personaggi e metterli di fronte alle scelte passate, alle loro storie che riemergono. Più di tutti è il personaggio di Karen Page, interpretata dalla sempre bravissima Deborah Ann Woll (True Blood), ad essere sotto i riflettori, con un episodio omonimo a lei dedicato dove viene svelata la sua storia. Grazie ad esso, molte delle sue decisioni, dei suoi comportamenti nel corso delle stagioni, acquistano una nuova luce (l’uccisione a sangue freddo di Weasley e la difesa disperata di Frank Castle); con Karen, Daredevil si imbarca, ed in parte ha successo, nell’ambizioso compito di raccontare una storia e far crescere un personaggio non solo durante più stagioni, ma lungo più serie diverse, obiettivo che non è stata raggiunto dall’MCU nella sua interezza con i suoi ben più blasonati supereroi.
Questa cura verso le trame individuali porta con sé gli usuali difetti delle serie targate Marvel. Alle volte, durante i pur sempre ispirati dialoghi, si rischia di cadere in un errore che ha pesantemente gravato anche sull’ultima stagione di Iron Fist: come avviene con Karen o Nadeem, lo show gioca un po’ troppo con le sue tematiche, portando i vari personaggi a raccontarsi troppo, rischiando di apparire didascalici, come a voler inserire a forza delle lezioni morali infarcite da dimenticabili aneddoti. Sono momenti artificiosi, ma sporadici, mentre lo sviluppo delle numerose storie si dipana in maniera soddisfacente e sfaccettata, svelando perché l’accettare le conseguenze sia così importante. Matt stesso lo dichiara a Karen nel dodicesimo episodio, “One Last Shot”, quando afferma (portando lo show su un nuovo livello di riflessione) che le persone sono definite non dagli errori di una vita, ma solo se accettano le conseguenze di questi: Karen viene a patti con il suo passato, Matt accetta finalmente la scelta degli amici di combattere al suo fianco, abbandonando la sua testardaggine nell’intraprendere una battaglia impossibile da solo, Nadeem accetta di sacrificarsi e verrà perciò ricordato come un eroe.

Infine, uno dei punti di forza della terza stagione è la ragguardevole attenzione portata verso il simbolismo cristiano che riveste la figura di Matt Murdock. Prima fervente cattolico, si confronta con la perdita della sua amata Elektra e delle sue capacità extra-sensoriali, allontanando di conseguenza la fede in Dio, e al contempo è portato a rivestire i panni di un’improbabile figura messianica. Matt viene recuperato dalla madre dopo la sua presunta resurrezione, curato in una sorta di cripta; appare a Foggy e Karen, che lo credevano morto e, infine, assistiamo all’emozionante e potente scena della supplica in punto di morte di Padre Lanton, quando lo prega di perdonarlo per aver tenuto nascosta l’identità della madre. Un percorso di rinascita, dal punto più basso per il Daredevil, che non recupera la sua tuta, ma in compenso riconquista la fiducia nei suoi amici, in se stesso e la fede, come testimonia la scena che lo vede vegliare su Hell’s Kitchen, accovacciato ai piedi della croce della sua chiesa.
Un pregio che Daredevil non ha mai perso, inoltre, è l’essere da sempre un piacere per gli occhi. La trama è raccontata non solo dai suoi personaggi ma anche dalle inquadrature dal forte significato simbolico. Per nominarne alcune: la sopracitata scena della croce, Matt incapace di risalire le scale del sotterraneo della chiesa nei primi episodi, per poi scenderle nel finale dell’ultimo episodio ed il quadro bianco preferito di Fisk, simbolo della pace provata al fianco di Vanessa, insozzato dagli schizzi del sangue di Kingpin causati dalle percosse di Daredevil.

Daredevil ha appena rallentato, in una stagione più introspettiva, ma non ha perso lo smalto che l’ha resa uno dei prodotti di punta della piattaforma Netflix, né la sua anima gotica è stata snaturata dai recenti crossover. La serie del diavolo di Hell’s Kitchen è solo nominalmente parte di un universo più grande, ma ad ogni stagione conferma e rivendica la sua identità come prodotto di pregevole fattura, portando sullo schermo storie e personaggi da sempre memorabili.
Voto: 8

Di gran lunga la migliore serie dei Defender anzi stupisce la differenza di qualità tra le varie serie.