
È già da qui, dalla struttura di base della serie, che si incontra qualche difficoltà. Sapevamo fin da subito che lo show avrebbe raccontato di discendenti (o presunti tali) Romanov sparsi per il mondo, e che sarebbe stata una miniserie antologica; eppure già a partire dalle prime puntate, e indipendentemente dalla loro riuscita, è stato difficile andare oltre la duplice sensazione di scarsa coesione interna del progetto – i collegamenti tra le puntate a volte c’erano, a volte sparivano – e anche di dubbia chiave interpretativa alla base – se in puntate come “House of Special Purpose” o “End of the Line” l’importanza della discendenza russa è narrativamente fondante, in altri diventa perfettamente sostituibile, portando il pubblico a chiedersi se basti menzionare la celebre famiglia russa in una puntata per legittimarne la presenza dentro una serie omonima. Arrivati a questo ottavo e ultimo episodio si riscontrano nuovamente alcuni collegamenti, dal più serio – Jack è lo sceneggiatore della miniserie del terzo episodio, tratta dal libro di Daniel Reese (seconda e soprattutto quarta puntata) – al più fugace – l’apparizione in stazione di Sophie e Greg direttamente da “The Violet Hour” –, ma non si va oltre questo. Qual è la logica nel connettere alcune puntate e isolarne totalmente altre? Avrebbe avuto più senso collegarle tutte o non farlo affatto, ma in questo modo è difficile non vedere che si sarebbe potuto fare molto di più e che buttare qua e là qualche connessione non ha fatto altro che aumentare un’attesa per qualcosa che poi, alla resa dei conti, non c’è stato. Risulta dunque inevitabile, sotto questo profilo, sentirsi quantomeno delusi.

È quindi l’identità (persa, cercata, ritrovata) il tema della miniserie? Non sarebbe certo un azzardo – non per un uomo che è stato il creatore di Don Draper; eppure, proprio in virtù del lavoro eccellente portato avanti con Mad Men, non possiamo avere dubbi sul fatto che The Romanoffs, al contrario, sia stato nel complesso approssimativo e decisamente sotto il livello atteso (anche se alla luce del finale è possibile fare qualche considerazione retroattiva, come vedremo più avanti). Questo non ha impedito ad alcune puntate di risultare molto buone nonostante tutto, e questo finale – pur con qualche riserva – si può annoverare tra gli episodi riusciti.
I’m really good at being invisible.
La vicenda si sviluppa seguendo un racconto che viaggia su tre livelli diversi (in realtà solo due, dato che Candace e Simon sono la stessa persona, ma a livello narrativo rimangono tre step diversi) e che segue un andamento temporale “a pendolo”: dal presente si torna nel passato in tre tranche – prima il tentato suicidio di Simon, poi il periodo ad Hong Kong e infine l’infanzia – e con gli stessi movimenti al contrario si torna al presente, ripassando dal racconto di Christian alla fidanzata, a quello di Simon al centro di auto-aiuto, fino al ritorno della narrazione nelle mani di Candace, quando tutta la storia è finalmente chiara.

“What am I? Even I don’t know” dirà Simon al suo gruppo di aiuto, e la domanda è tanto più importante quanto più non riguarda solo la sua identità sessuale, ma il suo essere come persona, messo in discussione così tante volte da fargli sentire come un peso persino il suo riflesso allo specchio.

Orecchini, eredità, femminilità, visibilità: sono questi gli elementi che conducono la protagonista alla vendetta. Se solo Ondine avesse considerato Simon/Candace, l’avesse visto per la donna che era diventata, avesse dunque smesso di considerarla invisibile, le avrebbe dato gli orecchini che erano suoi di diritto e non sarebbe successo nulla; se solo Jack avesse guardato con un po’ più di attenzione quella donna chiacchierona che gli sedeva accanto, se solo avesse prestato un po’ più di cura alle sue parole (“This is the story of a murder”), non sarebbe successo nulla. C’è invece stato il rifiuto, da tutte le parti: Ondine non l’ha considerata “una donna della famiglia”; Jack ha visto quella signora sul treno ma non l’ha osservata, dando inoltre per scontato che la storia la riguardasse (“So this story is about you”) solo perché l’ha identificata nel cliché della donna tradita, senza capire che, sì, la storia riguardava lei ma in modo molto, molto diverso.
Hello, little brother.

Il finale è senza dubbio di forte impatto, ma non si possono non notare alcuni punti piuttosto dubbi. È difficile pensare che Jack possa aver ascoltato tutto il racconto di Candace senza aver riconosciuto nemmeno un dettaglio della sua vita; e, se possiamo pensare che i nomi da noi ascoltati nella ricostruzione siano stati camuffati nel racconto, la vicenda estremamente peculiare legata alla discendenza Romanov non poteva non essere un campanello d’allarme, tenuto invece spento per tutto il racconto per consentire il plot twist finale. Certo, da spettatori ne è valsa la pena, e si può addirittura pensare che Jack non abbia reagito perché stava già subendo gli effetti del cocktail avvelenato; tuttavia da un punto di vista narrativo il meccanismo porge il fianco ad una critica più che giustificata.
L’episodio, inoltre, insieme ad altri della miniserie ha il difetto di mettere in scena forse troppi temi per una singola puntata che, pur essendo caratterizzata da una lunghezza importante (80 minuti), non può materialmente scendere nel dettaglio di ogni singolo tema esposto. Per questo il discorso tra il protagonista e Dana, che pure nelle intenzioni è di certo lodevole nonché chiave di volta nel passaggio da Simon a Candace, risulta troppo affrettato, una sorta di manuale di frasi giustissime che però finisce col mescolare troppo, toccando gli argomenti, inevitabilmente, in modo solo marginale (le difficoltà dei transgender, i ruoli di vittima imposti e accettati, le violenze contro la comunità LGBTQ, finanche a tematiche di estrema attualità come il più classico dei maschilismi perpetrati ai danni di giovani ragazzi – “Be a man” – e la condanna delle donne ad essere sempre viste come “sesso debole”: il tutto in 4 minuti).
You’re not going to believe this.
I knew a Romanov.


Questo, insomma, pare l’unico modo per interpretare il progetto di Weiner: un messaggio sicuramente interessante, ma non sufficiente a giustificare tutto il progetto, non quando si concede il lusso di rivelarsi solo alla fine (la chiave identitaria si trova concretamente qui per la prima volta) e in un modo persino troppo oscuro.
Tra aspetti riusciti e qualche scivolata, “The One That Holds Everything” si configura tra i buoni episodi di questa miniserie, con un finale sorprendente che poteva tuttavia essere gestito meglio, ma di cui non si può non apprezzare la tecnica narrativa e anche certe scelte registiche – basti pensare all’inquadratura dei piedi alla riunione di auto-aiuto, che posticipa la scoperta del gruppo LGBTQ e dunque la prima parte della risoluzione della storia.
The Romanoffs nel suo complesso risulta un prodotto difficilissimo da giudicare, composto com’è da parti troppo diverse tra di loro e il cui divario è rappresentato da una forbice troppo ampia per permettere un giudizio che racchiuda il tutto. Come già osservato, un obiettivo pare esserci, ma da una mente come quella di Weiner e da un budget di 70 milioni di dollari era più che legittimo sperare in qualcosa di più. Il giudizio finale non può quindi che essere una personale media matematica tra gli episodi, che hanno saputo mostrare picchi molto alti e punti abbastanza bassi da farci dubitare fortemente sul senso di questa operazione e sul suo autore.
Voto 1×08: 7½
Voto Stagione: 6½
