
Come capita in tutte le serie in cui gli episodi sono scollegati l’uno dall’altro, anche Little America è composta da puntate più riuscite e altre decisamente meno interessanti. Tra le migliori troviamo sicuramente la prima, di cui abbiamo parlato qui, e l’ultima, forse quella più intensa emotivamente; mentre tra quelle di minor impatto c’è “The Silence”, che c’entra poco con le altre e sembra perciò fuori luogo, sebbene l’idea alla base di essa non sia nemmeno tanto banale. Uno degli elementi fondamentali di tutte le storie qui adattate a partire da quelle scritte nella rivista Epic Magazine è il rapporto genitori-figli: emigrare significa innanzitutto lasciare la propria casa, e con essa la propria famiglia, la quale in molti casi ha dovuto fare degli enormi sacrifici per garantire ai propri eredi delle migliori opportunità e quindi un futuro migliore, come viene ben evidenziato negli episodi “The Baker” e “The Cowboy”.
“Winning is a series of good decisions”
“What if I make a bad one?”
Ciò che traspare principalmente da queste puntate, oltre alle grosse difficoltà nell’integrarsi in una società completamente differente da quella in cui si è cresciuti, è la pressione a cui sono sottoposti i protagonisti, cioè l’enorme responsabilità di cui si sono fatti carico (spesso involontariamente); il dover arrivare al successo a tutti i costi per non vanificare gli enormi sforzi dei propri famigliari e perciò per non deluderli. Le alte aspettative degli altri, la peer pressure, la paura di deludere chi ci sta accanto rappresentano alcune delle principali fonti di stress del ventunesimo secolo, e in questa prima stagione dello show gli autori hanno voluto mettere in risalto come, nella maggior parte dei casi, per le persone che si trasferiscono in un nuovo paese tutto questo si moltiplica esponenzialmente e si trasforma spesso in una situazione invivibile.

L’intento di Little America non è tanto quello di riflettere sulle cause dell’emigrazione e sui problemi alla base di questo fenomeno sempre attuale, cioè ciò che costringe una persona a dover lasciare il paese d’origine contro la propria volontà, quanto più sulle sfide che si devono affrontare in America (così come altrove) e soprattutto su come i protagonisti siano riusciti a superarle arrangiandosi con i mezzi a loro disposizione e credendo in loro stessi. Come viene ben evidenziato in “The Rock”, è importante capire che chi emigra non lo fa sempre per scappare dalla guerra o per altri motivi estremi, ma talvolta semplicemente per garantire una vita migliore ai propri figli: Faraz, il protagonista, ci tiene infatti a puntualizzare che in Iran aveva una bella casa e una vita dignitosa, e quindi l’agente immobiliare (e lo spettatore con lei) non dovrebbe dispiacersi per lui e compatirlo. Questo dovrebbe farci capire che non possiamo trattare l’emigrazione come un fenomeno uniforme e che ogni caso è diverso dall’altro. In tal senso la serie fa un buon lavoro, proponendo storie molto equilibrate tra loro che ritraggono otto protagonisti provenienti da otto diverse nazioni, di cui quattro maschi e quattro femmine. Così lo spettatore riesce ad avere uno sguardo piuttosto eterogeneo (anche se naturalmente non completo) sulle dinamiche sociali legate all’emigrazione.

In generale, il livello qualitativo delle puntate di questa stagione è piuttosto buono, ma l’impressione è che non si raggiungano mai le punte di eccellenza toccate da alcuni episodi di serie che – almeno in parte – trattano argomenti simili, come ad esempio Master of None (il cui co-creatore Alan Yang è tra l’altro coinvolto in Little America in veste di produttore esecutivo) o la più recente Ramy. Per questo, dalla prossima stagione ci si aspetta un passo avanti in termini di consistenza e solidità della scrittura, dato che le innumerevoli storie che aspettano solo di essere raccontate meritano di essere trasposte al meglio e in modo non scontato.
Voto: 7
