
Lo show è stato annunciato nel 2015 e includeva nel suo progetto Guillermo del Toro, oltre a Travis Beacham e Rene Echeverria, gli attuali showrunner. Purtroppo, prima dell’inizio delle riprese, del Toro dovette tirarsi indietro perché già al lavoro ai propri progetti cinematografici, ma il suo tocco è rimasto nel worldbuilding. Carnival Row ci presenta un modo fatato e misterioso in egual misura, ma al contempo oberato dai non pochi problemi che si palesano nell’evolversi della storia, probabilmente allontanatasi dalla visione di del Toro.
La trama di Carnival Row parte da premesse molto interessanti, che riecheggiano in lavori fantasy e urban fantasy passati. Dopo aver perso la guerra, la Repubblica di Burgue ha abbandonato all’egemonia del Patto la terra fatata di Tirnanoc (un chiaro riferimento alla Tír na nÓg della mitologia celtica). The Pact annette la terra dei seelie, il popolo fatato, e questi divengono oggetto di repressione e deportazioni, causando un esodo di rifugiati verso Burgue, la capitale della Repubblica. Questa situazione di crisi affila tensioni fra umani e seelie, nonché fra i vari partiti politici, a favore o contrari all’integrazione di fae e faun. Un affresco con non pochi spunti presi dal nostro mondo, sebbene attraverso la lente del genere fantastico.

La magia dei fae è degna di nota: ritualistica e ispirata agli antichi auspici, che assumono un certo peso durante l’evolversi degli eventi. Altrettanto interessante è il presentarsi dell’altra razza fantastica, ugualmente importante per la storia: i faun. Il loro nome è un chiaro riferimento alla creatura mitologica, che mostra un altro lato della natura, quello più selvaggio e indomito, il rovescio della medaglia dove i sentimenti più primordiali sono anche i più violenti, come mostrato negli ultimi episodi dal culto dell’Hidden One.
Notevole è anche l’attenzione alla società della città di Burgue; le varie religioni del mondo di Carnival Row si susseguono sullo sfondo, soprattutto quella del Martyr per gli umani e del già citato Hidden One per i faun; i nomi dei giorni della settimana sono inventati e il gusto per il fantastico si riflette nei toponimi, a volte un po’ ingenui, ma in grado di strappare più di un sorriso agli appassionati del genere. Nell’episodio “Kingdoms of the Moon” c’è molta attenzione nel presentare Tirnanoc: una sorpresa piacevole che favorisce l’immersione dello spettatore in un nuovo mondo fantastico. Nello stesso modo Carnival Row mostra qualche passo avanti nel trattare un tema delicato come il razzismo, rispetto a prodotti come Bright, perché riconosce che sia un problema sistemico e non individuale. In Carnival Row, il razzismo non è un difetto di questo o quel personaggio, ma una qualità negativa che accomuna gli umani nel loro modo di pensare, a causa di determinate convinzioni condivise, e che ha un reale effetto su ciò che li circonda; siamo lontani da una profonda critica sociale, ma è un elemento da tenere in conto.
Purtroppo, il worldbuilding non può reggere un’intera struttura narrativa e guardare Carnival Row potrebbe essere un’esperienza simile a contemplare un quadro con una cornice bellissima a racchiudere un dipinto scialbo.

I personaggi sono un altro problema della storia: vivono in un limbo fra spunti interessanti, sempre nati dalla costruzione del mondo in cui si muovono, e degli stereotipi che, per quanto legittimi in una storia, diventano un peso. Il lato attoriale non delude, ovviamente, alla prima prova da protagonisti nel piccolo schermo per Orlando Bloom e Cara Delevingne, ma neanche sfigura il cast di contorno, fra cui spiccano i nomi di Simon McBurney (Utopia), Tamzin Merchant (Salem, Supergirl), Jared Harris (Chernobyl, The Crown) e Indira Varma (Game of Thrones).
Rycroft Philostrate è un mezzosangue, oggetto di una profezia di cui è ignaro e un ex-militare, ora investigatore impegnato in un caso scottante; ognuno di questi tratti suona di certo già sentito. Combinati avrebbero potuto fare la differenza per renderlo memorabile, ma anche qui ci si scontra con una delle grandi limitazioni di Carnival Row: buone idee affrontate con superficialità e accantonate quando avrebbero potuto far osare di più alla sua storia.
Vignette Stonemoss è un altro personaggio che avrebbe potuto dare molto di più e non ricadere nello stilema della ragazza-fata. Non è delineata da una sua qualità, oltre al suo essere una fae, ma essendo il suo arco narrativo incentrato su Philo e non su una crescita che le appartenga, anche lei diventa dimenticabile, nonostante la sua avventura con i Black Raven. Un vero peccato, perché gli spunti, anche in questo caso, sono lampanti: il senso di colpa per aver quasi ucciso un suo simile sparisce fra una puntata e l’altra e la bella idea di lei come custode del sapere del suo popolo si rivela solo un pretesto perché lei e Rycroft si incontrino e rincontrino in galera. In “Unaccompanied Fae” il ritrovamento da parte di Vignette della libreria dei fae, ora bugigattolo di una Wunderkammer, è davvero una scena forte emozionalmente, che meritava più attenzione.

Purtroppo, lo stesso non si può dire per gli intrighi politici, che avrebbero dovuto sorreggere l’impianto narrativo dello show. In particolare, la vicenda della famiglia Breakspear. Il giovane Johan è tenuto in catene finché la serie non ha di nuovo bisogno di lui, e il suo rapporto con Sophie Longerbane, sorella illegittima e alleata politica, è ancora fumoso in vista della seconda stagione. La stessa Sophie, purché motore degli eventi di Carnival Row, ha mostrato ben poco oltre un buon monologo e qualche proclama sul caos, sebbene si possa ipotizzare un ruolo di rilievo nei prossimi episodi. Altrettanto, Absalom Breakspear è un personaggio arduo da inquadrare, per le sue incoerenze sin troppo oltre le righe; la grande rivelazione sulla paternità di Philostrate suggerisce che il suo interesse per l’integrazione dei seelie nasca da ragioni puramente individuali, nate dal senso di colpa, e non da un accorato pensiero politico, alimentando la dissonanza fra l’ambientazione e la sua trama di cui si accennava in precedenza.
Infine, le leggerezze sui personaggi costano anche alla storia: la madre, Piety, inanella un errore dopo l’altro, lasciando le prove della sua colpevolezza sulla scena del delitto, lasciando un bisturi a portata di mano di Vignette, lasciandosi ingannare da una semplice lettera. Purtroppo, dopo Ellaria Sand di Game of Thrones, la pur bravissima Indira Varma sembra perseguitata da ruoli di villain dai piani articolati e dall’acume quantomeno discutibile.

Carnival Row non è ancora un’occasione mancata – è solo la prima stagione – ma delude su più di un fronte. Show come The Dark Crystal: Age of Resistance e lavori nell’animazione come The Dragon Prince hanno alzato l’asticella come rappresentanti del fantasy nella serialità e, con The Witcher e His Dark Materials all’orizzonte, Amazon Prime dovrà impegnarsi di più, specie con nomi così importanti come J.R.R. Tolkien e Robert Jordan tra le mani.
Voto: 6
