The Good Fight – Stagione 3 2


The Good Fight – Stagione 3Non si sa mai bene cosa aspettarsi da un episodio di The Good Fight, specialmente dopo la sua seconda stagione, un terremoto qualitativo inaspettato giustamente celebrato e osannato dalla critica; un’annata che ha elevato quello che era partito come uno spin-off di The Good Wife nell’olimpo dell’eccellenza seriale contemporanea, anche grazie alla capacità dei coniugi King di costruire un’identità propria allo show e di vestirlo di uno stile perfettamente riconoscibile, in grado di comunicare a viso aperto con le questioni più scottanti della contemporaneità.

Questa terza stagione si pone in perfetta continuità con la precedente, legata ad essa dalla ripresa degli archi narrativi dei personaggi principali, già presentati nella premiere: Diane, preso atto del difficilmente accettabile nuovo lavoro di Kurt, decide di scendere in campo attivamente per cambiare il mondo che la circonda, Lucca viene promossa, Maia cerca di irrobustire il suo carattere e farsi strada, Liz e il resto dello studio devono fare i conti con le macchie sul passato di Lance Reddick. Le storyline personali dei protagonisti si fondono perfettamente con la narrazione che riguarda la Reddick, Boseman & Lockhart che, proprio come in passato, funge da canale principale del plot attraverso il quale scorrono in modo fluido i vari case of the week, mai banali e mai fini a se stessi. Questa malleabilità e interscambio continuo tra le vicende che riguardano il micro e il macro, intendendo non solo il rapporto personaggi-ambiente lavorativo ma anche la relazione tra i casi che deve affrontare lo studio e le vicende politiche e sociali a cui fanno riferimento, è uno dei punti di forza di The Good Fight, quella particolare abilità degli autori di riuscire a gestire una quantità spropositata di informazioni, dialoghi, situazioni, evoluzioni caratteriali e dettagli ultra-tecnici riguardanti la professione legale che affollano ogni episodio. Un lavoro più difficile di quanto appaia, che Robert e Michelle King dimostrano di saper affrontare sempre meglio, permettendosi di sperimentare sempre con nuove forme di intrattenimento visivo e narrativo: la collana di “The Good Fight Shorts” – corti animati musicali funzionali a spiegare alcune sezioni del racconto o ad esplicitare concetti altrimenti troppo complessi – già inaugurata lo scorso anno e ora diventata un appuntamento fisso – ce n’è uno per episodio – ne è la dimostrazione.

Stories beat facts every time.

The Good Fight – Stagione 3È in realtà dal secondo episodio di questa stagione in avanti che tutti i pezzi sono posizionati sulla scacchiera: con l’arrivo di Roland Blum, il viscido e manipolatore avvocato interpretato da un perfetto Michael Sheen, infatti, la stagione trova il suo principale antagonista. Blum è la perfetta incarnazione di tutti gli ideali contro cui si batte Diane, uno specchio che riflette il lato peggiore della classe politica dirigente e la incanala nella professione legale. Lo stile con cui esercita, infatti, è profondamente umorale, caratterizzato dal diniego di ogni regola di condotta possibile e da un’amoralità spiccata; Blum non si fa scrupoli nello sfruttare ogni mezzo, legale e non, per giungere alla vittoria, che questo sia raccontare il falso in tribunale o riscuotere favori da persone influenti. L’elemento più interessante del personaggio, che lo allontana dal rischio di diventare una semplice macchietta monodimensionale, è che tutte queste caratteristiche collidono in una vera e propria filosofia di vita che i King ci mostrano come antitetica a quella dei protagonisti ma senza demonizzarla in modo didascalico. Si potrebbe scomodare Machiavelli (del resto anche citato all’inizio del settimo episodio) e vedere come il fiorentino identificava come etici tutti quei comportamenti che portano il principe ad ottenere il potere e a mantenerlo: in questo caso possiamo dire che quando Blum ottiene il risultato – vincere una causa per esempio – ogni mezzo che attua nel processo diviene lecito e accettabile a posteriori – perlomeno nella sua etica distorta. Quello che gli autori sottolineano, tuttavia, è la facilità con la quale persone che non faticheremmo a definire buone e apparentemente integerrime si possano lasciare sedurre dalle scorciatoie alle quali questo modo di fare conduce, che poi è esattamente quello che succede a Maia.

