
Ora immaginate tutto questo, ma aggiungete al quadro quello di essere un ragazzo gay affetto da paralisi cerebrale sin dalla nascita.
È da queste basi che nasce il libro I’m Special: And Other Lies We Tell Ourselves, memoir-manifesto dell’autore e attore comico Ryan O’Connell, che a sua volta ha dato origine a questa brevissima comedy di Netflix, resa possibile dalla casa di produzione “That’s Wonderful” di Jim Parsons (The Big Bang Theory) e del marito Todd Spiewak, scritta e interpretata proprio da Ryan: 8 episodi da 15 minuti (scritti da O’Connell e diretti da Anna Dokoza) che, a dispetto della durata, riescono in maniera sorprendentemente accurata a farci entrare nella prospettiva sopra descritta, nota a tutti e al contempo completamente diversa per chi non abbia a che fare con una disabilità invalidante come quella di Ryan.
Proprio per la sua breve durata, è cruciale che la storia venga raccontata a partire da un momento di rottura nella vita del protagonista, che fino a quel momento ha vissuto un’esistenza fatta di vita a stretto contatto con la madre, scarsissimi legami con l’esterno, tonnellate di fisioterapia, omosessualità vagheggiata ma mai presa realmente in considerazione (“A chi potrebbe piacere questo corpo?” si chiede Ryan) e necessità di sostegno anche nelle attività più semplici.
La rottura arriva nel momento in cui, per una serie di coincidenze, Ryan ottiene uno stage come redattore per un blog e al contempo subisce un incidente stradale di lieve entità, ma che gli consentirà a causa di un equivoco di presentarsi a delle nuove persone costruendosi un’identità totalmente nuova: non più quella vera e che per anni l’ha bloccato nell’immagine di “quello con la paralisi cerebrale”, ma quella di persona normale a cui è accaduta una cosa normale come un incidente (che dunque può succedere proprio a chiunque) e che gli ha lasciato delle conseguenze visibili.


Per Ryan la situazione è ancora più peculiare, perché la sua disabilità non è totalmente invalidante e questo lo pone in una zona grigia, in cui lui stesso – e ce lo dichiara sin dal primo episodio – non sa bene quale etichetta debba porsi, come debba sentirsi. La chiave, che viene lentamente svelata durante le otto puntate, sta proprio nello smettere di cercare una etichetta a tutti i costi e invece nel decidere, di volta in volta, cosa e chi voler essere.
Le donne hanno un ruolo fondamentale nella serie: c’è l’amica Kim, già menzionata; c’è la capa di Eggwoke, Olivia, un cliché vivente se non fosse per il ruolo fondamentale che avrà, grazie alla sua schiettezza, nel percorso di Ryan; e poi c’è la madre Karen, la cui figura rappresenta letteralmente l’altra metà della serie.
Kim, come si diceva, parte da un ruolo “preconfezionato”, quello della collega molto estroversa che aiuta il protagonista – e di conseguenza noi – ad inserirsi in un nuovo ambiente e al contempo a spingere quest’ultimo ad affrontare nuove sfide per se stesso, ignorando del tutto i motivi che lo hanno portato ad essere così chiuso ma – e qui si trova la prima novità – disinteressandosene completamente. A Kim non interessano le ragioni per cui il suo nuovo amico vive ancora con la madre, non esce con altri ragazzi o non ha particolari hobby: Kim semplicemente capisce che così non va e spinge Ryan ad uscire dalla sua comfort zone – a volte con delicatezza, a volte con un calcio nel sedere – perché intuisce che questo è esattamente ciò di cui Ryan ha bisogno. E può farlo perché lei stessa ha delle zone oscure, pur essendo la blogger più letta di tutta la redazione e pur passando per una delle persone più sicure del proprio valore: Kim sa benissimo cosa vuol dire rimanere bloccati in una percezione di sé e non riuscire a uscirne, ed è per questo che il percorso di Ryan – pur essendo così specificamente peculiare – assume tratti universali e diventa quantomeno comprensibile anche per chi non ha alcuna disabilità.

“Special” è una serie dalla doppia valenza: quella di saper parlare in modo preciso, quasi come fosse un codice, a chi è afflitto da una disabilità, ma senza cadere nell’errore di essere accondiscendente (non siamo speciali, siamo terribilmente normali e facciamo errori, come tutti: abbiamo solo qualche ostacolo di troppo); e al contempo quella di riuscire, proprio per i motivi esposti, a comunicare a tutti coloro che, per diversi motivi, si sentono bloccati in una dimensione in cui non si sentono a proprio agio, in cui non si riconoscono ma da cui non riescono ad allontanarsi. A volte basta un escamotage, a volte una piccola bugia (di cui però vanno valutate le conseguenze): ma non è mai troppo tardi per rompere gli schemi, anche quelli che sembrano ormai fissati nel tempo e nello spazio. Ci vuole fatica, coraggio, capacità di chiedere aiuto: ma soprattutto ci vuole la voglia di farlo davvero.
