
Lo show ha rischiato per un po’ di chiamarsi solo “Fosse”, come la biografia del 2013 da cui è tratto, più o meno finché l’autore Steven Levenson e il regista Thomas Kail hanno parlato con Nicole, la figlia di Bob Fosse e Gwen Verdon. Da quella conversazione è emerso che suo padre, il leggendario coreografo Bob Fosse, rimasto nella storia per Sweet Charity, Cabaret, Lenny, Chicago, All That Jazz e vincitore di molteplici Oscar e Tony Awards, prima di incontrare Gwen Verdon era un ballerino fallito con un ginocchio malandato, che nessuno si sarebbe mai sognato di scritturare, sposato con un’attrice di secondo piano, mentre Gwen Verdon era una stella brillantissima di Broadway, una di quelle che possono dire la loro su chi dirigerà il loro prossimo musical. Grazie a questo potere e a un talento registico e coreografico (che nessuno si sognò mai di chiederle di mettere in pratica per conto suo) di fatto a partire dal loro incontro Verdon plasmò con il suo aiuto l’intero percorso di carriera di Fosse.
Nonostante questo, solo 5 anni fa Verdon sarebbe stata relegata a qualche contentino di screentime stile “dietro ogni grande uomo c’è una grande donna” per lasciare spazio al protagonista bigger than life e alla sua storia fatta di eccessi artistici, sessuali, alcolici: grazie all’onda anomala del #metoo, invece, anche gli autori e i registi maschi si sentono obbligati (se per sincero mea culpa o per paura delle reazioni della critica e del pubblico femminile è tutto da stabilire) a dare una nuova forma espressiva alle storie che sono sempre state raccontate cancellando convenientemente al loro interno il ruolo delle donne per esaltare il talento e la personalità maschile.

“La storia del genio – il genio problematico – è stata raccontata così tante volte. Volevamo cercare di trovare una strada diversa dentro la storia che non fosse soltanto concentrata su questa persona (Bob Fosse) che ha fatto grande arte, e cose pessime: in nome dell’arte, ne valeva la pena?”
Se solo Steven Levenson fosse riuscito a realizzare qualcosa all’altezza di queste ottime intenzioni (dichiarate in un’intervista a Vanity Fair), potremmo parlare di Fosse/Verdon come di uno show che ha saputo sovvertire le regole della rappresentazione dell’antieroe. E invece questa serie, pur cercando di migliorarla, racconta sempre la stessa storia: al centro c’è sempre e soltanto Fosse, sia pur raccontato in modo per nulla lusinghiero, c’è sempre il suo personale tormento di uomo dall’ambizione enorme e dall’altrettanto enorme insicurezza, la sua incapacità di riconoscere i propri errori e la sua voglia anzi di celebrarli, esaltarli, trasformarli in qualcosa di migliore attraverso il filtro della danza, della musica, della macchina da presa. Ogni turning point di Fosse/Verdon gira intorno a Fosse, è innescato e manovrato da lui; Verdon non ha nessuna agenda personale tranne quella di reagire, di volta in volta, a ciò che lui le impone e, per quanto molto probabilmente la storia non sia andata in modo così diverso nella realtà e si capisca che l’intenzione degli autori è anche quella di ritrarre una relazione tossica tra due egomaniaci, il risultato finale non è tanto diverso dalla trama di quell’All That Jazz scritto dallo stesso Fosse nel 1979 per autocelebrarsi.
Non aiuta certo che Fosse/Verdon glissi sull’ultima decade di carriera di Fosse, caratterizzata da un flop dopo l’altro e che si concluda con la sua morte, relegando i successivi tredici anni di vita e carriera di Gwen Verdon dopo di lui a semplici scritte nei titoli di coda, come se dopo di lui anche lei avesse perso ogni interesse, per gli autori.

Non aiuta neppure che accanto a un Sam Rockwell macchiettistico, ma ben calato nel lato fisico della parte e a cui peraltro viene chiesto pochissimo in termini di prestazioni di canto e ballo, sia affiancata una coprotagonista come Michelle Williams che, seppur brava e carismatica (e che dimostra una dedizione totale al personaggio a partire da un lavoro eccelso sulla voce), quando si tratta di ballare è decisamente incapace di rendere sullo schermo l’enormità del talento di Verdon.
Per raccontare Fosse/Verdon senza il filtro dell’agiografia bisognava capire subito che per mostrare agli spettatori le doti di Gwen Verdon serviva vederle sullo schermo e quindi serviva un’attrice con un’adeguata preparazione sul musical, che non basta ritrarre senza filtri un uomo problematico per rendere chiare le cause e le circostanze di quella problematicità, che non basta mettere in scena una relazione amorosa e artistica tossica dagli anni Cinquanta agli Ottanta senza inserire un discorso sistemico che si affianchi al ritratto intimista (come ha fatto, ad esempio, Ryan Murphy con Feud), per ottenere qualcosa che vada oltre l’ennesima variazione sul tema del difficult man.

Per quanto mi riguarda, per evitare di scadere nella banalità del solito prestige drama bastava affidare un ruolo preponderante nella scrittura ad una donna, che potesse offrire un punto di vista interno e differente a questa storia. Certo, rispetto a cinque anni fa possiamo dire che sia già una vittoria che Verdon sia nel titolo, ma non basta mettere una donna in un ruolo importante in una serie per superare i problemi della rappresentazione. Si spera che il risultato modesto di Fosse/Verdon possa essere d’insegnamento la prossima volta che due maschi decidono, ancora una volta, di raccontare le donne senza pensare di metterne qualcuna ai posti di comando. Altrimenti, continueranno a essere dei Bob Fosse contemporanei, con solo un po’ di senso di colpa in più.
Voto stagione: 6/7

D’accordissimo su tutto anche se a me quel “/Verdon”, più che una vittoria, sembra un po’ una marchetta, come lo sono per la questione razziale tutti i personaggi “etnicamente impossibili” infilati un po’ ovunque da un po’ di tempo.
In quindici anni che divoro serie l’unico racconto davvero femminista che abbia mai incontrato rimane Top Of The Lake, guarda caso di una regista, guarda caso un vero e proprio capolavoro.
Ciao