Il personaggio interpretato da Rose Leslie ha affrontato difficoltà enormi dall’inizio dello show; Maia è passata attraverso i problemi causati dalla condotta del padre, è stata osteggiata e ha dovuto ricostruire la reputazione del nome Rindell giorno dopo giorno fino a ritagliarsi un ruolo importante nello studio. Il percorso stagionale di Maia è stato uno dei più inaspettati e scioccanti, un’altra dimostrazione di come The Good Fight non abbia alcuna remora a rischiare con uno dei suoi personaggi più amati. Il rapporto con Blum è la molla che innesca la serie di eventi in cui precipita la donna, dal licenziamento forzato alla rinascita sotto una nuova veste: Maia si trasforma e volta le spalle alla possibilità di tornare ad essere l’avvocato che era, caratterizzandosi come una nuova versione di se stessa, più sicura e consapevole della propria forza. Un elogio va fatto nuovamente alla scrittura del personaggio: il passaggio da uno stato all’altro è graduale e scandito da momenti che giustificano in toto la sua trasformazione, senza risultare forzato o incoerente con il suo passato – a differenza per esempio di come avviene per Daenerys in Game Of Thrones, la cui evoluzione era stata sì annunciata ma mai raccontata per davvero.
Non ci è dato sapere se la storia di Maia si è conclusa definitivamente con la scelta di andare a Washington con Blum o se la rivedremo all’inizio della già confermata quarta stagione; se tuttavia “The One About The End Of The World” fosse l’episodio di congedo con il personaggio non si potrebbe obiettare nulla sul suo percorso, che sottolinea una volta ancora il fallimento dei principi di giustizia e legalità su cui si fonda la Reddick, Boseman and Lockhart.

The guard rails are gone, Diane, and I can’t see the road.

The Good Fight – Stagione 3L’anima dello studio è incarnata in primis dai soci nominali, gestori in crisi che uno dopo l’altro crollano sotto i colpi degli avversari esterni, da Roland Blum a Felix Staples, e dai problemi interni, a partire dalle testimonianze delle donne molestate dal loro fondatore sino allo scoppio di tensioni sul tema delle discriminazioni razziali e di genere tra i dipendenti. Diane, Liz, Adrian e Julius: le personalità che dovrebbero portare lo studio al successo e aiutarlo a superare i momenti più difficili paiono in questa stagione accusare maggiori difficoltà nelle loro situazioni familiari personali e nelle loro visioni troppo pregne di supponenza ideologica.
Mentre Adrian è rimasto un po’ più in disparte quest’anno – è coinvolto direttamente solo rispetto alla notte galeotta con Liz successiva all’attentato e alla love story con il giudice Hazlewood – e la storyline di Julius è orientata alla poco interessante campagna per diventare giudice federale, sono le due donne del quartetto ad essere poste di fronte alle sfide più ardue.

Diane esce dalla spirale discendente della seconda stagione e si mette in prima linea nella lotta contro il dominio repubblicano in vista delle elezioni del 2020: gli autori hanno già mostrato lo sconforto e la totale perdita di fede che ha assalito il mondo liberal-democratico dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca – non serve ricordare che la prima stagione di The Good Fight si aprì proprio con quella scena – e ora scelgono di mostrare quello che viene dopo, la reazione e il diniego dell’indifferenza. Diane e Liz si uniscono a un vero e proprio gruppo di resistenza, una lega nata per trovare delle contromisure e pianificare un futuro diverso; il Book Club, così rinominato in seguito, punta a indebolire il consenso della destra e a mutare le percentuali di voto alle future presidenziali. Quello che Diane si trova tra le mani, tuttavia, è tutt’altro che un semplice strumento di pressione politica ma un vero e proprio gruppo militante che si trasforma, di lì a breve, in uno strumento di potere incontrollato. Il Book Club è una creazione della donna che muta la propria pelle e sfugge ad ogni controllo: i metodi perpetrati sfuggono via via sempre più alle briglie della legalità e cominciano ad assomigliare a quelli del nemico che si è giurato di combattere. Swatting, intimidazioni, manomissione delle macchine elettorali, tutto diviene lecito per ottenere il risultato; inutile dire che quando Diane proverà a fermare l’onda che lei stessa – involontariamente – ha provocato sarà troppo tardi e quella stessa onda si abbatterà sulla sua vita personale, come dimostra la scena finale – che poi è quella che scopriamo essere stata anche l’incipit – della stagione.

