
Rinnegando l’orizzontalità della narrazione, il tratto caratteristico di The Romanoffs è la sua verticalità, ovvero la possibilità di sviluppare otto storie diverse, con personaggi e ambientazioni differenti e con un filo conduttore al momento davvero molto labile. I protagonisti di questi micro-racconti, infatti, sono tutti presunti discendenti della famiglia Romanov, la longeva dinastia che sedeva sul trono di Russia fino alla Rivoluzione del 1918 che li ha visti andare incontro ad un violento epilogo. La scelta di Weiner è in controtendenza rispetto alla fortissima componente seriale che caratterizzava Mad Men e, proprio per questo, molto più rischiosa: intanto è lui stesso alla regia di tutti gli episodi – una dichiarazione d’intenti che certifica The Romanoffs come una sua creatura in tutto e per tutto – che per la loro lunghezza assumono le caratteristiche di veri e propri lungometraggi, una confezione che rende lo show meno competitivo in un tempo in cui la concorrenza può vantare centinaia di titoli molto più agili in termini di minutaggio; in secondo luogo il formato antologico per episodi presenta una sfida non indifferente nel mercato ultra-competitivo contemporaneo, non potendo più contare sull’effetto novità – non stiamo neanche a citare i tantissimi show che già si adeguano a questa soluzione narrativa – e dovendo fare i conti con un pubblico molto più esigente rispetto al passato. La fiducia preventiva dello spettatore nei confronti dello show di Amazon, quindi, è esclusivamente legata ai nomi coinvolti nel progetto: gli attori ma soprattutto il suo dio creatore, un autore che può fare self-promotion semplicemente facendo riferimento al suo recente curriculum.

I’m not happy. I told you that.
Michael individua in Michelle (Janet Montgomery) una bellissima donna che conosce nell’ambito dell’adempimento dei suoi doveri come giurato in un processo, la perfetta via di fuga dalla sua malinconia; per lei, infatti, si accende quella fiamma di desiderio che sembra ormai essersi spenta definitivamente per la moglie. La determinazione diventa presto ossessione, tale da portare il giurato a congelare l’unanimità della votazione per un processo piuttosto privo di zone grigie al solo fine di poterla rivedere e di avere l’occasione di conquistarla. Come ne La parola ai giurati il dubbio legittimo di una persona può evitare una decisione affrettata; in questo caso però non c’è nessuna finalità altruistica o legata alla giustizia, Michael agisce esclusivamente per il proprio interesse. La sua insistenza viene ripagata dalla donna che ricambia l’interesse e si concede alla seduzione – un po’ goffa – del discendente dei Romanov, dopo aver manifestato la sua passione per le vicende di cronaca nera, come il caso di omicidio di cui si stanno occupando – con quello che sembra un goffo riferimento ad una scena di Blue Velvet di David Lynch, con Michelle che aspetta in macchina mentre l’uomo entra nel condominio.

“Do you have children?”
“Uh, I don’t.”
“Oh. You must. Unless it’s too late. The society will disappear in a generation.”
Parallelamente alle vicende che coinvolgono il marito, Shelly si imbarca da sola su una crociera organizzata dall’associazione che riunisce i discendenti della famiglia Romanov – che esiste veramente ma con un nome diverso da quello indicato nella serie – e assiste ad una grottesca messa in scena di antiche usanze reali, come balli tradizionali e rappresentazioni teatrali che coinvolgono attori nani. Nel segmento più riuscito dell’episodio è interessante notare l’accostamento tra modernità e tradizione – un discorso accennato, ma mal gestito, anche in “The Violet Hour” – dove le ambiguità dell’identificazione di sé in una discendenza secolare oggi in via di estinzione per molteplici cause – progresso culturale, globalizzazione, multietnicismo – sono brillantemente messi in scena, talvolta anche attraverso espedienti comici. Persino i dialoghi richiamano al senso di decadenza e disfattismo dietro l’eredità perduta di questa famiglia, che ancora oggi a distanza di più di cento anni si sente spogliata del proprio posto nel mondo.
Il secondo confronto, quello tra Shelly e Ivan (Noah Wyle), anche lui sposato a una Romanov non presente sulla nave, è rivelatorio per la donna, che si libera dal peso di considerare se stessa il problema nel suo complicato rapporto matrimoniale. Nelle sedute dalla consulente, infatti, era ben evidente come Shelly cercasse in tutti i modi di trovare un modo di compiacere il marito, provando a trovare un punto di contatto o qualcosa che potesse stimolarlo e conseguentemente riavvicinarli. Nella sua testa era lei l’ingranaggio che non funzionava e che generava l’apatia e il fastidioso disinteresse di Michael.
You tried to fucking kill me!

Ci si riferisce, naturalmente, al tentato omicidio ad opera di Michael durante l’escursione in montagna: il protagonista, non intravedendo una via d’uscita legale – come poteva essere una nuova vita con Michelle – alla propria condizione di infelicità, si scopre capace di desiderare la morte della coniuge. Il piano non va come previsto e l’uomo conclude il suo percorso ferito e umiliato di fronte ad una Shelly che per la prima volta comprende davvero che tipo di uomo sia la persona che ha sposato: un bambino capriccioso insoddisfatto di quello che ha. Potrebbe, quindi, non essere un caso che questi primi due episodi finiscano entrambi con l’immagine di una donna che se ne va compiaciuta – nel pilot era Sophie – come se Weiner volesse far pace con un pubblico che è consapevole delle accuse di molestie sessuali nei suoi confronti – da parte di Kate Gordon, lavoravano insieme sul set di Mad Men – e soprattutto dare una dimostrazione, ben poco elegante verrebbe da dire, della sua estraneità a tali dichiarazioni. Non si intende ovviamente che quella che traspare sia l’immagine di un uomo che si è “redento” o che dimostri di essere tutto a un tratto un fervente femminista, ma solo che ci potrebbe essere una relazione tra questi finali, che vedono i personaggi femminili ottenere, nonostante tutte le angherie che devono subire, una parvenza di felicità, e la vicenda extra-televisiva che coinvolge l’autore.
“The Royal We” è un episodio leggermente migliore di quello che lo precede, ma ancora non all’altezza delle aspettative che, giustamente, The Romanoffs aveva generato. La trama principale è debole e i discorsi messi sul piatto sono troppi e trattati con eccessiva superficialità: è un castello di carte che rischia costantemente di crollare su se stesso.
Voto: 6½
