Hollywood – Stagione 1


Hollywood - Stagione 1La nuova miniserie creata da Ian Brennan e dal celebre e ormai richiestissimo Ryan Murphy ci presenta la costruzione di una realtà alternativa che tenta di raccontare cosa sarebbe potuto succedere se, negli anni che hanno caratterizzato la fatidica Golden Age hollywoodiana, ci fosse stato un rinnovamento tanto intenso nell’industria cinematografica da permettere a quest’ultima di aprire la strada ad un cinema più inclusivo, capace di rappresentare storie e personaggi appartenenti a categorie da sempre marginalizzate.

È un presupposto, quello di Murphy, non solo speculativo ma anche apertamente politico in quanto, nel raccontarci l’ascesa e la rivincita di molti dei suoi personaggi e del cast messo in scena nella serie, ci ricorda costantemente i limiti presenti in un mondo che, sì, ha forgiato storie e sogni splendidi e indimenticabili, ma lo ha fatto utilizzando delle narrazioni dedicate sempre ad un pubblico bianco ed eteronormato – la cui rappresentazione è diventata la regola –, marginalizzando e discriminando, di conseguenza, altre categorie (tra cui omosessuali, neri, donne). Il prodotto di Ryan Murphy, dunque, si propone di raccontare come sarebbero andate le cose se il dominio assoluto di questo tipo di rappresentazione fosse stato messo in discussione già negli anni Quaranta; se ci fosse stato, insomma, il coraggio necessario per permettere alle altre categorie prima citate di essere protagoniste di narrazioni autentiche e dignitose. Soprattutto, Hollywood mette sullo schermo una possibilità che poteva esserci e che per loro non c’è stata: quella non solo di apparire, ma soprattutto di raccontarsi, di non rappresentare più soltanto il simbolo di un’idea o di una visione – spesso faziosa, banale e discriminante – che la rappresentazione dominante offriva nell’approcciarsi a queste categorie.

I wanna go to Dreamland.

Hollywood - Stagione 1Non si tratta certo di tematiche nuove per Ryan Murphy, un autore che ha sempre deciso di utilizzare la sua fama per dare spazio e giustizia agli outsider, aprendo la strada a rappresentazioni che prima erano a dir poco rare. A partire da queste premesse, dunque, Hollywood rappresenta l’utopia (im)perfetta di Murphy, un vero e proprio sogno che non si limita più al fascino scaturito dalle storie raccontate nel cinema della Golden Age, ma che si espande anche all’esterno, nella vita reale non solo di coloro che partecipano alla messa in scena delle narrazioni, ma soprattutto di coloro che sono chiamati ad assistere a queste storie.

Si parla di utopia imperfetta perché il mondo presentatoci in Hollywood, nonostante il percorso rivoluzionario compiuto per portare Meg nelle sale, non è certamente tutto rose e fiori. I primi episodi dello show, attraverso i primi passi nell’ambiente compiuti da Jack Castello (David Corenswet), non esitano a mostrarci una dimensione pronta a sfruttare sessualmente e psicologicamente coloro che aspirano a lasciare il segno, a “diventare qualcuno”, a inseguire quel sogno glamour e patinato che tanto affascina ma che, al tempo stesso, nasconde appena sotto la superficie abusi e ingiustizie di ogni tipo, anche per chi, proprio come Jack (giovane, bello, bianco ed eterosessuale), rappresenta il simbolo perfetto di ciò che l’industria cinematografica vuole rappresentare. Il tono ironico e apparentemente leggero usato da Murphy nel mostrarci Jack e il resto degli aspiranti attori costretti a prostituirsi e ad accettare ricatti sessuali può essere letto come una satira pungente e critica nei confronti di quelle abitudini tossiche che, come ben sappiamo, sono ancora radicate negli ambienti dello spettacolo. Più si procede nel corso delle sette puntate e più gli intenti di Hollywood si fanno chiari, spostandosi da una narrazione che inizialmente (e non a caso) sembra far credere che Jack sia il protagonista, ad una narrazione, invece, squisitamente corale, che rende la diversità la vera protagonista di questo show. Si tratta di una sceneggiatura che si allarga volutamente ad ogni angolo, in un processo che mira a depotenziare con sempre maggiore forza il classismo, l’omofobia, il razzismo e il sessismo che permeano nei fittizi Ace Studios, ma che rispecchiano chiaramente visioni molto più che reali presenti nell’impianto culturale e sociale esterni.

Think about her, what it would mean to see herself up there on that screen.

Hollywood - Stagione 1È proprio in questa liaison indissolubile, che fa influenzare a vicenda il mondo reale e quello immaginario, che i protagonisti di Hollywood trovano la spinta necessaria per compiere la loro piccola e grande rivoluzione. A tal proposito, il personaggio più importante per la riuscita di questo processo è Avis Amberg – interpretata da una bravissima Patti LuPone –, una donna che, disponendo improvvisamente del potere di decidere delle sorti degli Ace Studios, ha avuto il coraggio necessario per ripensare a questo stesso potere non più solo in termini economici e di aderenza alla mentalità dominante, ma anche in termini di responsabilità culturale e sociale.