Liz si tira fuori dal Book Club appena in tempo, ma i suoi veri problemi sono altri. In primo luogo la consapevolezza che suo padre era ben diverso dalla persona che pensava fosse è una verità che la dilania, come dimostra la difficoltà nel gestire il parco di emozioni che seguono l’esplosione dello scandalo all’interno degli uffici. Lance Reddick è un personaggio che è stato ideologizzato all’estremo nell’universo della serie, viene addirittura paragonato da Marissa a Martin Luther King per il peso che ha avuto nella lotta per i diritti civili degli afroamericani, ma per Liz il colpo accusato è doppio a causa del legame familiare. Come se questo non fosse abbastanza, la donna affronta una difficile causa di divorzio, resa ancora più ardua a causa dell’affair con Adrian che rischia più volte di venire a galla – cosa che succederà comunque più avanti nel corso della stagione. Anche Liz, dunque, deve accettare dei compromessi e venire a patti con alcune scelte faticose da accettare ma prese per il bene dello studio e del suo futuro.

– They’re trying to pit us against each other.
– Why?
– Because that’s what people do to the black girls.

The Good Fight – Stagione 3Anche Lucca deve fare i conti con alcune verità su di sé non così facili da accettare. Con la possibilità concreta di diventare socia, l’ambizione e la tenacia che la contraddistinguono potrebbero non bastare per convincere i piani alti: l’accusa di non essere “black enough” per affermare la linea di diversity intrapresa dallo studio suona come un vero e proprio atto discriminatorio nei suoi confronti – e lo è. È solo l’ultimo di una serie di conflitti interni che esplodono sulla base di livelli di reddito diseguali, trattamenti diversi e altre disparità legate al genere e al colore della pelle dei dipendenti: è una delle sottotrame più riuscite architettate dai King che fa riflettere sulla pervasività di questi temi in ogni ambiente di lavoro e di come nonostante le apparenze sia difficile riuscire a costruire un luogo scevro da pregiudizi e dalla possibilità che sorgano ostilità. Ancora più interessante risulta ragionare su come sia labile il confine tra la legittimità di impugnare determinate questioni discriminatorie e lo sfruttamento di esse al solo fine di innescare una reazione o ottenere un risultato specifico. Tra l’altro è curioso notare come gli autori, comunque schierati, non manchino di autocritica, mostrando tutte queste contraddizioni in seno ai protagonisti e non avendo remore nel rappresentare una serie di compromessi moralmente sbagliati ma considerati come necessari. Guardando solo a questa stagione vale la pena ricordare che lo stesso studio che si batte sempre per la giusta causa è quello che insabbia la vicenda Reddick e che ammette di pagare di più gli associati bianchi.

Si diceva che Lucca è al centro di questo focolaio di tensioni che esplode negli uffici, ma la sua esperienza la porta a confrontarsi anche con i pregiudizi delle persone al di fuori del mondo lavorativo che non concepiscono la possibilità che una donna nera possa essere la madre di un bambino bianco, a prendere posizione contro le tattiche intimidatorie dei gruppi neonazisti all’ingresso dei seggi elettorali – in uno degli episodi più belli della stagione – e ad incontrare, forse, la First Lady dopo aver seguito il suo caso contravvenendo alle direttive dei suoi capi. Il personaggio interpretato da Cush Jumbo è ricco di contraddizioni, ambiguo e difficile da inquadrare ma anche l’esempio perfetto di caratterizzazione a tutto tondo tipica di The Good Fight, una serie che, si è già detto, non ha rivali nella definizione di personaggi femminili.

So come and sit here next to me
At the end of the world.

The Good Fight – Stagione 3Il momento topico della stagione lo si avverte prima del gran finale, con una sensazione fortissima di un’apocalisse imminente. In realtà la lightning ball rossa che appare nel cielo – riferimento ad un evento realmente accaduto a New York lo scorso dicembre – e che tutti osservano e studiano preoccupati non preannuncia nessuna fine del mondo biblica e, ad esclusione del cliffhanger che chiude quest’annata, non è seguita da nessuna vera devastazione per i personaggi – per ora.

