
Loki è morto. Nel suo scontro con Thanos in Avengers: Infinity War, nonostante l’ultimo eroico atto, Loki è morto. Colui che ne ha preso il posto in questa serie è una versione precedente, quando ancora il suo percorso di redenzione non era iniziato. Ora, innegabilmente l’intero episodio pilota era stato scritto per portarci se non proprio al momento finale della sua vita, comunque ad una fase più avanzata, nella quale il Dio degli inganni si può avviare a una nuova vita consapevole di quello che sarebbe stato il suo destino. Seguendo, infatti, una tendenza che era iniziata già con il primo The Avengers, ossia una de-mitizzazione del suo personaggio, con tutta una serie di umiliazioni volti a toglierne l’aura tragica del primo Thor e renderlo piuttosto affine alla comicità Marvel, anche questa serie inizia ridicolizzando il personaggio e il suo mondo. Mettere un Dio di Asgard di fronte alla realtà di essere insignificante se paragonato con la TVA e i suoi poteri, non può che provocare questo effetto.
Fortunatamente, però, la serie non insiste troppo su questo punto e, anzi, sposta l’attenzione sul costruire un nuovo Loki, messo alle strette dal periodo di “distruzione” di tutta la sua realtà e al contempo incuriosito dalla presenza di un altro Loki, uno delle tante varianti possibili di sé stesso. E “Lamentis” è il punto perfetto di questo percorso, un episodio che dà perfettamente il senso di operazioni come queste serie Marvel. Quello che, infatti, ci interessa di queste serie non è tanto la trama in sé – forse solo Wandavision giocava un po’ sullo svelamento della narrazione, con i risultati finali che purtroppo conosciamo – quanto piuttosto l’approfondimento di personaggi che nelle loro precedenti incarnazioni cinematografiche non avevano trovato il modo di esprimersi. Gli autori (Bisha K. Ali ne scrive la sceneggiatura) decidono quindi di prendersi una pausa narrativa, mandando il nostro protagonista su una luna in piena apocalisse, e rallentando il corso della narrazione orizzontale. Ancor più importante, è l’aver lasciato Loki e Sylvie – questo il nome che la variante ha assunto – da soli, in un fruttuoso scambio che ci aiuta a capire qualcosa in più di entrambi i personaggi.
Molto si parlerà della confessione da parte di Loki di essere bisessuale (o pansessuale), rendendolo così il primo personaggio di peso queer dell’MCU. Ben poca e timida cosa, se si pensa a quanta più rappresentazione ci sia su altri canali e in altri universi supereroistici, ma è pur sempre un elemento che fa piacere ritrovare in uno degli universi multimediali più seguiti e famosi. Questa confessione, appena accennata, fa da contraltare a due discorsi che ancor più profondamente caratterizzano Loki: la sua concezione dell’amore e il suo rapporto con la madre.

Ancor più intimo, però, è il tema che riguarda il suo rapporto madre-figlio. Questo sì è un argomento che avevamo visto trattare in passato, ma era mediato dallo sguardo del fratello norreno; adesso è Loki a poter esprimere i suoi ricordi con la madre adottiva, da lui sentita come intimamente sua, colei che gli ha insegnato le arti magiche e che ha sempre creduto in lui, anche quando le sue azioni erano potenzialmente dannose per il regno. In parte, dunque, si capisce qualcosa in più da Sylvie nella sua amissione che la madre è morta quando era molto piccola: il contatto più umano che Loki ha avuto è un pezzo di storia assente nella sua variante, e che potrebbe essere alla base di un percorso di vita molto differente. Tom Hiddleston ha dato linfa vitale a questo personaggio, sia nelle scene di più intima conversazione sia in quelle solo in apparenza più superficiali, come il momento di canto norreno (con la gag del bicchiere infranto che ci riporta al primo film della saga di Thor) o nelle tante gag che riguardano i suoi poteri da mutaforma.

Loki continua il suo percorso in questa stagione con un altro ottimo episodio. La trama, di per sé, è esigua, ma quello che questo episodio intende fare è permetterci di trascorrere del tempo con Loki senza che sia divorato dal suo consueto ruolo da villain o da personaggio secondario. In modo ancor più efficace delle due precedenti incarnazioni del MCU su Disney+, Loki funziona perché ha non solo un carismatico protagonista al centro, ma perché non si fa divorare dalle cose da dire né da una passione troppo accesa per lo stile. Arrivati a metà di questa serie, non possiamo che ritenerci soddisfatti e sperare che il livello non possa che crescere.
Voto: 7