Circondandosi e, soprattutto, ascoltando coloro che appartengono a categorie meno privilegiate, Avis rappresenta forse l’utopia più grande di Hollywood e di Ryan Murphy stesso: quella di un potere che, di fatto, tutela e rispetta la diversità in ogni sua forma, delineando così un sistema che non può essere più descritto come una fabbrica di talenti tossica e feroce che si nutre delle sue stesse ingiustizie, ma come di un sistema che si prende cura di ogni suo componente e che, nell’affacciarsi ai rischi dell’ignoto, si rafforza proprio con e grazie al coraggio delle sue decisioni. È un sistema che avrebbe permesso a un’attrice e a uno sceneggiatore afroamericani, Camille Washington (Laura Harrier) e Archie Coleman (Jeremy Pope), di vincere un Oscar nel 1947; e che avrebbe permesso a una figura come quella di Rock Hudson (Jake Picking) di vivere la propria vita e la propria omosessualità senza vergogna. La scelta di affiancare personaggi fittizi a personaggi reali dell’industria cinematografica in questo perenne “what if” è forse l’aspetto più amaro dell’intera serie. Vedere personaggi come Anna May Wong (Michelle Krusiec) e lo stesso Hudson ricevere il riscatto che non hanno mai avuto nella vita reale è triste proprio perché ci mostra le possibilità che sono state loro negate e che avrebbero avuto in un sistema inclusivo e libero dai pregiudizi.

Murphy si spinge a dirci che anche una figura negativa come quella di Henry Willson, un altro personaggio attinto dalla realtà, avrebbe potuto avere dei risvolti diversi se inserito in un sistema meno tossico. L’agente interpretato da uno strepitoso Jim Parsons (celebre per The Big Bang Theory, ma anche produttore della splendida Special) è la figura più controversa dell’intero show. Gli abusi e le perversioni che il suo potere e la sua omofobia interiorizzata gli hanno permesso di compiere avrebbero cessato di esistere, forse, se si fosse imposto quel sistema inclusivo citato in precedenza. E questo non solo perché, nell’accettare l’omosessualità, non ci sarebbe stata più ragione di vivere la propria vita sessuale e sentimentale come una perversione e una vergogna da tenere nascoste, ma anche e soprattutto perché le sue vittime avrebbero avuto il potere necessario per evitare a Willson e a figure come lui di nuocere ulteriormente, proprio perché inserite ormai in un sistema che le ascolta e le tutela.

Movies don’t just show us how the world is, they show us how the world can be.

Hollywood - Stagione 1Le parole pronunciate da Raymond Ainsley (Darren Criss) sono la summa del messaggio che Ryan Muprhy sottolinea, con decisa insistenza, in ogni puntata di Hollywood, fino a portarci a una conclusione che, come suggerisce il titolo “A Hollywood Ending”, raggiunge il picco di quella utopia che abbiamo visto costruirsi nel corso delle precedenti puntate. È un finale che non rappresenta soltanto un ambiente e, più in generale, un mondo che Murphy avrebbe voluto nella realtà, ma che forse è dedicato proprio a coloro i quali – nonostante le loro capacità – non hanno avuto modo di guadagnarsi quel lieto fine a causa dei pregiudizi e delle discriminazioni e, soprattutto, a coloro i quali non hanno mai avuto la possibilità di vedersi rappresentati nella loro interezza e complessità dall’industria cinematografica. Quella stessa costante e “urlata” insistenza con la quale Murphy decide di ribadire un concetto che si dimostra da subito lapalissiano (e che potrebbe, legittimamente, infastidire nella sua ridondanza) si delinea come una scelta ben precisa da parte degli autori, quasi a sottolineare in maniera critica la stessa insistenza con la quale, nella realtà, certe categorie si sono viste negare molte possibilità per tanto tempo.

Tralasciando i presupposti e gli intenti politici e sociali di Murphy (senza i quali, comunque, non sarebbe possibile parlare di questo show), Hollywood convince anche e soprattutto per la sua resa tecnica e attoriale. La serie presenta infatti un ritmo costantemente brioso che, nella sua leggerezza, non scade mai nella banalizzazione dei suoi numerosi personaggi i quali, nonostante il limitato numero di puntate a disposizione, appaiono ben inseriti nella narrazione non solo nelle relazioni interpersonali, ma anche per come la sceneggiatura ha permesso un ripensamento e un cambiamento, piccolo o grande, di ognuno di loro. È altrettanto evidente che sul cast stesso dello show è stato fatto un lavoro di coesione analogo a quello che ha unito il cast fittizio di Meg, unito non soltanto dall’entusiasmo di girare la serie/il film, ma anche dalla consapevolezza e dalla responsabilità di lanciare un messaggio capace di trascendere la narrazione stessa per influenzare e, forse, cambiare la vita reale.

Hollywood - Stagione 1Per concludere, Hollywood è una miniserie che colpisce e che intrattiene, divertendo ed emozionando senza sforzo, grazie soprattutto a una sceneggiatura curata e ad un cast davvero azzeccatissimo e di grande talento. Ma è anche una serie che urla volutamente a gran voce di essere ascoltata, utilizzando il mezzo di un’ucronia utopica che fa sognare, certo, ma che soprattutto fa riflettere in un’operazione non sempre sottile e sofisticata, ma indubbiamente efficace e ben costruita. Anche stavolta, insomma, Ryan Murphy ha colpito nel segno.

Voto: 8

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