La Reddick, Boseman & Lockhart esce nuovamente vincitrice da una stagione che ancor più della precedente ha calcato la mano sull’analisi dei problemi del mondo reale attraverso le vite e le scelte dei suoi personaggi fittizi. The Good Fight è uno show che fa della moltitudine di registri e della sua natura composita un ottimo varco per una platea di pubblico molto vasta che porta ad interrogarsi sulle incoerenze del mondo che la circonda; l’esempio perfetto di come una scrittura ispirata e competente sia essenziale ad uno show che tratta tematiche così delicate e scottanti e che riesce meglio di qualunque altro a delineare le caratteristiche della società contemporanea fino ad entrare in conflitto con essa.
Non si è parlato, infatti, di come il cortometraggio animato che, nell’ambito della causa relativa alla censura imposta da Chumhum – il Google del Goodverse – al mercato cinese, avrebbe dovuto far luce su come questo sistema di controllo delle informazioni accessibili ai cittadini avvenga realmente in Cina, sia stato paradossalmente censurato dalla CBS. È solo uno dei tanti casi nei quali la realtà ha superato la fantasia e che dimostra quanto The Good Fight si elevi al di sopra dell’etichetta di legal drama per raccontare direttamente la nostra Storia: la cosa straordinaria è che lo fa mentre la stiamo ancora vivendo.

Voto stagione: 9

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Informazioni su Davide Tuccella

Tutto quello che c'è da sapere su di lui sta nella frase: "Man of science, Man of Faith". Ed è per risolvere questo dubbio d'identità che divora storie su storie: da libri e fumetti a serie tv e film.


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2 commenti su “The Good Fight – Stagione 3

  • Eraserhead

    Oh, grazie! Temevo, leggendo i commenti in giro per il web, che questa stagione, di una delle mie serie moderne preferite, non fosse all’altezza delle precedenti, almeno mi avete un minimo riassicurato e non vedo l’ora di guardarla!

     
  • Miss Scarlett

    Questo telefilm ha un buon potenziale ma l’impressione che ho è che non lo sfrutti mai abbastanza. Non è un vero legal drama, non è una commedia, non è eccessivamente romantico o satirico: tutto sembra trattato in modo superficiale, con accenni ai veri generi spruzzati un po’ qua e là. Il suo punto di forza è certamente quello di trattare temi attuali in contemporanea quasi con gli eventi reali, ma poi non li approfondisce, butta il sasso e ritrae la mano. La prima stagione l’ho trovata piuttosto noiosa (squillante come il colore beige direbbe qualcuno) la seconda un po’ meglio ma niente che non fosse già visto, la terza più vivace, interessante, divertente perfino, e questo grazie soprattutto a quel mattatore che è Michael Sheen: un gigante. Accanto a lui gli altri personaggi sono sembrati davvero delle comparse. Diane, che dovrebbe essere la protagonista, ha una storyline spesso ridicola (dovrebbe interessarmi vederla sfogare lo stress tirando asce?) e il suo personaggio troppo ingenuo per essere un avvocato di quel livello: spesso non la noterei se non fosse per la sua immagine nella locandina. Lucca e Marissa potrebbero avere più spazio, hanno una bella personalità e con un po’ più di attenzione per le loro storie, potrebbero essere loro le vere protagoniste. Liz e Boseman: sì, bravi, ma abbastanza prevedibili, di contorno. Una menzione per Maia, anche lei soffocata dai clichè nelle prime due stagioni, ha iniziato questa terza in modo barcollante e confuso, ma grazie all’entrata in scena di Roland Blum ha brillato alla grande. Il suo rapporto con Blum meriterebbe ora un altro spin off solo per loro due. E qui ritorno a Michael Sheen. D’accordo, il suo personaggio è (volutamente) esagerato, eccessivo, abominevole ed antipatico, ma lui è magistrale nel rendere un soggetto che è stato scritto come una macchietta, un essere mutante e complesso. Una garanzia, quando c’è lui ad interprare un personaggio si può essere sicuri che non sarà mai solo ciò che si vede in apparenza. Mi sono piaciute molto le sue scene con Maia negli episodi finali, senza urla, ma al buio o a lume di candela, più profonde ed intime. E mi è piaciuto il finale, stile Thelma e Louise. In conclusione, una stagione che ha avuto come motore principale “l’odiato-insopportabile ma necessario” Roland Blum trascinatore di eventi, ma soprattutto un Michael Sheen che ancora grida vendetta per il mancato riconoscimento al suo Bill Masters in Masters of Sex secondo me.